La cultura come coscienza e identità di un popolo
di Francesco Motto
Tratto da L’Osservatore Romano del 30 gennaio 2011

Nelle librerie sono ormai sempre più numerosi i volumi sui 150 anni dell’Unità d’Italia. A breve, altri due illustreranno il contributo dato da don Giovanni Bosco, dai salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice a “fare gli Italiani, ” dopo che l’Italia era stata fatta in un modo certamente non condiviso dal santo di Torino. Sul suo apporto personale all’identità italiana non esiste, tuttavia, dubbio alcuno. Gli si riconosce di aver portato alla ribalta nazionale la “questione giovanile” e lo si colloca nella collana “L’identità italiana” volta a presentare “la nostra storia: gli uomini, le donne, i luoghi, le idee, le cose che ci hanno fatti quello che siamo”.

Che la nostra identità abbia radici nel passato e che, prima ancora del carattere politico assunto con il Regno d’Italia nel 1861, da secoli abbia un suo carattere nazionale linguistico, religioso, letterario, artistico è indubitabile.

Può essere allora interessante e anche inedito vedere l’apporto di don Bosco a tale italianità già nel quindicennio precedente l’Italia unita. Del resto nel 1846 indicava alla massima autorità di Torino che egli intendeva insegnare ai suoi ragazzi quattro “valori”: l’amore al lavoro, la frequenza dei santi sacramenti, il rispetto a ogni superiorità e la fuga dai cattivi compagni. Li avrebbe successivamente sintetizzati nella celebre espressione “onesto cittadino e buon cristiano”

Nel 1845 pubblica dunque un volume di 400 paginette: la Storia ecclesiastica ad uso delle scuole, utile ad ogni ceto di persone. In evidenza sono subito due dimensioni: quella religiosa e quella di taglio giovanile e popolare. Gli ecclesiastici, gli studiosi, le persone colte, gli allievi delle (poche) scuole superiori avevano già a loro disposizione grossi volumi; non così sempre i ragazzi delle scuole inferiori, dei collegi, dei piccoli seminari; non così i giovanotti semianalfabeti che frequentavano le scuole festive e serali; non così la gran massa della popolazione semianalfabeta dell’epoca. Quella di don Bosco non ha nulla a che vedere con le storie dotte e con quelle pure similari di Antoine-Henri de Bérault-Bercastel, di Réné F. Rohrbacher, di Johann J. I. von Döllinger. L’obiettivo che si propone è educativo, apologetico, catechistico: formare religiosamente i lettori, soprattutto i giovani studenti, con una bella storia, dando spazio ai “fatti più luminosi che direttamente alla Chiesa riguardano”, soprattutto ai papi e ai santi, tralasciando o appena accennando i “fatti del tutto profani e civili aridi o meno interessanti, oppure posti in questione”. L’Educatore. Giornale di educazione e di istruzione primaria lo recensiva positivamente, sottolineandone il principio educativo sotteso (“illuminare la mente per rendere buono il cuore”) e apprezzandone il periodare “schietto e facile”, “la lingua abbastanza pura”e “la sparsa unzione, che dolcemente ti commuove e alletta al bene”, Il volume ebbe 25 edizioni-ristampe fino al 1913.

Non passano due anni che don Bosco dà alle stampe un’opera analoga, ossia La storia sacra per uso delle scuole, utile ad ogni stato di persone, arricchita di analoghe incisioni. Come sempre, onde “giovare alla gioventù”, l’autore si prone la “facilità della dicitura e popolarità dello stile”, anche se con ciò non può garantire “un lavoro elegante”. I modelli ancora una volta sono libriccini esistenti sul mercato. Il volume è ben accolto dalla critica. Sul citato periodico di pedagogia torinese un maestro scrive che apprezza tanto l’opera al punto da adottarla e da consigliarla ai suoi colleghi: “I miei scolari vanno a ruba per averla nelle mani, e la leggono con ansietà e non rifiniscono di presentarla agli altri e di parlarne, chiaro segno che la capiscono”. Tale comprensione è dovuta, a giudizio del maestro, alla “forma di dialogo” e alla dicitura “popolare, ma pura ed italiana”.

Potrebbe essere stato questo apprezzamento uno dei motivi per cui don Bosco, sul finire del 1849, avanza richiesta alle autorità scolastiche del regno di adottare come testo scolastico un suo Corso di Storia Sacra dell’Antico e del Nuovo Testamento che intende “pubblicare, adorno anche di stampe, in modo acconcio per l’ammaestramento delle scuole elementari”.

