di Luigi Accattoli
Tratto da cronache di Liberal del 7 luglio 2009

L’enciclica del Papa che viene pubblicata oggi e il G8 dell’Aquila che apre domani hanno in comune un obiettivo importante per il futuro dell’umanità: convincere il mondo della necessità di un “codice etico comune” (parole di Benedetto XVI) e di nuovi “Global Legal Standard” (criteri legali universali: linguaggio degli otto grandi) che recuperino alle regole della responsabilità morale l’agire economico. Raramente – o forse mai – un intervento di dottrina sociale della Chiesa era venuto a cadere in un contesto così mosso. I Papi hanno sempre cercato di parlare con l’occhio ai tempi lunghi delle vicende economiche e politiche, evitando per quanto possibile di legare il proprio magistero a una situazione in movimento. Va dunque rimarcata l’audacia di Benedetto XVI che lungo l’ultimo anno ha voluto riscrivere la sua enciclica – già pronta in una prima stesura l’estate scorsa – proprio perché potesse rispondere alle questioni poste dalla crisi mondiale.

Abbiamo avuto in sostanza la stessa decisione coraggiosa posta in atto il febbraio scorso con la conferma del viaggio in Terra Santa all’indomani del conflitto di Gaza: dove la diplomazia vaticana suggeriva di rinviare, stante la mancanza di una pur minima prospettiva di pace, il Papa teologo aveva voluto rischiare il proprio prestigio proprio per aiutare – per quanto poteva – al recupero di quella prospettiva. A chi ultimamente gli faceva presente il rischio di parlare di una crisi in piena fase eruttiva con un documento duraturo – quale vorrebbe essere un enciclica – egli ha dato la stessa risposta con cui a suo tempo aveva controbattuto agli inviti alla prudenza riguardanti il Medio Oriente: che occorre parlare quando una parola è necessaria. In ordine alla crisi sono tre le idee guida dell’enciclica. La più importante sollecita “urgenti riforme” che permettano alla comunità mondiale di «affrontare con coraggio e senza indugio i grandi problemi dell’ingiustizia nello sviluppo dei popoli»: quei problemi sono stati aggravati dalla crisi e da essa non si uscirà senza porre mano a essi. La seconda afferma – come dicevamo in apertura – la necessità di un “codice etico comune”fondato «sulla verità della fede e della ragione» e dunque accessibile a tutti e da tutti condivisibile. La terza chiede che si ponga in essere «una vera autorità politica mondiale» in grado di guidare la famiglia dei popoli verso quelle riforme e capace di conferire autorità a quel codice etico, evitando che esso sia neutralizzato dallo scatenamento degli egoismi. La creazione di un’autorità politica mondiale era stata proposta quasi cinquant’anni addietro da Giovanni XXIII con l’enciclica Pacem in terris (1963). Le anticipazioni del testo che leggeremo oggi dicono che in esso viene prospettata la progressiva realizzazione di un’autorità in grado di governare la globalizzazione del pianeta. Un’autorità molto superiore a quella di cui dispone attualmente l’Onu e che sia regolata «dal diritto» e strutturata in maniera da «attenersi coerentemente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà», ordinata alla «realizzazione del bene comune» dell’intera famiglia umana.

Qualche elemento chiave di quell’idea il Papa l’ha anticipato nella lettera di sabato al premier italiano Berlusconi, al quale si è rivolto in quanto primo responsabile della conduzione dei lavori del G8 dell’Aquila. Vi era detto che l’allargamento già sperimentato del G8 verso il G20 «costituisce senz’altro un importante e significativo progresso», ma esso non basta perché si tratta di «prendere in considerazione tutte le istanze e non solo quelle dei paesi più importanti». A tal fine – scriveva Papa Benedetto al nostro Presidente del Consiglio – è necessario trovare «modi efficaci per collegare le decisioni dei vari raggruppamenti dei paesi, compreso il G8, all’Assemblea delle Nazioni Unite». Il Papa sa bene che le Nazioni Unite sono deboli e spesso inefficaci, ma esse hanno ai suoi occhi il pregio di costituire l’unico consesso mondiale dove «ogni nazione, quale che sia il suo peso politico ed economico, può legittimamente esprimersi in una situazione di uguaglianza con le altre». Parlando all’assemblea dell’Onu poco più di un anno addietro – il 18 aprile 2008 – Benedetto aveva segnalato «l’evidente paradosso» di una concertazione mondiale «subordinata alle decisioni di pochi» mentre i problemi del mondo esigono «interventi sotto forma di azione comune». Questa denuncia la ritroveremo nell’enciclica che leggeremo oggi a mezzogiorno.