Sull’Ipcc, l’organismo dell’Onu che si occupa dei cambiamenti «atmosferici», non c’è più omogeneità di pensiero. Lo dimostra un articolo pubblicato oggi da «Nature»
di Gianni Fochi
Tratto da Avvenire dell’11 febbraio 2010

Sarà stato il ‘climatega­te’, scienziati che tra­mavano per far passa­re sul clima una visione ar­tefatta a conferma delle re­sponsabilità dell’uomo; sarà stato l’allarme ingiustificato sulla rapida fusione dei ghiacciai himalayani; sarà stato il fallimento del mega­convegno di Copenaghen; saranno state le osservazio­ni sugl’interessi privati di Rajendra Pachauri, capo dell’Ipcc. Sta di fatto che quell’organismo (in italiano Ipcc corrisponde a gruppo consulente intergovernativo sui cambiamenti del clima) ha perso negli ultimi tempi alcuni appoggi incondizio­nati.

Per dirne una, Nature pub­blica oggi un servizio com­posto dai pareri di cinque climatologi sul modo di mi­gliorarne il lavoro. Un’oc­chiata ai loro ruoli potrebbe far pensare all’ennesimo in­tervento partigiano: si tratta infatti di scienziati premi­nenti nella redazione degli ultimi due rapporti di valu­tazione (2001 e 2007). Ma se uno teme che sia stato come chiedere all’oste se il vino è buono, nel leggere deve ri­credersi.

In effetti soltanto due (Tho­mas Stocker dell’università di Berna e Jeff Price del Wwf americano) si limitano a chiedere cambiamenti non sostanziali. Mike Hulme del­l’università dell’East Anglia scrive invece che l’Ipcc non è più in grado di fornire una valutazione integrata delle conoscenze; già tre anni fa, facendo un paragone coi prodotti alimentari, egli as­seriva che la struttura e il modo di lavorare avevano oltrepassato la loro data di scadenza.

Eduardo Zorita del Gkss (Germania) esordisce così: «Come l’anno scorso la fi­nanza, l’Ipcc soffre ora d’u­na mancanza di fiducia che rivela crepe nella sua strut­tura». Dice poi che i suoi membri occupano «uno spazio sfumato tra scienza e politica» e si trovano alla mercé di chi ha voluto la lo­ro nomina. Questo climato­logo chiede dunque che l’or­ganismo diventi indipen­dente dai condizionamenti di vario tipo, come quelli che possono venire da governi, industria e lobby universita­rie. Aggiungiamo che gli scettici riguardo all’influen­za umana sul clima sono spesso accusati di subire le pressioni dei petrolieri; ma i suddetti affari di Pachauri dimostrano che l’industria ‘verde’ ha un potere alme­no altrettanto forte.

Zorita propone inoltre che i rapporti pubblicati dall’Ipcc vengano rivisti in modo tra­sparente da studiosi indi­pendenti, e includano in maniera aperta le varie opi­nioni. Le frecciate più forti arrivano però da John Chri­sty dell’università dell’Ala­bama: «Molti governi hanno nominato soltanto autori (dei rapporti, n. d. r.) che era­no allineati con una politica stabilita». Dall’ultimo rap­porto appare «una fastidio­sa omogeneità di pensiero sulla relazione fra umanità e clima». I coordinatori «han­no l’ultima parola nel ciclo di redazione e dunque con­trollano il senso generale».

Ne deriva un consenso arti­ficioso. «Testate di prestigio, Nature compresa, sono di­ventate la claque delle visio­ni ufficiali, e i governi ne hanno approfittato per ten­tar d’attuare politiche di ri­duzione drastica delle emis­sioni, volta a ‘fermare il ri­scaldamento globale’ a co­sti crescenti dell’energia».

«La verità, che piaccia o no agli ideatori delle azioni po­litiche, è che gli scienziati so­no ancora enormemente i­gnoranti in fatto di clima».

Speriamo che, per i cambia­menti climatici, nessuno contrabbandi più una pre­sunta unanimità della scien­za, secondo cui chi si prova­va a esprimere dubbi veniva irriso e zittito. Dobbiamo al­meno riconoscere che per o­ra le visioni contrastanti pos­sono avere la stessa autore­volezza.