Una manager licenziata a causa del fatto che ha avuto una figlia. Ecco il mondo del lavoro che dice no alla vita, conducendo l’Italia verso un inevitabile tracollo demografico, sociale ed economico
Andrea Sartori

Il mondo del lavoro dice no alla vita. Una tendenza sempre più comune tra le aziende porta a lasciare a casa le donne a causa del fatto che hanno avuto dei figli. Questa tendenza è preoccupante, nel lungo periodo, in quanto conduce ad un inevitabile suicidio demografico, sociale e anche economico (che purtroppo è la cosa che interessa dipiù).

E’ il caso, riportato sul Corriere da Rita Querzé, della manager Stefania Boleso, 39 anni, bocconiana da 110 e lode la quale, dopo aver lavorato per un anno e mezzo in una multinazionale made in Usa ha assunto il ruolo di marketing manager per Red Bull Italia. Questa donna è stata lasciata a casa. E’ stata convocata dal irettore appena rientrata. Rientrata da cosa? E’ questo il punto. Rientrata da una maternità.
Ecco il vero rischio del Nuovo Millennio, un rischio che porterà ad una implosione demografica ed economica del nostro Paese, accompagnato da sicuri squilibri sociali. Il “culto del lavoro”, la dedizione monastica al lavoro quasi fosse una religione. Intendiamci: un’etica del lavoro deve esistere, e il lavoro è uno degli aspetti fondamentali della vita di una persona, oggi più che mai, vista la crisi economica globale e l’alto tasso di disoccupazione. Ma attenzione, il “lavoro totale” è un qualcosa che non ci aiuterà ad uscire dalla crisi.

Le aziende anzi approfittano della crisi per liberarsi di quella fetta di dipendenti considerati “meno produttivi”. E spesso a farne le spese sono proprio le neomamme. Le dimissioni presentate da neomamme nel primo anno di vita del bambino (periodo in cui vige il divieto di licenziare) hanno visto uan crescita dal 2006 al 2008: infatti nel 2006 le neomamme che hanno lasciato il lavoro sono state  4.608, nel 2007 sono state 5,551, nel 2008 invece sono state 5.819, mentre si nota un calo del 22 per cento nel 2009: “solo” 4.571 dimissioni. Tutto ciò è dovuto alla crisi: le neomamme si tengono stretto il posto di lavoro, anche perché spesso il lavoro di compagni e mariti è più fragile. Ma spesso decidono, per questo motivo, di non mettere al mondo figli. Bisogna notare che l’aver figli è un dramma per le donne italiane, non per altre donne europee: il tasso di occupazione femminile resta invariato in Francia e in Olanda nel caso in cui le lavoratrici abbiano figli, mentre in Italia cala del 6,8 per cento nel caso di un figlio e del 15,7 per cento nel caso di due figli. Questo tipo di mentalità è contronatura e porterà, a lungo andare, al collasso dell’Italia, collasso peraltro già iniziato. La maledetta tendenza tipicamente italiana di non riuscire a guardare il futuro è qui ben evidenziata. si pensa al presente dell’azienda e non si guarda al futuro della nazione. Il caso di Stefania è tutt’altro che isolato, e la mentalità darwinistica della mamma come peso è tutt’altro che isolata.

Il sottoscritto, parlando sul treno che lo portava verso Milano con una imprenditrice, sentì questa affermare che le ragazze sono dei potenziali pesi in quanto spesso si fidanzano. Quindi c’è pure il rischio che si sposino. E quindi c’è il rischio che abbiano figli. E tutto questo processo, che è un processo naturale, è visto come un rischio. Una ragazza di mia conoscenza si sentì vietare dal datore di lavoro il matrimonio per un certo numero di anni.
Ecco come muore l’Italia. L’ Italia senza vie di mezzo: o muore perché non ha lavoro (la crescente disoccupazione ovviamente non consente di mettere al mondo figli), o muore di troppo lavoro. Il “lavoro totale” che impedisce una vita privata. Guardiamo l’Asia, dove esistono dei veri kamikaze del lavoro: il Giappone, ex superpotenza economica in declino, è il Paese demograficamente più anziano del mondo. La Cina, superpotenza economica emergente la cui crescita è basata sul lavoro di milioni di schiavi, è terrorizzata dall’invecchiamento della sua popolazione e il governo ha fatto marcia indietro sull’abominevole politica del figlio unico. Ma questa marcia indietro non basta a frenare questo invecchiamento che potrebbe rallentare la crescita economica e portare a forti disordini sociali, temutissimi da Pechino.

Benedetto XVI ha indicato, nella magistrale enciclica Caritas in Veritate, la scarsa attenzione per le vite future come una delle principali minacce per il mondo. L’unico livello che ovviamente sembra preoccupare i cosiddetti “grandi” della Terra è quello economico: ma se una sovrappopolazione può essere una minaccia per via del fatto che le risorse potrebbero non bastare, la scarsa natalità sicuramente porterà ad un brusco arresto dello sviluppo economico, per via del calo di popolazione attiva. Ma vi sono gravi conseguenze anche sulpiano etico, umano, sociale: l’avere figli non è un dovere, è un diritto. L’impedire di avere figli è una politica disumana e aberrante, è un’autentica violazione dei diritti umani. Una violazione non palese come quella della politica del figlio unico cinese, ma più sottile, subdola e, per questo, forse più terrificante. E’ il darwinismo economico-sociale propugnato da Herbert Spencer quando teorizzò la “sopravvivenza del più adatto”. la neomamma, soggetto debole e meno produttivo, soccombe. Anche perché costa, e questa politica del misurare gli esseri umani in base al “costo” è un qualcosa che si sta nuovamente affermando, e che deve far tintinnare più di un campanello d’allarme.
Questo può portare a gravi squilibri anche sociali, in quanto prima o poi le donne rivendicheranno anche il loro diritto ad una vita sentimentale e privata. E non solo le donne.

Milano è il cuore economico d’Italia. Milano è altresì la città più vecchia d’Italia, a crescita zero o sotto zero.  Come si può pensare che continui ad essere un motore economico se la popolazione giovane decresce?
Stefania, manager, ha compreso la lezione: “Questa esperienza mi ha cambiata. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. ‘Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro’ mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore”.

Stefania ha compreso che non c’è ambizione di carriere che valga quanto un figlio, che valga qualto una vita.
Good luck Stefania. In un mondo senza cuore come quello attuale la tua battaglia può apparire come quella di don Chisciotte contro i mulini a vento. Ma vale la pena tentare. E battersi perché la propria figlia possa vivere in un mondo più decente ed umano è la sola battaglia che vada la pena di essere combattuta. E’ un battaglia d’amore.