di Eugenia Roccella
Tratto da Il Foglio del 23 febbraio 2011

Al direttore – Non credo che qualcuno possa amare una legge che entra nell’intimità dell’ultimo respiro. Non amerò, dunque, questa legge più di quanto ami quella sulla procreazione assistita.

Ma la realtà chiede di essere governata. Tu scrivi della vita fragile e minacciata dell’embrione, ma è fragile e minacciata anche quella del malato non cosciente o in stato vegetativo; anche lui è “il più povero dei poveri”, e nonostante i tentativi dell’uomo contemporaneo di affermare sempre e comunque la propria volontà, la dignità della persona sarà garantita meglio e di più dalle relazioni di amore e di cura, piuttosto che da un testamento biologico. Si dice: di chi è il nostro corpo, se non appunto, nostro? Non siamo noi, gli unici a poter decidere? Non è davvero così: esistono mille limiti di legge, dall’obbligo del casco al divieto di comprare e vendere organi, e soprattutto sono in atto enormi e preoccupanti contenziosi sui diritti di proprietà di cellule e tessuti. Il corpo è sempre più trattato come un oggetto, a partire dall’embrione, considerato ormai come materiale biologico da laboratorio. Solo una legge saggia e lungimirante – la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita – è riuscita, in Italia, a costruire qualche argine. L’eutanasia è ormai entrata nella cultura dell’occidente, e la fine della vita è già da tempo normata, a partire dalla modifica dei criteri di morte. Non legiferare in tema di biopolitica vuol dire solo lasciare che lo facciano altri. Mi piacerebbe entrare nei contenuti del ddl Calabrò, che è molto cambiato nel percorso alla Camera, ma la verità è che i contenuti sono pressoché irrilevanti per la lobby giudiziaria che ha costruito il caso Englaro a tavolino. Conta altro, in primo luogo la possibilità di aprire la via giudiziaria all’eutanasia, come è avvenuto in altri paesi. Quello che è in gioco, dietro la finzione affascinante dell’autodeterminazione, è proprio il potere di decidere sul corpo: non l’individuo ma i giudici. Io credo invece che sia la politica, nei modi imperfetti di cui la democrazia dispone, a dover decidere sulle nuove opzioni della tecnoscienza. La vicenda di Eluana Englaro ha dimostrato che solo una legge può fermare l’intervento invasivo dei magistrati. Dopo la sentenza della Cassazione e il decreto della Corte di appello di Milano, i tentativi messi in campo da governo e Parlamento per salvare la vita di Eluana sono tutti falliti. E’ stato sollevato un conflitto di competenze con la magistratura, ma la Corte costituzionale non l’ha accolto, invitando piuttosto a legiferare in merito. Abbiamo invocato la Convenzione sui diritti dei disabili, che conteneva un articolo in cui si vietava di sospendere alimentazione e idratazione alle persone con disabilità: inutilmente. Il ministro Sacconi ha emanato un atto di indirizzo, ma l’esecuzione della sentenza è stata solamente rimandata, perché ci si è inventati una sorta di spazio sanitario extraterritoriale per il quale – secondo la magistratura – quell’atto non valeva. Quando Eluana è stata trasferita alla Quiete, a niente sono servite le relazioni degli ispettori ministeriali e dei Nas che testimoniavano numerose irregolarità amministrative. Non è bastato neppure un Consiglio di ministri che all’unanimità firmò un decreto. Così come i giudici vogliono far cadere Berlusconi per via extraparlamentare, sempre per via extraparlamentare vogliono regolare il fine vita, vanificando anche qualsiasi battaglia culturale. Perché al capezzale del malato ci possa essere un prete, una donna, un bambino, un filosofo, ci dovrà essere una legge che non consenta casi come quello di Terri Schiavo, a cui i genitori non potevano nemmeno avvicinarsi per darle l’ultima carezza, o come quello di Eluana, che è morta sola, affidata a mani estranee che regolavano (in nome dell’autodeterminazione) il suo percorso giuridicamente corretto verso la morte.