di Evandro Agazzi Presidente della Académie internationale de philosophie des sciences

Volge ormai al termine questo 2009 contrassegnato da due anniversari “rotondi” ed entrambi significativi per una ripresa delle discussioni sui rapporti fra scienza moderna e religione:  i 400 anni dalle prime scoperte astronomiche di Galileo (1609) e i 200 anni dalla nascita di Darwin (1809), che coincidono anche con i 150 anni dalla pubblicazione della sua opera fondamentale, L’origine delle specie (1859). A dire il vero, il 1609 non ha proprio nulla a che fare con il caso Galileo, i cui momenti storici salienti furono il primo processo del 1616 e il secondo (con condanna) del 1633, e le stesse prime osservazioni astronomiche del 1609 furono solo l’inizio di una serie che culminò l’anno dopo con la pubblicazione del Sidereus nuncius, opera nella quale si profila l’attacco alla cosmologia tolemaica. Ma anche considerando gli anniversari darwiniani non si può fare a meno di notare che, dietro la pletora di commemorazioni e manifestazioni che hanno contrassegnato un po’ in tutto il mondo questo anno darwiniano, emerge la tendenza a far coincidere tout-court evoluzionismo e darwinismo, rafforzando la convinzione che nell’Ottocento quella di Darwin fu l’unica teoria dell’evoluzione scientificamente dignitosa e che, oggi, lo stesso si deve ripetere per il neo-darwinismo. C’è dunque più di una ragione per stupirsi che venga passato praticamente sotto silenzio il fatto che la prima teoria dell’evoluzione scientificamente argomentata e dignitosa sia stata esposta in forma ampia e sistematica dal francese Jean-Baptiste Lamarck proprio nel 1809 e che grazie alla presenza e alle discussioni che questa teoria incontrò in un arco di cinquant’anni, l’Origine delle specie di Darwin poté contare su un terreno ben preparato per il suo stesso incontestabile successo.

