Il no profit? È nato nel Medioevo… Perché gli ordini mendicanti, negando il possesso, aiutano la ricchezza a circolare meglio • La scelta pauperistica non è soltanto una via di perfezione individuale, ma un ordine economico-sociale della collettività, utile alla ridistribuzione dei beni
di Stefano Zamagni
Tratto da Avvenire dell’11 settembre 2009

Il Canto XI del Paradiso è il Can­to nel quale Dante si spende per il celebre elogio a san Francesco. Proprio nel 2009 si commemora l’VIII centenario dell’approvazione del francescano propositum vitae da parte di Innocenzo III. Ma oltre a ciò il pensare francescano sta prepo­tentemente tornando d’attualità in quell’ambito specifico, eppure im­portante, della vita associata che è la sfera economica.

Dal XII secolo prese avvio un pro­cesso di profonda trasformazione della società e dell’economia euro­pea che durò fino alla metà del XVI secolo. Iniziò in Italia, in Umbria e Toscana, ma già sul finire del XIII se­colo quel processo si era esteso an­che ad altre regioni, nelle Fiandre, nella Germania settentrionale, nel­la Francia meridionale. Fu la cultu­ra monastica la matrice dalla quale scaturì il primo lessico economico che si diffonderà in tutta l’Europa del basso medioevo. L’ora et labora di Benedetto non era semplicemen­te la via per la santità individuale, ma il fondamento di quella che si af­fermerà come una vera e propria e­tica del lavoro basata sul principio della mobilità del lavoro che già il giudaismo aveva affermato. L’ esperienza del monachesi­mo, benedettino e cister­ciense, rappresentò a sua volta il punto di arrivo della rifles­sione sulla vita economica che già i Padri della Chiesa, a partire dal IV secolo, avevano avviato con rigore sottoponendo il rapporto con i be­ni terreni al vaglio dell’etica cristia­na. Beni e ricchezza non venivano condannati in sé, ma solo se male u­sati, cioè se considerati come fine e non come strumento. Speciale at­tenzione, ai nostri fini, merita il mo­vimento cistercense. Sotto l’impul­so di Bernardo di Clairvaux, tale or­dine ebbe un enorme successo nel­la competizione con l’abbazia «ri­vale» di Cluny in Borgogna.

I cistercensi si trovarono sin da subito a dover affrontare due questioni di natura e­conomica. La prima riguar­dava l’atteggiamento da te­nere nei confronti del lavo­ro. Mentre per i cluniacensi, la sussistenza doveva essere assicurata dal lavoro delle persone ad essi sottoposte – i cosiddetti secolari –, i cistercensi sostenevano che era illecito vivere del frutto del lavoro altrui. Donde il rifiuto sia di ogni forma di rendita sia delle decime – le due principali fonti di entrata dei benedettini di Cluny. La seconda questione con­cerneva il regime di proprietà. Men­tre la Regola di Benedetto affidava all’abate il possesso di tutti i beni (in­dividuali e collettivi) con i quali do­veva provvedere ai bisogni dei mo­naci, i cistercensi rifiutavano ogni possesso, anche quello di chiese e altari. La Carta Caritatis, considera­ta la costituzione cistercense fonda­mentale e la cui versione finale risa­le al 1147, è su tale punto di una fer­mezza irremovibile.

Quale la conseguenza, certamente non voluta né prevista, di tale du­plice atteggiamento? Che lo stile di vita dei cistercensi, ben lontano dal lusso dei cluniacensi e improntato a rigore e povertà estrema, finì con l’attirare l’attenzione della gente che inondò di donazioni i loro mona­steri. Accade così che, nel giro di po­chi decenni, i seguaci di Bernardo si trovarono prigionieri della contrad­dizione che scaturiva dalla loro stes­sa spiritualità: vita sobria (e quindi bassi consumi) e lavoro altamente produttivo – il sovrappiù agricolo che riuscivano ad ottenere era su­periore a quello realizzato nelle im­prese tradizionali – avevano creato «l’imbarazzo della ricchezza».