La domanda in un primo momento parve poter venire accolta favorevolmente, stante “l’assoluta mancanza di un libro migliore”. Nel corso della seduta del consiglio superiore della Pubblica istruzione del 16 dicembre 1849 si esprimono sì delle riserve “dal lato dello stile e della esposizione”, ma esse vengono compensate dalle “opportunissime considerazioni morali” e dalla “necessaria chiarezza” che fa “emergere assai bene dai fatti i dogmi fondamentali della religione”. L’intervento critico e autorevole del relatore don Giuseppe Ghiringhello fa però mutare opinione allo stesso consiglio per i “molti errori grammaticali e ortografici”, che rendono “meno utile quel lavoro per altro verso assai commendevole”. Evidentemente le esigenze del teologo Ghiringhello docente di Sacra Scrittura nella facoltà teologica della città non erano quelle dei maestri di scuole elementari (e di don Bosco), quotidianamente alle prese con fanciulli appena alfabetizzati, che normalmente si esprimevano in dialetto. La “fortuna” dell’opera è comunque notevole se alla morte di don Bosco (1888) le edizioni-ristampe sono arrivate a 19, e tante altre sarebbero state immesse sul mercato editoriale e scolastico fino al 1964.

Alla trilogia mancava ancora una storia, quella d’Italia che peraltro era richiesta dall’aria che si respirava. Ed ecco don Bosco darla alle stampe nel 1855: La storia d’Italia raccontata alla gioventù da’ suoi primi abitatori sino ai nostri giorni, corredata da una carta geografica d’Italia. Questa volta la narrazione, che attinge come sempre ai compendi e manualetti dell’epoca, è più limpida del passato, dal momento che l’autore è ormai allenato da un decennio a scrivere. Sono però sempre pagine di uno scrittore che si adegua all’intelligenza dei suoi lettori, di un sacerdote che vuole presentare fatti fecondi di ammaestramenti spirituali, di un educatore di giovani “poveri ed abbandonati” che non fanno storia, ma la subiscono dalla prepotenza dei grandi. Non se ne rese conto Benedetto Croce 60 anni dopo quando – nonostante il rispettabile successo di ben 31 edizioni fino al 1907 – per la presenza di certe pagine lo definisce un “povero libro reazionario e clericale”, mentre il coevo ministro cavouriano Giovanni Lanza lo encomia. Niccolò Tommaseo ne tesse gli elogi, pur notando che “non tutti i giudizi di lui sopra i fatti a me paiono indubitabili né i fatti tutti esattamente narrati”, ma senza tacere che “non pochi de’ moderni (…) nella storia (…) propongono a se un assunto da dover dimostrare e quello perseguono dal principio alla fine; e a quello piegano e torcono i fatti e gli affetti”. Alla triplice storia si può accostare il fascicolo Il sistema metrico decimale ridotto a semplicità, preceduto dalle quattro prime operazioni dell’aritmetica, ad uso degli artigiani e della gente di campagna, rieditato nel dicembre 1849 alla vigilia del definitivo mutamento dei sistemi di misura in Piemonte (1° gennaio 1850). L’intento è sempre quello di insegnare in prospettiva educativa e moralistico, ma ciò che più interessa è il fatto che esso è pure rappresentato come commedia brillante in tre atti. Se ne conservano i dialoghi, ma non la sceneggiatura, anche se sappiamo che “variava sempre l’aspetto delle scene, ora rappresentando una bottega, ora un’officina, ora un’osteria, ora un’aperta campagna o la casa di un fattore. Erano recati in vista, e adoperati i nuovi e vecchi pesi, le vecchie e le nuove misure; primeggiava eziandio in mezzo il globo terracqueo (…) Talora il palco aveva l’aspetto di scuola co’ suoi cartelloni, il pallottoliere e la lavagna (…) Coloro che rappresentavano gli scolari erano vestiti chi da contadino, chi da brentatore, chi da cuoco, chi da signorotto di campagna e altri in altre fogge. Un mugnaio era tutto bianco per la farina, un fabbro tutto nero per la polvere e il fumo del carbone. Gli spettatori godevano un mondo di queste scene e ancor più i giovanetti”.

Fu un successo, stante anche il clima di comprensibile ansietà di un’opinione pubblica scarsamente istruita che dava al lavoro una cornice di straordinaria attualità e attesa. Nel lasciare la sala dello spettacolo il celebre abate Ferrante Aporti avrebbe commentato: “Bosco non poteva immaginare un mezzo più efficace per rendere popolare il sistema metrico decimale; qui lo si impara ridendo”. “Ragazzi di strada”, pressoché analfabeti, che diventano attori e docenti di una materia nuova e ostica, mezzi scenografici estremamente semplici che costituiscono il supporto per conferire all’apprendimento scolastico solidità e concretezza e allo spettacolo la naturale drammatizzazione: ce ne è a sufficienza per definire il “teatrino di don Bosco” come una scuola viva, coinvolgente, antesignana di una futura didattica partecipata e di nuovi mezzi espressivi.

Dunque ancor prima del 1861 don Bosco investe sulla massa dei giovani, perché il domani della società italiana sta nelle loro mani; per la loro formazione investe sulla storia d’Italia, perché la casa comune italiana ha radici ben più antiche dello Stato unitario; investe sulla fede cattolica perché è convinto che essa sia l’anima profonda del Paese; investe sull’italiano semplice, popolare, perché non c’è cultura nazionale senza lingua che tutti possano capire; investe sull’arte, anche se poverissima di mezzi, messa a servizio dell’educazione e del gusto estetico dei giovani di cui nessuno o quasi si interessa.