Tratto da Il Giornale del 25 settembre 2009

La poligamia si diffonde in Europa. In Italia, ma anche in Inghilterra, come ci ha informato  la Bbc qualche mese fa. E altrove, più nascostamente. Che significa e cosa accadrà? Un buon criterio è badare alla questione del potere.

La poligamia che si diffonde ora con l’immigrazione islamica è in realtà una poliginia: un uomo può avere diverse mogli. Un regime molto diverso dalla poliandria, anch’essa poligamica (ancora praticata in alcune regioni, ad esempio in Asia), dove le donne possono avere diversi mariti. Mentre la poliandria è motivata spesso dalla scarsità di uomini in alcune regioni (o periodi storici: durante la Guerra dei 30 anni erano pochi perché si ammazzavano tra loro), la poligamia/poliginia è una sorte di privatizzazione delle donne da parte dell’uomo. Esse non appartengono più a se stesse, né alla società, ma al marito. Che, in cambio, provvede loro, o dovrebbe farlo. La questione, ridotta all’osso, è questa: la donna è dell’uomo; risponde ai suoi bisogni: generativi, sessuali, di compagnia. Siccome l’uomo di bisogni ne ha molti, e svariati, per soddisfarli può avere più di una moglie. Se una moglie è sterile, se ne prende un’altra. Per i giorni del mestruo di una, ce n’è un’altra di riserva.

Tenendoci alla larga da ogni moralismo, che fiorisce rigoglioso nelle vicende della sessualità per giunta legate alle credenze religiose, dobbiamo tener d’occhio un paio di questioni sulle quali si regge il paradigma dell’Occidente cristiano, l’unica civiltà e cultura cui la maggior parte di noi appartiene, e che ci fornisce un orientamento di ampio respiro. Uno è quello della libertà: l’uomo, e la donna, non appartengono a nessuno, se non a se stessi (e, per la persona religiosa, ma non per lo Stato, a Dio). Se un uomo vuole avere diverse donne, o una donna diversi uomini, possono farlo, ma sulla base della reciproca libertà, non garantiti da un contratto matrimoniale, giuridicamente vincolante per entrambi. Che non può neppure prevederlo – e questo è il secondo criterio – per via della palese ineguaglianza di condizione tra i coniugi.

Certo il matrimonio cristiano, quello proposto da Gesù con l’esclusione del ripudio e la richiesta di consegnarsi all’altro, il marito alla moglie e la moglie al marito, è difficile, e la trasgressione corrente, anche se la coscienza, a volte, rimorde. Infatti, sempre meno persone si sposano, sempre di più rimangono single, e, come è noto, le forme e i tipi di unioni, più o meno stabili, si moltiplicano. Almeno, però, in questo modo trasgredire non diventa un delitto penale, al massimo solo uno dei fatti che accompagnano la separazione tra i coniugi. Non è un granché, ma non si versa il sangue, per lo meno in nome della legge.

Chi scrive è perfettamente al corrente, e ne ha trattato a più riprese, del disastro rappresentato in Occidente dai milioni di padri cacciati, dopo la richiesta di divorzio della donna innamorata di un altro uomo, cui vengono rapidamente affidati la casa coniugale e i figli. Con notevole indifferenza, soprattutto in Paesi a forte tradizione mammonica (o maternalista) come l’Italia, circa la sua capacità di educarli, e nei confronti delle conseguenze della cacciata del padre sulla psiche dei figli.

La sommaria decapitazione della paternità ha aperto una falla pericolosa nella capacità di tenuta della società occidentale verso maschilismi arcaici, come la poligamia islamica. I maschi frustrati diventano cattivi. Non è però una ragione sufficiente per scambiare l’impegnativo amore «da persona a persona» inventato da Gesù per modelli rozzi e crudeli, coi loro tribunali e catene.

«Io e l’altra sotto lo stesso tetto Sono rimasta per i miei figli»

La casa di Hanaa era popolata di fantasmi. Il primo – lei lo chiama così – è quella donna che suo marito aveva portato in camera da letto. Un altro spettro era quel matrimonio, nato per amore e finito in una prigionia domestica di violenze e ricatti. Pugni in testa, denti che cadono, denunce. Un uomo diviso con un’altra. E figli picchiati, minacciati, rapiti.

