di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 26 luglio 2010
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Fino a non moltissimi anni fa la persona che fra i 40 e i 50 anni si ritrovava ancora al di fuori del matrimonio era considerata sfavorita, in difficoltà. Il maturo “scapolone”, o la “zitella” erano viste di solito come immagini dell’insuccesso affettivo, che la maggior parte dei giovani cercava di evitare.

La solitudine – si pensava – non si addice ai capelli grigi. Oggi invece continua ad aumentare il numero degli sposati che, fra i 40 e i 50 anni, decidono di uscire dal matrimonio. A giudicare dalle ultime rilevazioni dell’ISTAT, relative al 2008, separazione e divorzio sono sempre meno misure riparatrici di un errore giovanile, e sempre di più “mature” decisioni di uscire dal legame coniugale e dalla famiglia che si era costruita nella prima metà della vita.

Il fenomeno, come l’intero incremento delle separazioni e divorzi, è molto più accentuato nel nord Italia che nel sud, dove la famiglia tiene di più come istituzione, ed anche come valore affettivo, e come dimensione culturale, antropologica. Nel 2008 le separazioni ogni 1000 matrimoni sono nelle zone del sud circa la metà che al nord; ed il loro incremento annuale è più lento. D’altra parte questa corsa alla rottura della coppia e della famiglia anche (e, per certi versi ormai soprattutto) nella piena maturità, appare sostenuta da fattori economici: ci si separa e si divorzia di più, e da più vecchi, nelle zone in cui si guadagna di più, dove il reddito pro capite è più elevato.

La separazione-divorzio rappresenta infatti, dal punto di vista economico, anche un costo, così come la famiglia (ce lo hanno spiegato tutti gli ultimi rapporti Istat), è probabilmente il maggiore strumento di risparmio e accumulo di capitale sociale degli italiani. A questo risparmio però, è anche riconosciuto dalle persone, più o meno consciamente, un valore culturale (appunto di “capitale sociale”), e affettivo, in quanto fattore di coesione del gruppo e della società. Particolarmente significativo è che il gruppo più numeroso tra chi si separa e divorzia sia passato dalla classe d’età dei 35-40 anni (com’era ancora nel 1995), a quella dei 40-44. Soprattutto se si tiene conto che anche le separazioni degli uomini over 60 sono nello stesso periodo più che raddoppiate, e quelle delle donne addirittura più che raddoppiate.

Si è detto che poiché la vita è diventata molto più lunga, è più difficile viverla tutta con un solo partner. Si potrebbe però sostenere anche il contrario. Vale a dire che questi decenni in più, con figli e nipoti ormai grandi e spesso lontani, potrebbero consentire ai coniugi di ritrovare una nuova e più profonda intimità, e tessere insieme una tela più ampia, più ricca, con maggiore forza ed energia. Utilizzando (se lo desiderano) anche i farmaci del sesso, ma per stare meglio nella coppia, non per affondarla, lanciandosi in un mare aperto non facile neppure per i giovani, ma assai poco sensato per vecchi, anche se ben portanti.

Uscire dalla coppia dove si è rimasti fino alla piena maturità rappresenta infatti un rischio, affettivo, economico, ed anche fisico. Gli USA, che hanno più lunga e vasta esperienza di noi di rotture matrimoniali, hanno monitorato con attenzione cosa succede dopo il divorzio, soprattutto in età non più freschissime. Numerose ricerche e statistiche delle maggiori università americane, oltre a quelle del perfetto Ufficio del censimento USA, documentano così come e perché chi rimane nel matrimonio conservi maggiore agiatezza economica, serenità affettiva, e infine viva di più, del collega divorziato, impegnato o no in nuove e incerte unioni.