Toccherà ai francescani trova­re la via d’uscita definitiva, con l’invenzione dell’economia di mercato civile. Francesco, fondato­re di un movimento eremitico tra­sformatosi, con uno sviluppo folgo­rante, in ordine mendicante, rece­pisce da Bernardo sia il principio se­condo cui i contemplantes devono diventare anche laborantes, sia la re­gola per la quale i frati dovevano ri­nunciare anche alla proprietà co­mune. È rimasta celebre la durezza con la quale Francesco apostrofava i frati oziosi, che chiamava ‘«frati mosca» e «fuchi» e la severità con cui riprendeva «chi lavorava più con le mascelle che con le mani».

Se ne distacca però su un punto fon­damentale: se si vuole trovare uno sbocco al sovrappiù generato in a­gricoltura e nella mercatura, e così ovviare all’imbarazzo della ricchez­za, occorre dilatare lo spazio dell’at­tività economica facendo in modo che tutti possano parteciparvi. Oc­corre cioè arrivare alle città dove vi­ve la più parte della popolazione da evangelizzare, creando appunto mercati. (Si rammenti l’insistente domanda di Jacques Le Goff sul per­ché i nuovi Ordini mendicanti – do­menicani e francescani – fossero co­sì attratti dalle città). Come Giacomo Todeschini ha auto­revolmente messo in luce, il con­vincimento in base al quale vi sa­rebbe un’insanabile inconciliabilità tra «economia di profitto» e «econo­mia di carità», è privo di solido fon­damento. Due sono le novità che il francescanesimo introdusse nell’o­rizzonte dell’epoca. La prima è che, se usare dei beni e delle ricchezze è necessario, possedere è superfluo. Il che porta a concludere che «grazie L alla povertà, poteva essere più faci­le usare e far circolare la ricchezza». a seconda novità è che, se si vuole che i frati possano eser­citare con continuità la virtù della povertà, è necessario che que­sta sia sostenibile, cioè possa dura­re nel tempo. Ecco perché si ricorre all’aiuto di laici – amici spirituali del­l’Ordine – cui affidare la gestione del denaro. L’idea che una qualche di­visione funzionale del lavoro sia ne­cessaria prende così a diffondersi.

A partire dal 1241, anno della prima Esposizione della Regola, l’analisi sulla povertà dei frati si allarga alla società intera. Gli uomini di cultura guardano ai «contenuti profonda­mente economici della scelta pau­peristica di Francesco e dei suoi se­guaci» non più soltanto come via verso la perfezione individuale in senso cristiano, ma come «un ordi­ne economico-sociale della colletti­vità nel suo insieme». A Bonaventu­ra da Bagnoregio, Ugo di Digne e John Peckham il merito di aver for­mulato il principio secondo cui la sfera economica, quella governativa (della civitas) e quella evangelica (se­condo il carisma francescano), «so­no tre gradi differenti ma integrabi­li di un’organizzazione della realtà». Se questa integrazione si realizza, es­sa genera frutti copiosi, così che ciò cui i poveri volontari rinunciano può essere impiegato per i poveri non vo­lontari, fino alla loro tendenziale scomparsa.

Ebbene, così come il pensiero e l’o­pera del francescanesimo svolsero un ruolo determinante nel pas­saggio dal feudalesimo alla mo­dernità, altrettanto decisive esse appaiono oggi nell’attuale pas­saggio d’epoca dalla modernità al­la post-modernità. Non c’è da me­ravigliarsene: quando si prende at­to della crisi di civilizzazione che incombe si è quasi sospinti a guar­dare con simpatia alla vicenda u­mana di Francesco per il quale l’i­nizio di una nuova vita, a livello anche sociale ed economico, è in u­na capacità di sguardo diversa sulla realtà: «Ciò che mi pareva amaro mi fu convertito in dolcezza dell’anima e del corpo». Dante fu tra i primi ad averlo afferrato, ed è anche per que­sto che merita lode.