Perché allora questi accostamenti un po’ forzati, questi silenzi, queste sottolineature? Non sembra difficile trovare una risposta:  il caso Galileo e il caso Darwin sono gli esempi paradigmatici (a dire il vero, gli unici due esempi) che vengono addotti da almeno un buon secolo a questa parte come prove storiche del contrasto insanabile che esiste fra scienza e religione. Chi sostiene questa tesi non si lascia impressionare dal fatto che lungo tutta la plurimillenaria storia dell’Occidente (ma anche fuori dall’ambito della civiltà occidentale) scienza e religione si sono sempre armonizzate (sotto qualunque forma venisse intesa la scienza). Infatti, applicando uno schema positivista altrettanto diffuso quanto semplicistico e storicamente privo di fondamento, si sostiene che ciò era vero in stadi primitivi e immaturi della storia umana, mentre, dopo l’avvento della modernità, si è capito che l’unica forma di conoscenza autentica è quella scientifica, la quale è in grado, anche grazie alle sue applicazioni tecnologiche, di risolvere tutti i problemi conoscitivi e pratici dell’uomo.
Questa vera e propria ideologia, comunemente denominata scientismo, non si accontenta di affermare una presunta superiorità delle scienze sopra ogni altra forma di sapere, ma aggiunge che il progresso dell’umanità, basato sullo sviluppo scientifico e tecnologico, esige una lotta senza quartiere contro quegli atteggiamenti mentali, quelle visioni della realtà e quelle forme di vita che sono diverse dalla tecnoscienza e, in modo particolare, contro la religione. Si produce in tal modo un fenomeno di per se stesso scontato:  l’ateismo, che è sempre esistito nella storia umana e ha utilizzato per sostenere la sue “ragioni” argomenti storicamente disponibili sul terreno del senso comune o di certe filosofie, ha ampiamente fatto ricorso alla scienza moderna, quando questa si è costituita, facilmente aiutato dal fatto che questa, per propria consapevole scelta metodologica, si limita a considerare gli aspetti materiali ed empiricamente accessibili della realtà.
Quella attuale è per l’appunto una situazione del tipo appena descritto. Nella nostra cultura secolarizzata il prestigio intellettuale e sociale della tecnoscienza è molto elevato e l’ateismo non è soltanto una convinzione personale di molti, ma anche una forma di militanza intellettuale e sociale ben organizzata, che in particolare utilizza la scienza come arma privilegiata di attacco contro la religione. D’altro canto sono esistiti e continuano a esistere anche atteggiamenti intellettuali e movimenti di segno opposto:  molti credenti hanno ritenuto di utilizzare la scienza come strumento apologetico, ossia come fonte di argomenti per dimostrare l’esistenza di Dio. Non c’è da stupirsi pertanto che, di fronte alla riproposta del caso Galileo e del caso Darwin si siano riaccese dispute che sembravano storicamente superate. Per questo l’Istituto Niels Stensen di Firenze, noto per un’attività culturale interdisciplinare che conduce da molti anni, ha organizzato nel 2009 due iniziative di alto livello:  il congresso internazionale di studio su “Il caso Galileo” a fine maggio (con la collaborazione di diciotto istituzioni accademiche italiane, vaticane e internazionali) e un convegno internazionale su “Evoluzionismo e religione” dal 18 al 21 novembre, con la collaborazione dell’Académie internationale de philosophie des sciences e dell’Académie internationale des sciences religieuses.
Del congresso galileiano la stampa si è già occupata. Quanto al convegno dedicato all’evoluzionismo, lo scopo è stato quello di fare innanzi tutto chiarezza, districando il nodo di equivoci che si annida nel fatto di considerare determinate interpretazioni delle teorie evoluzioniste (favorevoli o contrarie a una prospettiva religiosa) come conseguenza logica delle teorie medesime e, quindi, come imposte dalla scienza. Da tale falsa convinzione segue il tentativo di combattere come scientificamente invalide le tesi delle teorie dell’evoluzione che sono addotte come premessa della tesi filosofica o teologica avversaria.
Pertanto la prima parte del convegno ha cercato di fare il punto sullo stato delle teorie dell’evoluzione dal punto di vista strettamente scientifico, attraverso le relazioni di scienziati come il premio Nobel Werner Arber, il presidente dell’Accademia austriaca delle scienze e biochimico evoluzionista Peter Schuster, l’ex direttore di un Istituto di biologia del Cnrs di Parigi Jules Ricard, ed epistemologi esperti nella trattazione delle nozioni di caso, complessità, finalità (come Paul Weingartner e Jesus Zamora). Sono seguite diverse analisi di tipo epistemologico e filosofico, tese a mostrare i vari aspetti e risvolti del concetto di evoluzione e delle diverse teorie dell’evoluzione, considerate su un terreno strettamente scientifico. Nello stesso tempo si è presa coscienza del fatto che le diverse teorie sin dall’inizio hanno incominciato ad avere influssi e ripercussioni sul piano intellettuale, culturale e filosofico più generale.
Questa parte, ha costituito una sorta di ponte verso il polo religioso-teologico, che ha occupato la parte finale dei lavori, secondo una scansione in certo senso classica. Si è cercato di vedere come una lettura non letterale dei testi biblici vetero testamentari e neotestamentari possa contenere prospettive in senso lato evoluzioniste (Jean-Marie Van Cangh e Michel Gourgues) e per altro verso si è esaminata storicamente la posizione assunta dalle Chiese cristiane nei confronti dell’evoluzionismo, caratterizzata da aperture e cautele.
Il fatto che concetti fortemente connotati in senso religioso come quello di creazione e di disegno divino sul mondo siano stati in passato e ancor oggi utilizzati strumentalmente come categorie scientificamente valide da parte di alcuni movimenti fondamentalisti di ispirazione cristiana è stato chiarito come un equivoco  da non favorire, in quanto le sedi appropriate in cui rivendicare la legittimità di concetti come quello di creazione e di disegno intelligente, anche riguardo al mondo naturale, sono il discorso metafisico e quello teologico, il che non esclude che un recupero corretto delle categorie di finalità e di strutture organizzate in vista di un fine intrinseco possa essere fecondo nelle scienze senza sottintesi di tipo soprannaturalistico.

(©L’Osservatore Romano – 25 novembre 2009)