di Giorgio Israel
Tratto dal blog di Giorgio Israel il 25 agosto 2010

La notizia che il Comitato Nazionale per la bioetica ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione per l’insegnamento della bioetica non è nuova, risale a qualche settimana fa.

Ma siccome il percorso è tutto da definire e da settembre inizierà i suoi lavori un tavolo che dovrà definire le modalità di tale insegnamento, è opportuno iniziare a discuterne. Dopo aver visto a cosa è approdata l’introduzione della disciplina “bioetica” in alcune scuole europee, è legittimo paventare il rischio che questa materia diventi la testa d’ariete di un’etica laicista volta a indottrinare le nuove generazioni.

Non trovo affatto entusiasmante l’introduzione nella scuola di questa come di altre materie in nome del principio di tenersi al passo con i tempi. Si assiste a un curioso paradosso. Mentre si sviluppa un attacco frontale alla struttura disciplinare delle scuola, le uniche discipline che vengono ammesse, a discapito di quelle tradizionali, sono le discipline volte a educare alla cittadinanza, alle relazioni sociali ed affettive, ed ora alla bioetica. Mentre discipline tradizionali come la matematica, la storia o la geografia sono chiamate pagare un prezzo sull’altare di una sgangherata visione “olistica” dell’apprendimento, all’educazione alla cittadinanza o alla bioetica si vuol riservare la massima dignità e autonomia disciplinare.

In una nota per molti versi condivisibile, Ilaria Nava (sul sito web PiùVoce) ha chiesto che alla bioetica sia accordato la statuto di disciplina autonoma con un proprio metodo, accusando la tendenze laiciste di volerle negare tale diritto. In questa negazione scorge la radice del rischio «già in atto in altri Paesi, come Spagna e Inghilterra, dove in nome di una presunta neutralità etica che non è mai esistita e mai esisterà, parlare di “padre o madre” non è più politically correct, ed è visto come qualcosa di profondamente lesivo della laicità dello Stato». Perfettamente d’accordo sull’allarme di fronte a questo rischio, ma non è evidente che esso derivi dalla negazione alla bioetica di uno statuto autonomo. Al contrario. Proviamo a riflettere. Come, chi e in quale sede definirà lo statuto della bioetica e il suo metodo? Chi conosca la storia della scienza e della sua metodologia sa che è illusorio parlare di statuto e di metodo proprio persino nel caso della fisica o della matematica: si sono confrontate storicamente ed esistono tuttora opinioni diversissime al riguardo e la pretesa di definire lo statuto delle discipline scientifiche in termini apodittici è un’impresa senza speranza. Figuriamoci per la bioetica! Nel presentare le tematiche biologiche, per non dire le tematiche etiche, è inevitabile che siano presenti visioni a priori (che si tratti di metafisiche influenti o di visioni religiose) che è illusorio pensare di trasferire a una fase successiva a una disamina preliminare puramente “obbiettiva”. L’intenzione di pensare la bioetica non come una disciplina assertiva ma come una metodologia argomentativa che offre gli strumenti per pensare in modo rigoroso e obbiettivo i problemi posti dall’intervento sempre più marcato della scienza nella vita delle persone, è ottima, ma è velleitaria. Se ci si mette sulla via accidentata di definire lo statuto della disciplina in termini “obbiettivi” e “indipendenti”, l’unica autorità che resterà in campo sarà, per l’appunto, quella dei presunti “laici”, intesi come persone non influenzate da visioni metafisiche o religiose e ispirati a logiche puramente “scientifiche”. Ma persone di quel genere non esistono. Si rischia di cadere in un’illusione oggettivistica, di essere preda di uno scientismo positivista che è il cavallo di Troia dell’etica laicista.

L’equivoco e i rischi nascono dallo stravolgimento della funzione stessa della scuola. Da un lato vi è la visione secondo cui il ruolo della scuola nella formazione del cittadino consiste nel fornire conoscenza – conoscenza in quanto strumento di libertà – mentre la formazione etica non è confinata al mondo scolastico, bensì compete soprattutto alla famiglia e alle relazioni sociali. Sta al soggetto, munito della dote di conoscenze fornitegli dal sistema dell’istruzione, decidere liberamente cosa fare di sé stesso. La concezione alternativa consiste nello svuotare la famiglia e persino la società del loro ruolo di formazione etica e morale, trasferendo tutto alla scuola: la formazione del cittadino viene così delegata al sistema dell’istruzione mediante un complesso di “materie” o “discipline” che trasmettono i principi etici, relazionali e della convivenza sociale. È una concezione tipica di uno stato totalitario che oggi assume i connotati del laicismo di stato e di cui è esempio tipico lo zapaterismo. Sorprende che molti non vedano come la statalizzazione di funzioni proprie della famiglia sia la via maestra che conduce ad annullarne il ruolo e, di conseguenza, la distinzione dei ruoli al suo interno.

Occorre fornire ai giovani gli strumenti scientifici e la capacità di riflettere sui temi etici e morali? D’accordo, ma perché non dovrebbe bastare allo scopo una buona conoscenza della tematica biologica e un buon insegnamento filosofico? Abbiamo nel nostro arsenale culturale secoli di riflessioni filosofiche mille volte più ricche di certi penosi balbettamenti. Meglio rivalutare la filosofia e gettare alle ortiche certa bioetica da semianalfabeti.

Il vero problema su cui discutere non è lo statuto della bioetica – nessuno deve porre limiti allo sviluppo del pensiero – quanto l’opportunità di introdurre simili discipline nella scuola. È stato inopportuno introdurre l’educazione alla cittadinanza ed è stato uno sproposito fortunatamente abortito quello di introdurre con la legge Moratti l’educazione all’affettività. È davvero paradossale che una maggioranza che con lo zapaterismo dichiara di non aver nulla a che spartire commetta ogni tanto simili passi falsi. E peggio ancora che li commetta chi è ispirato da una visione religiosa.

(Il Foglio, agosto 2010)