Centocinquanta anni di presenza salesiana in Italia
di Giovanni Maria Flick
Tratto da L’Osservatore Romano del 14 aprile 2011

Il 14 aprile a Roma, presso la sala delle Colonne della Camera dei deputati, si tiene il seminario di studio “150 anni d’Italia e di presenza salesiana. Fare gli Italiani… con l’educazione”. Promossa dalle salesiane e dai salesiani d’Italia, la giornata sarà caratterizzata dagli interventi degli storici Lucetta Scaraffia, Roberto Sani e del presidente emerito della Corte costituzionale, della cui relazione pubblichiamo ampi stralci. Parteciperanno anche il cardinale Raffaele Farina, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, don Pascual Chávez, rettore maggiore dei salesiani, e madre Yvonne Reungoat, superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Nell’occasione, saranno presentati due volumi che ricostruiscono la preziosa azione compiuta dai salesiani (sorti a Torino alla vigilia dell’unità d’Italia) e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice (nate nel 1872 a Mornese, vicino Alessandria). Delle due pubblicazioni proponiamo una presentazione in basso in questa pagina.

Centocinquanta anni fa a Torino, quando Vittorio Emanuele II venne proclamato Re d’Italia, a poca distanza dal Parlamento Subalpino operava la Società salesiana fondata, da poco più di un anno (18 dicembre 1859), da don Giovanni Bosco. Il percorso unitario dell’Italia in qualche modo si intreccia con quello dei salesiani. È giusto ricordare quanto sia stato importante il contributo salesiano alla unità e alla vita della nazione, sin dall’origine. Anche per superare (ove ve ne fosse ancora bisogno) il mito della frattura insanabile fra anticlericalismo risorgimentale e presenza cattolica nel primo Risorgimento. Da questo punto di vista, l’avventura salesiana nei suoi centocinquanta anni di vita rappresenta un test particolarmente significativo di come si possa, secondo l’insegnamento evangelico richiamato da don Bosco, dare a Cesare e a Dio quanto loro rispettivamente spetta, in una prospettiva di doppia fedeltà, che mi sembra un segno peculiare del modello dell’educazione salesiana.

Sono fra i tanti ad aver sperimentato personalmente il modello salesiano, al quale devo molto nella mia formazione. A me sembra potersi ricondurre agevolmente al significato più attuale del percorso nazionale unitario: la centralità della Costituzione come espressione fondamentale del nostro vivere insieme, come testimonianza di continuità fra il primo e il secondo Risorgimento.

Nel primo Risorgimento la nazione si è fatta Stato e si è unita attraverso la condivisione (faticosa, in parte elitaria, ma sentita) di una serie di valori che esprimevano una comunità dell’appartenenza. Nel secondo Risorgimento – dopo l’esperienza totalitaria, la guerra e la disfatta, la nuova frattura fra nord e sud – il Paese è tornato a riunirsi attraverso la Resistenza, la scelta repubblicana, la Costituzione. In quest’ultima, la centralità della persona – già presente nel primo Risorgimento (penso alla Costituzione romana del 1849) – propone una serie di valori (eguaglianza, solidarietà, lavoro, pluralismo, personalismo, sinergia fra diritti inviolabili e doveri inderogabili, sussidiarietà) che mi sembra si possano riassumere nella pari dignità e nella laicità. Essi si aggiungono ai valori del primo Risorgimento in termini più attuali, rendendo la nostra una comunità della partecipazione, più che della appartenenza.

In questo quadro, il contributo di don Bosco e dei salesiani mi sembra rilevante per il nostro percorso unitario e per l’identità nazionale. Nel primo come nel secondo Risorgimento, la nostra storia è segnata da alcune costanti e da alcune questioni nazionali. Tra le prime, i meriti e gli eroismi ma anche i difetti e le contraddizioni del nostro vivere insieme; tra le seconde, la questione meridionale e quella romana. L’esperienza salesiana si identifica poi con la non meno significativa questione giovanile. La consapevolezza del problema e la ricerca della soluzione devono molto al contributo di don Bosco e della Società salesiana, al loro impegno nella educazione, istruzione e formazione professionale e civile. Quasi a controbilanciare, nel primo Risorgimento, gli effetti del non expedit, la tradizionale laicità della vita politica e l’anticlericalismo allora prevalente; quasi a compensare con l’impegno sociale e civile l’astensione, quando non la contrarietà di don Bosco verso il moto risorgimentale nelle sue varie manifestazioni e il modo con cui vennero realizzate l’unità d’Italia e la fine del potere temporale, nonché la sua fedeltà totale e assoluta al Papa.

