Domenica prossima, alle ore 9.30, Benedetto XVI presiederà la Santa Messa nella Basilica Vaticana e conferirà l’Ordinazione presbiterale a 14 diaconi della diocesi di Roma. Gli ordinandi sono alunni del Collegio Redemptoris Mater, del Seminario Romano Maggiore e dell’Almo Collegio Capranica, con un candidato al sacerdozio appartenente all’Ordine Teutonico. In quanto alla nazionalità, dieci diaconi sono italiani, mentre gli altri provengono dall’India, dal Giappone, dal Cile e dalla Germania. Per una riflessione sull’importanza di questo evento, che avviene a pochi giorni dalla conclusione dell’Anno Sacerdotale, Alessandro Gisotti ha intervistato mons. Giovanni Tani, rettore del Seminario Romano Maggiore:

R. – Trovandoci alla conclusione di quest’Anno Sacerdotale, siamo certamente carichi anche di un percorso dove il sacerdozio è stato al centro delle nostre riflessioni. Quest’anno, è stata particolarmente accentuata quest’attenzione. Nel nostro seminario abbiamo intitolato l’Anno con una frase del Curato d’Ars: “Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”. Il Papa, nella Messa conclusiva, ha parlato della grandezza e della bellezza del sacerdozio. Il testo è in questi giorni oggetto di riflessione da parte di questi diaconi che si preparano all’ordinazione, perché il cardinale Vallini, che tiene loro la riflessione degli esercizi spirituali, vuole seguire questo testo dell’omelia del Papa.

D. – Sono quattro i diaconi del suo Seminario che saranno ordinati domenica dal Papa. Come viene vissuta questa attesa dai futuri sacerdoti e come anche vive questa attesa la comunità del suo seminario?

R. – E’ una circostanza che nell’anno si ripete più volte. Siamo già nel periodo delle ordinazioni: domenica sarà vissuta qui a Roma, ma è già stata vissuta in altre parti di Italia e del mondo, perché noi abbiamo alunni anche dall’estero. E’ sempre una festa il celebrare il motivo ultimo della nostra vita in Seminario, la formazione al sacerdozio. C’è poi un aspetto che è molto importante anche per il futuro di questi giovani ed è l’amicizia, che crea una particolare solidarietà fra di loro e che si sperimenta in vari modi e in varie circostanze durante la vita sacerdotale. L’amicizia è uno degli elementi forti che sostengono la vita sacerdotale.

D. – Quali sono, secondo lei, le sfide più urgenti che questi ordinandi dovranno affrontare già da lunedì prossimo?

R. – Certamente, il mondo guarda al prete con un misto di ammirazione e stupore da una parte e di incredulità dall’altra. I problemi di quest’anno – la pedofilia, l’attaccamento al denaro – ci accomunano di fronte agli occhi di molti – non dico di tutti, ma certo di molti – in un’unica realtà di persone poco credibili ed ambigue. Io ho, però, la testimonianza di molte comunità parrocchiali, dove la stima verso i sacerdoti è grande per quello che vivono e per come lo vivono. Io credo che la sfida più grande, che noi preti siamo chiamati a vivere, sia proprio quella della fede. Il prete, e del resto anche il cristiano, si regge sulla forza di Dio. La cultura che ci circonda dimentica Dio o comunque cerca di renderlo talmente distante da far azzerare quella che può essere una esperienza di Lui. La sfida grande è la fede, è una fede che diventa fedeltà, è una fedeltà che si regge con la forza della preghiera. La sfida è saper ritrovare di continuo i motivi di una scelta e vivere questa scelta in un dono di sé agli altri e senza troppi calcoli.