Gli ultimi dati Istat dicono infatti che il tasso di attività femminile è addirittura in calo – 46,1% nel 2010 contro il 47% del 2008 -, ben lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione Europea che chiedevano per il 2010 un tasso del 60%.

Ci sarebbe molto da dire sul fatto di identificare automaticamente il tasso di attività femminile con il progresso della società, ma qui ci interessa riprendere questo dato per un’altra osservazione.

Non può infatti sfuggire che a un basso tasso di attività femminile in Italia corrispondano tassi di fertilità tra i più bassi d’Europa. Sono due dati in aperta contraddizione con un’idea largamente diffusa secondo cui si mettono al mondo pochi figli per la difficoltà delle donne di conciliare il lavoro con la famiglia. Tanto è vero che è proprio su questo principio che si fondano le politiche sociali dell’Unione Europea che chiedono maggiore flessibilità nel lavoro, maggiore disponibilità di servizi (vedi asilo nido) e via di questo passo.

In effetti le difficoltà per le donne che lavorano ci sono e come, soprattutto in Italia, tanto è vero – sono sempre dati Istat – che tra le madri che lavorano il 15% abbandona l’impiego dopo il primo figlio (la metà contro la propria volontà), percentuale che si impenna per le madri con tre o più figli. Da un punto di vista generale però l’incidenza di queste difficoltà sui tassi di fertilità è sostanzialmente marginale o comunque non decisiva. E lo dimostra anche il fatto che nei Paesi nord europei, dove c’è una lunga tradizione di stato sociale che agevola in tutti i modi il ritorno delle madri al lavoro, i tassi di fertilità – per quanto più alti che in Italia – sono comunque ben al di sotto del livello di sostituzione, ovvero 2, 1 figli per donna.

Dunque il motivo principale per cui non si mettono al mondo i figli non è economico e non è neanche legato alle difficoltà nel mondo del lavoro.

Dov’è dunque il problema? Anche se non è facilmente misurabile dalle statistiche, non c’è alcun dubbio che il motivo principale che incide sui tassi di fertilità sia culturale. L’apertura alla vita non è qualcosa di monetizzabile: chi ama la vita, chi ha una speranza sul futuro, chi vive a fondo un rapporto di amore “desidera” avere figli e non ci sono condizioni sociali ed economiche che tengano. Al massimo, le condizioni esterne incidono sul numero dei figli facendo più o meno coincidere il loro numero con quello desiderato. Vale a dire: coppie che hanno come ideale quattro figli possono decidere di fermarsi a due o 3 se le condizioni economiche e sociali creano problemi, ma certamente non decideranno di non averne.

Allo stesso modo chi si concepisce come l’inizio e la fine della storia, chi è chiuso agli altri, chi non vede un futuro oltre la propria vita, non avrà alcun desiderio di generare figli, anche avendo le migliori condizioni economiche. Non c’è un assegno sufficiente a compensare la fatica di tirare su dei figli così come non c’è nulla che possa ripagare della gioia di tirare su dei figli.

Non è un caso che il tasso di fertilità delle famiglie che seguono una religione – non solo quella cattolica – sia più alto della media. Lo ha sintetizzato alcuni anni fa l’economista americano Nicholas Eberstadt, spiegando la differenza di tassi di fertilità tra Europa e Stati Uniti: «Se mettiamo a confronto le ricerche comparate sulla fertilità negli Usa e in Europa, troviamo che la differenza è soprattutto nei valori e nel credo religioso. Le famiglie “religiose” in Europa hanno tassi di fertilità analoghi alle famiglie “religiose” negli Stati Uniti, e lo stesso vale per le famiglie e coppie “non religiose”. La differenza nei tassi di fertilità, dunque, sta soprattutto nel fatto che negli Usa ci sono più persone che seguono una religione».

Cosa vuol dire questo? Che se si vuole davvero invertire la tendenza demografica è su questo fattore culturale e religioso che bisogna concentrarsi. E questo vale soprattutto per la Chiesa. Vale in particolar modo per tanti vescovi che spesso hanno la tentazione di spiegare ai governi cosa devono fare per aiutare la famiglia e la natalità, ma sono poi i primi a non credere fino in fondo che il primo contributo alla natalità sia l’evangelizzazione, sia l’annuncio di una speranza che si fonda su una certezza presente, sperimentabile. Ciò che è la missione propria della Chiesa, la sua identità.

Certo, lo scopo dell’evangelizzazione non è generare più figli, questa è solo una conseguenza. Ma se nell’affrontare il tema della natalità non si ha chiaro dove sta il nodo centrale, è il segno che non si crede che Cristo sia davvero la risposta all’uomo nella sua totalità.

di Riccardo Cascioli
Tratto da La Bussola Quotidiana