Il progetto educativo di don Bosco era (ed è tuttora) quello di formare “buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo”. Esso quindi pone esplicitamente la politica al terzo posto, dopo la religione e la morale. È un progetto che coinvolge nell’opera educativa la scuola, la cultura e il tempo libero, attraverso una sequenza ben sintetizzata dalla regola dell’oratorio salesiano (all’epoca il primo approccio con i giovani): amore, lavoro, frequenza dei sacramenti, rispetto dell’autorità, fuga dalle cattive compagnie.

È un progetto che, inevitabilmente, nel contesto del primo Risorgimento, comportava un rischio di anti-modernità, tradizionalismo, paternalismo e rigidità, disinteresse verso la maturazione politica e le novità culturali: rischi che hanno suscitato critiche ricorrenti nei confronti del modello educativo salesiano. Sono, tuttavia, altrettanto noti l’impegno concreto e fattivo nell’assistenza ai giovani, soprattutto emarginati o socialmente più deboli, e la sua diffusione su scala nazionale. Un impegno articolato sul piano sociale, culturale, scolastico, educativo, religioso, assistenziale, popolare e massmediatico, che ha certamente contribuito a fare l’Italia e gli italiani, compensando largamente l’astensione e, anzi, la contrarietà di don Bosco ai moti risorgimentali.

Quanto al rapporto con le istituzioni e autorità civili, è emblematico il feeling che egli ebbe con il ministro della giustizia piemontese Rattazzi, noto anticlericale. La legge Rattazzi del 1855, che decretò la soppressione degli ordini religiosi, fu decisamente contrastata da don Bosco, con l’avvertimento al Re (attraverso un “sogno-profezia”) di “grandi funerali a Corte”. Eppure Rattazzi comprese l’importanza dell’opera del santo, indirizzandovi aiuti anche economici e suggerendo di organizzarsi non come una congregazione, ma come “una società religiosa che davanti allo Stato fosse una società civile”.

È noto l’impegno sociale di don Bosco nella Capitale preunitaria, dove lo sviluppo industriale si confrontava con ingiustizie sociali, alienazione, immigrazione, sfruttamento e abbandono dei ragazzi, spesso destinati al carcere e, nel migliore dei casi, alla strada. Un contesto di moti, restaurazioni e rivalutazioni in cui la Chiesa era sì considerata raramente alleata e spesso nemica, ma in cui destava rispetto in tutti la santità degli “evangelizzatori dei poveri”. Uno dei più importanti fu don Bosco con la sua missione a favore della gioventù “povera e abbandonata”, in condizioni di minorità (non di inferiorità), nella stessa linea dei suoi contemporanei Giuseppe Cafasso (assistenza ai carcerati) e Giuseppe Cottolengo (assistenza ai portatori di gravissimi handicap), ma con sviluppi che la Provvidenza ha voluto fossero ben più ampi.

È una missione che inizia nell’oratorio di Valdocco, dopo l’incontro con i primi ragazzi raccolti in strada e avviati a pregare, studiare e lavorare, secondo quello che diventerà il modello salesiano: ottimismo e allegria, fiducia nella Provvidenza e impegno nella solidarietà e nella formazione civile e professionale accanto a quella religiosa, educazione al lavoro, all’eguaglianza, al rispetto della dignità propria e altrui. Una missione vista con sospetto, quando non con incredulità, sia dalla gerarchia ecclesiastica locale, sia dalle istituzioni e dalla società civile. Tanto da indurre alcuni benpensanti ad architettare il ricovero di don Bosco in manicomio, che non riuscì perché il santo aveva mangiato la foglia. Una missione che cominciò a stupire e a rivelare la sua importanza, quando don Bosco riuscì a farsi affidare più di trecento giovani detenuti, portandoli fuori dal carcere sulla parola e senza sorveglianza, per una giornata di svago, per poi ricondurveli tutti a sera, senza alcuna defezione.

