L’iconografia islamista radicale si trasforma, facendo propri simboli della cultura occidentale, così disprezzata dagli integralisti eppure spesso presa a riferimento per tracciare i contorni della propria identità. L’ampia filmografia espressa dai paesi a maggioranza musulmana, ad esempio egiziana e siriana, non affascina i militanti del jihad tanto quanto i kolossal di produzione americana o britannica, da cui attingere simboli e slogan. In particolare, è Il Signore degli Anelli a conquistare l’immaginazione dei fanatici, intenti a doppiare dialoghi celebri, personalizzare locandine con sure del Corano, inserire voci fuori campo che spiegano agli spettatori la «corretta» interpretazione della sequenza. Manco a dirlo, i jihadisti si rivedono nelle gesta eroiche della Compagnia dell’anello in lotta contro Sauron e Mordor, crudeli maghi assetati di sangue al pari dei governanti americani e dei loro alleati europei.

E l’oscurità che gradualmente conquista le Terre di Mezzo, ovvero il mondo in cui viviamo, simboleggia il pericolo dell’annientamento del vero islam, contro cui organizzazioni come Al Qa’eda combattono. In quest’ottica, orde di orchi a stelle strisce e file compatte di cavalieri di Rohan che brandiscono la spada di Allah si affrontano al ritmo di peana arabi. Le versioni rivisitate dei tre episodi della saga scritta da John R. R. Tolkien e diretta per il cinema da Peter Jackson spopolano sul web, tanto da far parlare alcuni studiosi di vera e propria «ossessione».

Ma l’impresa di Frodo non è l’unica ad essere utilizzata per la propaganda del cosiddetto Cyber Jihad. In rete, sedicenti predicatori si servono della trilogia di Matrix per illustrare ai propri seguaci la vacuità di tutto ciò che li circonda, ovvero il materialismo dell’Occidente. Il messaggio è il seguente: il protagonista Neo (Keanu Reeves) scopre che il mondo in cui vive è pura illusione, una matrice informatica; allo stesso modo, il credente musulmano deve rendersi conto che solo Allah esiste davvero e, di conseguenza, combattere per lui.

E pensare che, forse ignaro dell’attrazione fatale degli islamisti per il cinema occidentale e, in particolare, degli stravolgimenti operati sulle sue pellicole migliori, il produttore americano Barrie Osborne – Il Signore degli anelli e Matrix, appunto – ha annunciato un kolossal sulla vita di Maometto.

Si prestano ad una manipolazione islamista anche le pellicole come The Truman show – interpretato da Jim Carey e ispirato ai reality show – e Vanilla sky, più apprezzato dagli islamisti che dai critici cinematografici: «Sei in grado di distinguere fra realtà e sogno?» si sente chiedere il protagonista Tom Cruise dal medico che lo ha in cura. Si tratta di una sequenza disponibile sulla piattaforma di YouTube insieme alla lettura che ne fa il predicatore Yahya Harun. Anche il meno fortunato <+nero>Il tredicesimo piano<+tondo> produzione americano-tedesca di genere fantascientifico, piace ai militanti che navigano in rete, sempre perché risulta emblematica del vuoto di valori di un’esistenza «all’occidentale».

Viene piegata ad ima visione islamista anche Guerre stellari, così entusiasmante per alcuni jihadisti da indurli ad introdurre il neologismo «mu-jedi-deen» (piuttosto del tradizionale mujahedeen) a partire dalla figura del guerriero Jedi: «un mistico sufi?», si chiedono alcuni credenti nei forum sul web. Ed effettivamente pare che il regista George Lucas abbia chiesto informazioni a un gruppo sufi californiano nella fase preparatoria della sceneggiatura, per poi attingere anche da altre religioni nella creazione dei suoi personaggi.

Anche la saga del maghetto Harry Potter è stata oggetto di strumentalizzazione nella battaglia fra bene e male sul web. Ma il fatto di credere nella magia o praticarla è considerato un grave peccato dalla religione islamica. Quindi sulla figura del giovane apprendista stregone le interpretazioni sono contrastanti.

La propaganda salafita, poi, ha sviluppato una ricca iconografia incentrata sulla figura del reduce del Vietnam John James Rambo: il volto di decine di shuhada (martiri, in lingua araba) pakistani, iracheni e palestinesi è «fotomontato» sul corpo dell’attore Sylvester Stallone nei panni del guerrigliero solitario che cerca vendetta in una società che lo emargina. La fronte cinta da una fascia, le braccia possenti nude, il kalashnikov pronto a sparare, barbuti miliziani della rete qa’edista sono ricordati così da compagni e famigliari. Oppure a cavallo, su sfondi incendiati dalla battaglia o arsi dal sole, in pieno stile western all’americana. Infine, una curiosità: c’è chi, sui blog di ispirazione islamista, non esita a paragonare l’incendio che arde nel Nord del Pakistan alla guerra civile americana (1861-1865) e ad adottare come pellicola di culto Via col vento (1939).

di Federica Zoja da Avvenire