di Ruggero Sangalli
Tratto da La Bussola Quotidiana

Negli articoli precedenti siamo giunti a collocare la crocifissione di Gesù in un venerdì 14 nisan, giorno di parasceve, vigilia della pasqua ebraica, individuandola essere quella dell’anno 33 d. C. del nostro calendario, precisamente il giorno 1 aprile secondo l’attuale computo gregoriano (3 aprile in quello giuliano). Tanta precisione merita un’ulteriore verifica attraverso le fonti disponibili.

Flegonte di Tralles visse al tempo dell’imperatore Adriano (regnante dal 117 al 138 d. C. e tollerante con i cristiani) e fu uno storico famoso soprattutto per aver scritto ben 16 libri dedicati alle olimpiadi antiche, dalla prima edizione, nel 776 a. C., all’edizione tenutasi nel 137 d. C. Di quest’opera enciclopedica abbiamo citazioni importanti da parte dello storico Eusebio di Cesarea, la cui celeberrima “Storia Ecclesiastica” fu scritta circa 200 anni dopo. Risulta che, nel XIII libro, Flegonte associa la crocifissione di Cristo al quarto anno dell’olimpiade 202. Le olimpiadi antiche si tenevano, come oggi, ogni 4 anni ed in estate. L’anno olimpico iniziava il primo luglio e quel giorno iniziava il cosiddetto “primo anno”. Dunque l’olimpiade numero 202 andò dal 1 luglio del 29 d. C. al 30 giugno del 33 d. C. ed il quarto anno corrisponde al 32-33 d. C., in linea con gli indizi che pongono la passione di Gesù ad inizio aprile del 33 d. C., quando il 14 nisan cadde di venerdì.

Non solo: Flegonte scrive che in quell’anno ci fu una “defectio solis” (assenza del sole) particolarmente impressionante, all’ora sesta (mezzogiorno), protrattasi per tre ore, determinando un’oscurità tale che si potevano vedere le stelle. Contemporaneamente attesta che ci fu un terremoto molto forte in Bitinia (nord dell’attuale Turchia, dove c’è Nicea). Un notissimo sismologo, il professor Nicolas Ambraseys, ha verificato la fondatezza di questa informazione.

La “defectio solis” di cui parla Flegonte è quella degli evangelisti? Quasi sicuramente sì. I vangeli sinottici (Mt 27, 45; Mc 15, 33; Lc 23, 44) non parlano correttamente di “eclisse”: l’astronomia infatti spiega che non può esserci eclisse di sole quando c’è la luna piena ed il 14 nisan era giorno di luna piena. Inoltre una normale eclisse di sole non durerebbe tre ore… Nessun catalogo astronomico riporta infatti l’evidenza di un’eclisse solare in quel tempo, a riprova che quell’oscurità non la fosse.

Al momento della morte di Gesù crocefisso accadde un altro fatto impressionante: il velo del tempio si squarciò in due parti, dall’alto in basso (Mt 27, 51; Mc 15, 38; Lc 23, 46 si limita ad un “si divise nel mezzo”). Giovanni non ne parla, ma sottolinea invece che non fu lacerata la tunica senza cuciture (Gv 19, 23) di Nostro Signore.

Il Santo Padre, nel suo nuovo libro su Gesù, spiega (cap. 8, par. 2) che il “sorteggio delle vesti” riguarda un dettaglio non casuale, e rimanda (Giuseppe Flavio Ant. Giud. III, 7, 4) alla tunica del sommo sacerdote, di cui il Figlio dell’uomo stava adempiendo il ministero proprio quando sarebbe sembrata l’ora del suo massimo disonore. Tra le più famose reliquie cristiane è nota la tunica di Argenteuil, in Francia, già citata in un precedente articolo della Bussola Quotidiana, a proposito del gruppo sanguigno ivi rilevabile, comune a quello della Sindone torinese e del sudario di Oviedo.

Il “velo” presente nel Santo dei santi non è da intendersi una stoffa sottile e leggera, semitrasparente. Al contrario stiamo parlando di una cortina spessa addirittura qualche centimetro secondo l’immancabile Giuseppe Flavio (Guerre Giudaiche V, 5, 4), che annota che il velo veniva rinnovato ogni anno e che dei cavalli, legati alle sue estremità, tirandolo non l’avrebbero potuto strappare! Il tessuto era di una lunghezza pari all’altezza interna del tempio, che Erode ricostruì alto come un palazzo di sei piani (circa 20 metri).