Una missione che nell’estate 1854, durante un’epidemia di colera che investì Torino, indusse il santo a chiedere ai suoi ragazzi un forte impegno nell’assistenza e nel trasporto dei malati: un impegno in cui l’aspetto sociale era strettamente connesso a quello religioso, poiché don Bosco promise ai ragazzi che non sarebbero stati contagiati se fossero rimasti in grazia di Dio. In effetti nessuno di loro (sembra) si ammalò. La missione assunse il significato di una vera e propria rivoluzione sociale, quando (dopo la realizzazione di laboratori di calzoleria, sartoria, legatoria, falegnameria, tipografia e fabbro ferraio) don Bosco predispose e sottoscrisse alcuni fra i primi contratti di apprendistato in Italia. A introdurre una disciplina e una tutela del lavoro minorile, sino ad allora vergognosamente sfruttato.

Mi sembra perciò agevole cogliere il contributo importante della presenza e dell’opera salesiana all’identità e all’unità italiana. Non soltanto sotto il profilo della sua espansione quantitativa e qualitativa, nei centocinquanta anni di vita nazionale e di vita salesiana, ma, prima ancora, per l’anticipazione e l’attuazione concreta (nel primo Risorgimento) di alcuni fra i valori fondanti della Costituzione e del secondo Risorgimento.

Quanto all’espansione, si pensi da un lato alla diffusione delle opere salesiane su tutto il territorio nazionale, e non solo (dal 1875 iniziò la vocazione missionaria, con l’assistenza sociale ed educativa all’emigrazione italiana a partire dall’Argentina); e, dall’altro, a come si sono sviluppate e diversificate sul territorio le attività salesiane, a seconda delle esigenze. Dall’oratorio al centro giovanile e alla parrocchia, alla scuola e al collegio; alla azione culturale e massmediatica; alle opere di prevenzione sociale e, ora, di assistenza per l’immigrazione; all’associazionismo e al volontariato.

Quanto all’anticipazione e all’attuazione dei valori costituzionali, la formazione umana e cristiana che costituisce l’obiettivo della scuola salesiana, accanto alla dimensione religiosa, si radica in una serie di valori profondamente laici ed espressivi della centralità della persona, nei termini in cui essa è proposta dalla nostra Costituzione: il principio lavorista, quello personalista, quello di eguaglianza e di pari dignità, quello di solidarietà, quello di sussidiarietà. Non si tratta solo, riduttivamente, di dare a Cesare ciò che gli spetta. Si tratta, piuttosto, di saper riconoscere e valorizzare concretamente la dignità del minore. Don Bosco ha saputo fare questo attraverso un’intuizione (da lui tradotta in pratica) che ha trovato piena conferma sia nelle indicazioni proposte cento anni più tardi dalla Costituzione, sia in quelle poi riaffermate dalla Carta europea dei diritti fondamentali, in coerenza con le indicazioni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. Il diritto del minore al benessere e la preminenza del suo interesse su tutti gli altri (art. 24 della Carta europea) riassumono ed esprimono la sua pari dignità sociale (art. 3 della Costituzione), e cioè il suo diritto fondamentale a essere riconosciuto come persona, la sua identità non sacrificabile nel confronto con altri interessi, l’impegno alla sua tutela di per sé, non in subordine alla tutela di altri diritti e interessi (come ad esempio quelli della famiglia), o in chiave paternalistica e assistenziale.

A me sembra che il messaggio ed il modello educativo di don Bosco abbiano saputo sin dall’inizio mirare alla prospettiva di realizzare concretamente ed effettivamente la dignità del minore. E ciò, credo, vale a superare le perplessità avanzate da chi in passato temeva che la componente religiosa dell’educazione salesiana potesse risolversi in termini di autoreferenzialità, paternalismo, rigidità dottrinale, distacco dall’impegno politico e sociale, insufficiente autonomia decisionale.

Insomma, dei due valori-chiave della Costituzione (dignità e laicità) il modello salesiano ha perseguito e realizzato il primo, nei centocinquanta anni del percorso unitario: in un modo e con risultati tali da compensare largamente la “disattenzione” (o la minore sensibilità) verso il secondo. Lo ricordava anni addietro un ex-allievo salesiano, illustre e laico, Sandro Pertini, il quale riconosceva di aver “imparato nella scuola salesiana un amore senza limiti per tutti gli oppressi e i miseri”, al quale lo aveva iniziato “la vita mirabile del Santo”. Una testimonianza significativa dell’efficacia del messaggio educativo di don Bosco. Credo sia giusto ricordarla, in occasione dei centocinquanta anni dell’unità italiana e della presenza salesiana nel Paese.