Eppure quando 22 anni fa ha lasciato il Marocco Hanaa non era in fuga. Aveva un lavoro, governante in un albergo nel sud del Paese. Era giovane e indipendente. Non portava il velo, non era il medioevo. Era arrivata in Italia in vacanza, in un bar all’aperto le si presentò quell’egiziano. Faceva il pizzaiolo da qualche anno in Italia, e le si offrì come guida turistica. Bello, arabo, gentile. «Era come un’amicizia – ricorda – poi mi disse “mi piaci, siamo arabi, resta qui” e io l’ho fatto. Ero innamorata». Arrivati i documenti dal Marocco lo ha sposato, prima in una piccola moschea e infine in ambasciata. Nell’89 era già nata una figlia. Dieci anni dopo erano già quattro. Ma dieci anni dopo tutto era cambiato: «Ho scoperto un lato di lui che non conoscevo. Era nervoso, manesco. Dopo il nostro primo figlio mi ha picchiata per la prima volta. Venti giorni di Pronto soccorso, e non è mai venuto a trovarmi».

Tante volte ha pensato di lasciarlo. E tante volte si è detta che era meglio sopportare: «Per paura, per i miei figli. Non sapevo che fare, dove andare. Ero terrorizzata dal fatto che mi portasse via i miei bambini. Qualche volta lo ha fatto, per un giorno o due, solo per mettermi paura». Dopo l’ennesimo pestaggio e ricovero, al suo ritorno a casa, ha trovato l’altra donna. Suo marito l’aveva sposata in moschea: «Abitavamo tutti nella stessa casa. Camera, cucina e bagno. Io non la volevo dentro casa, e sapevo che lui non poteva tenerla lì, che aveva falsificato qualcosa. Ma non ne potevo più. Una volta lui mi ha fatto cadere tutti i denti. Ma facevo finta che quella donna non esistesse, come un fantasma. Ho sopportato tutto per i miei bambini. Non le parlavo, ma provavo più rabbia per lui che per lei». «Più umiliazioni subivo e più mi convincevo di tenere duro – racconta -. Ho iniziato anche portare il velo, cosa mai fatta in Marocco. Lo faceva portare anche alle bambine. Alla più grande aveva impedito di iscriversi a ingegneria come sognava».

Quella convivenza assurda è andata avanti per sei anni. «A casa facevo tutto io – ricorda – cucinavo e facevo le pulizie. Lei niente. Per il resto facevo in modo di starci il meno possibile. C’era sempre qualche bambino da accompagnare o andare a prendere per non stare in quella casa».

Tre anni fa lui se n’è andato, abbandonando tutti. Portando via i più piccoli, di 7 e 11 anni. «Sono in Egitto. Li ho sentiti solo due volte da allora – si rammarica – la ragazza mi chiesto di andarla a prendere. Mi ha raccontato che sulla schiena ha i segni delle botte. Ha detto che il maschio è diventato balbuziente. Qui in Italia non lo era. Lui sta facendo col bambino quel che suo padre ha fatto a lui. Gli insegna la violenza. Sulle donne, sulle persone». «Io so che gli uomini violenti ci sono in Egitto come in Marocco, in Italia come in ogni altro Paese, ma lì sono educati alla violenza. Il problema sono le cose che fin da piccoli gli insegnano. Da generazioni e generazioni. È un lavaggio del cervello nella loro testa. La violenza sulle donne diventa tradizione». I figli grandi per fortuna vivono in Italia. Il maschio fa il barista, è cittadino italiano. La ragazza si è iscritta all’università: «Quale facoltà? Quella che voleva lei. E spero che trovi l’uomo giusto, non importa se italiano, marocchino o egiziano». La sua figlia maggiore è più o meno coetanea di Sanaa, la marocchina uccisa dal padre perché aveva un fidanzato italiano: «Quella ragazza – osserva lei – è stata uccisa nell’ultima settimana del Ramadan, non è un caso. Quelle cose un padre non le fa. Ma mio marito sarebbe stato capace. Negli occhi della madre di Sanaa che ha giustificato il marito io ho visto la paura che provavo io».

Hanaa adesso non ha più paura. Ha ripreso il suo lavoro. Lotta per riavere i suoi bambini, e dà una mano allo sportello dell’Acmid che aiuta le donne che subiscono violenze. «Quali consigli do? Di fermare quegli uomini. Subito, al primo schiaffo».