La funzione di questo drappo pesantissimo (tradizioni ebraiche narrano che ci volessero trecento sacerdoti per muoverlo bagnato dopo il lavaggio per la pulizia periodica), era quella di separare il Santo dei santi (Esodo 26, 31-35), area accessibile solamente al sommo sacerdote, l’unico a potersi avvicinare, una volta l’anno (Eb 9, 1-7), nel giorno dell’espiazione (il 10 tishri) alla presenza di Dio, per offrire l’incenso (Lev 16). Gli uomini sono infatti separati da Dio a causa del peccato (Is 59, 2).

Da notare che Benedetto XVI dedica l’inizio del capitolo 4 del secondo testo su Gesù di Nazaret ad illustrare che la preghiera sacerdotale di Gesù è in stretta correlazione con i riti dello yom kippur.

La morte di Gesù lacera questa separazione dall’alto in basso, quasi ad indicare, fisicamente, che il gesto viene da Dio stesso. Una cosa che non passò inosservata e fece subito “il giro della città”, già scossa dalla crocifissione di Gesù, dall’oscurità e dal terremoto. Gesù, Dio fatto uomo, è il sacerdote (Eb 4, 16) che sacrifica se stesso sanando la separazione tra Dio e gli uomini.

Il sommo sacerdote si era stracciato le vesti (Mt 26, 65; Mc 14, 63) all’udire le parole di Gesù durante il processo notturno, quando l’accusato attribuì a se stesso i passi del profeta Daniele (Dan 7, 13) e del Salmo 109, 1. Benedetto XVI, citando il commento al vangelo di Matteo di J. Gnilka, scrive nel suo ultimo libro che l’atto di strapparsi le vesti non è dato dal montare di un’umana irritazione, ma è un atto dovuto. Caifa aveva ritenuto Gesù un bestemmiatore: ora sembra che Dio stesso strappi la veste che lo ripara all’interno del Santo dei santi, mentre il Figlio muore in croce. Non lo fa scandalizzato, ma per stracciare la separatezza dall’amore esistente a motivo del peccato.

Questo fatto accade proprio sulla cima del Monte Moria, là dove Abramo avrebbe sacrificato Isacco se Dio non lo avesse fermato dopo averne apprezzato la fede. Qui sorge il cuore del tempio: il velo è una distanza strappata proprio quando l’uomo crocifigge il Dio incarnato rifiutandone l’amore rivelatosi nell’umanità di Gesù, versando il Suo sangue di Agnello nel giorno e nell’ora in cui la Legge ne imponeva il rituale. Un evento lungamente atteso: l’ora ripetutamente annunciata da Gesù.

Nel nisan del 33 d. C. si verifica così un appuntamento impressionante con la storia. Gesù è stato ritenuto colpevole nel processo religioso, reo di bestemmia paragonandosi a colui di chi aveva profetato Daniele. Ed il profeta Daniele aveva anche profetato di un periodo di settanta settimane, interpretato come 490 anni, da contare dal giorno di un “decreto”.

Tra le varie date di inizio di questo misterioso count down, giova sottolineare che ce n’è una, nel nisan del 458 a. C. che va a compimento dei 490 anni (l’anno zero non esiste) proprio con il mese di nisan del 33 d. C. Nel nisan del 458 a. C. infatti c’è il decreto (Dan 9, 25) di Artaserse che autorizza Esdra a ricostruire religiosamente Gerusalemme. Leggiamo in Esd 7, 7 che il re, nel suo settimo anno, autorizzò Esdra a partire e che questi arrivò nel quinto mese, essendo partito nel primo mese (nisan). Artaserse iniziò a regnare effettivamente dal termine del 465 a. C. per cui il suo settimo anno è dagli ultimi mesi del 459 agli ultimi mesi del 458 a. C., corrispondente al 3303 ebraico.

Non era l’unico intervallo di 490 anni ad essere “papabile”, ma era un’ottima candidatura, che non sfuggì a molti israeliti e che giustificava tanta attesa di un Messia in quel preciso periodo, proprio durante la settantesima settimana (Dn 9, 24-27). Nel libro di Daniele significativamente questa visione è riferita al profeta dall’angelo Gabriele. Lo stesso che si presentò a Maria, ottenendo il sì, coinvolgendo Giuseppe nella sua missione di obbediente custode della sacra famiglia.