Può un bambino avere tre genitori? Per la natura no ma per i giudici della Corte europea dei diritti umani evidentemente sì. Risponde con una provocazione alla provocatoria sentenza dei magistrati di Strasburgo, il sociologo Pierpaolo Donati, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna, che da decenni ha fatto della famiglia l’oggetto privilegiato delle proprie ricerche.

«Anche questa sentenza – dice – va nella direzione di un’ulteriore confusione nelle relazioni familiari. In questo caso abbiamo addirittura la situazione paradossale di un bambino con tre genitori: due naturali e uno artificiale, a lui completamente estraneo. Da questo punto di vista, non mi pare proprio che la decisione dei giudici europei tenga conto dell’interesse del minore. Anzi, questo piccolo crescerà con una grande confusione in testa».

In questo caso, ad essere penalizzato è anche il padre naturale del bambino, che vede prevaricati i propri diritti di genitore. «Il principio di genitorialità non viene mai meno», ricorda Donati, che si chiede sulla base di quali norme sia stata dichiarata l’adottabilità del piccolo.

«Anche sul piano strettamente giuridico – riprende il sociologo – mi pare che la Corte vada ben oltre i propri confini, violando il principio secondo cui il diritto familiare è appannaggio dei singoli Stati membri. Oltre che fortemente ideologica, questa sentenza mi sembra prevarichi un principio consolidato del diritto comunitario».
Cancellare la diversità tra maschile e femminile, come fa la sentenza che sostanzialmente equipara la coppia omosessuale a quella eterosessuale, per Donati è un atteggiamento foriero anche di gravi danni per l’intera società e non soltanto per la «forma naturale della famiglia», fondata su «una coppia uomo-donna stabile e aperta alla generatività». Donati parla del «genoma sociale» proprio della famiglia, concetto che ha sviluppato anche nel libro “La famiglia. Il genoma che fa vivere la società”, in uscita in queste settimane per Rubbettino edizioni.

«Il genoma familiare fondato sulla relazione tra un uomo e una donna – ricorda Donati – è un fatto sociale imprescindibile, perché intorno a questa polarità tra maschile e femminile si fondano codici simbolici fondamentali per il pensiero umano. Annullare la differenza tra maschile e femminile – riprende lo studioso – comporta l’alterazione della capacità stessa delle persone di percepirsi come uomo o come donna e di avere relazioni sociali significative. Questa distorsione provoca anche una grave mutazione antropologica, contribuendo alla realizzazione di una società “anomica”, cioè priva di norme. Questi sono i rischi a cui andiamo incontro perseverando sulla strada indicata dai giudici di Strasburgo».

Nel suo libro, dopo aver ricordato che «la famiglia non esiste senza la differenza sessuale», Donati ribadisce che «essere maschi o femmine non è una modalità superficiale e arbitraria di vivere delle scelte individuali a piacimento, ma una modalità necessaria di esprimere se stessi come persone autentiche». Cioè di essere autenticamente umani.

Dobbiamo evitare, spiega ancora il sociologo bolognese, di cadere in una «trappola»: quella di difendere l’identità maschile e femminile solo perché biologicamente legata alla riproduzione umana. Questa, ricorda Donati, «è senz’altro una verità», ma se viene posta come unica risposta vera «non ci fa capire né la sessualità umana né la ragione più profonda della diversità tra uomo e donna». Che non esiste solo a fini riproduttivi ma «per realizzare l’umano attraverso una dualità originaria in tutti gli ambiti di vita». A partire dalla «reciprocità interpersonale» che è la «vocazione originaria» dell’essere maschi o femmine e che si realizza, conclude Donati, «mediante il dono di sé rispettivamente come uomo e come donna».

Paolo Ferrario da www.Avvenire.it