Restate con noi perché avremo anche l’amica della cugina che ha aiutato l’assassino • Sempre più allucinanti i collegamenti tv, in diretta dai posti dei delitti allucinanti
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi il 23 ottobre 2010

Se ne stanno lì come pecoroni. Sull’attenti, gongolanti e soggiogati, a bocca aperta. Sono i parenti delle vittime e degli assassini dopo il fatto di sangue che ha devastato le loro vite e illuminato a festa le aperture di tutti i telegiornali. Non poteva capitargli di peggio, sono reduci da un funerale, li hanno sospettati d’omicidio, chi a torto, chi a ragione, bene che vada gli toccherà fare la coda per lunghi anni nel parlatorio di qualche orrendo carcere, famiglie allo sbando, orrori senza fine, niente sarà mai più come prima, di notte piangono, di giorno pure, eppure sembrano contenti mentre fissano la telecamera e un giornalista, con l’autorità che gli deriva dall’onnipotenza del mezzo televisivo e da nient’altro, rivolge loro domande che sono insieme atroci e insensate.

Lei, signora, sì, proprio lei, la moglie dell’assassino, che cosa vorrebbe dire ai parenti della bambina uccisa a revolverate da quel povero pazzo di suo marito? Ah, suo marito ama soltanto lei, dunque tra lui e i due pregiudicati morti male non c’era un affare di donne ma (molto più nobilmente) di droga. Grazie. E lei, vicino di casa del pensionato assassinato, che cosa prova in questo momento? Paura, eh? Grazie, molto gentile. Dov’è la vedova? Come non c’è la vedova? Perché non c’è? Dov’è andata, di grazia, quella buona donna? Al funerale? Ma adesso c’è la televisione, cazzo. Al funerale poteva andarci dopo. Be’, non importa. C’è almeno un cugino di secondo grado? Un cognato? Un ex compagno di scuola? Va bene anche una zia alla lontana (meglio se suora). No? Nessuno? Bella roba, ragazzi: noi lavoriamo e quelli si divertono, piangono, si torcono le mani, vanno al cimitero. In questo quartiere, già abbastanza infame e degradato, non c’è neanche più una briciola di civismo, dannazione. Be’, diamoci da fare lo stesso. Chiediamo un po’ al tabaccaio che cosa ne pensa. Va sempre peggio, eh, signor tabaccaio? Non si può uscire di sera. Brutti ceffi. Droga. Mancanza di valori. Microcriminalità. Anche il tabaccaio, come la signora vestita a lutto e il signore in canottiera che abbiamo intervistato poco fa, pensa che questo quartiere sia diventato assolutamente in-vi-vibb-bbi-le (con due «bbi») e che, peggio ancora, non ci siano nemmeno più le mezze stagioni. Tutta colpa del caldo. Del governo. Del buco nell’ozono. Del surriscaldamento globale. Come dargli torto? Fermiamo, per completezza dell’informazione, un passante a caso. Lei, bell’uomo, sì, proprio lei, come si vive da queste parti? Male, eh? Come? Vuole aggiungere qualcosa? Dica, dica. Ah, non ci sono più valori. Molto ben detto, grazie_ No, davvero, grazie a lei, caro signore, le sue parole sono state decisamente illuminanti. Qui la scena del quadruplice delitto. Restate con noi. Tra poco, quando saranno finalmente finite le cerimonie funebri, daremo la parola al sindaco, agli assessori, ad alcuni turisti paraguayani di passaggio e a ben quattro orfani, due dei quali zoppi (e uno dei restanti ci sente poco). Per il momento è tutto. A voi, regia.

Ormai l’intervistatore televisivo da strapazzo è così abituato alla sottomissione da parte dei cittadini che ai suoi occhi chiunque cerchi di sottrarsi all’intervista diventa automaticamente sospetto. Lui, il giornalista televisivo, professionalmente inetto, buono soltanto a rompere i coglioni, ha ormai per consuetudine il diritto di puntare microfono e telecamere contro chiunque gli capiti a tiro, colpevoli e innocenti, buoni e cattivi, intimando loro con voce svenevole e ben impostata il suo immancabile: «Che cosa prova in questo momento?» Guai a non provare qualcosa. Chi non prova qualcosa è un nemico della società e della sua colonna portante: l’informazione ad minchiam. Morale: siamo stati rapiti dalla tivù (come quei poveri cristi degli X files, che venivano rapiti dagli alieni).