Il ginecologo, che è obiettore di coscienza, è accusato di omissione d’atti d’ufficio • Ma replica: tutto regolare, fu la signora a non volere l’assistenza prevista da noi
di Domenico Pantaleo
Tratto da Avvenire del 14 gennaio 2011

La Procura della Repubblica di Mes­sina ha inviato un avviso di chiusu­ra indagini a un medico di guardia della clinica di Ostetricia e Ginecologia del Policlinico Universitario di Messina, ac­cusato di omissione di atti d’ufficio per es­sersi rifiutato di assistere una partoriente che doveva eseguire un aborto «terapeu­tico». I fatti, per i quali il medico è accusato, si sono verificati la notte tra l’11 e il 12 giu­gno dello scorso anno. La puerpera l’8 giu­gno aveva eseguito un’ecografia dalla qua­le si evidenziavano gravi complicazioni. Esame ripetuto anche il giorno successi­vo nella speranza di poter smentire il pre­cedente. Anche in questo caso sembre­rebbe che l’ecografia avesse confermato quanto diagnosticato in precedenza. La donna, quindi, 37 anni, già mamma di due bambini di dieci e sette anni, considerate le gravi patologie del feto decise di pro­grammare un aborto presso la clinica di O­stetricia e Ginecologia del Policlinico del­la città dello Stretto. L’11 di giugno la puer­pera si ricoverò e i medici iniziarono la sti­molazione farmaceutica, che l’avrebbe portata a effettuare l’aborto. Durante la serata la donna si aggravò e iniziò ad ave- re forti dolori che la spinsero a chiedere l’intervento del medico. Secondo la de­nuncia presentata dalla stessa puerpera, il medico si sarebbe rifiutato di seguirla poiché obiettore di coscienza. Nella not­te la donna partorì il feto nel bagno.

Diversa è invece la versione dei fatti for­nita dal medico di guardia. «L’obiezione di coscienza – ci ha detto il medico inda­gato, che preferisce mantenere l’anoni­mato – consiste nel fatto che il medico o­biettore non può indurre il travaglio a­bortivo sia per interruzione volontaria di gravidanza, o per aborti “terapeutici”. Dal momento in cui un altro medico, non o­biettore, ha indotto i travagli abortivi, cia­scun medico, anche se obiettore, finisce di essere obiettore». L’induzione farmacolo­gica al travaglio di parto abortivo, me­diante l’uso di prostaglandine, era stata già effettuata circa otto ore prima che il medico indagato entrasse in servizio. «Io ho montato alle 20. 30, mentre la donna e­ra stata già stimolata la mattina. Ho ese­guito tutti i protocolli atti a seguire sere­namente la paziente – ha detto il medico – secondo la deontologia medica e mora­le. Più volte la puerpera è stata invitata ad andare in sala travaglio, ma si è rifiutata. Nella sala travaglio vengono continua­mente monitorizzate tutte le pazienti e anche il personale medico specializzato si trova sempre in sala travaglio».

«La donna – ha proseguito il medico – si è rifiutata perché voleva che la madre la se­guisse in sala travaglio. Per ovvie ragioni è vietato l’ingresso agli estranei nelle sale o­peratorie. La notte tra l’11 e il 12 giugno la donna ha abortito nel bagno, aiutata dal­la madre. A quel punto – ha concluso il racconto il medico – ho messo in atto tut­ti i protocolli, e predisposto il bambino per l’autopsia durante la stessa nottata, e la placenta per lo studio autoptico». Il me­dico, comunque, intende sottolineare che per lui «la vita è sacra, e non intendo fare certe cose. Quando sono entrato in servi­zio, nel 1978, ho comunicato al rettore del Policlinico universitario, alla direzione sa­nitaria, alla procura della Repubblica e al­l’Ordine dei medici, che ero obiettore di coscienza, e chiedo di essere rispettato».