Ecco quando nacque, era il ’77, la prima frattura sull’aborto tra pro life intransigenti e ribassisti
di Francesco Agnoli
Tratto da Il Foglio del 30 settembre 2010

In seguito al mio articolo sulla crisi del Movimento per la Vita (MpV), per quanto riguarda la sua attività culturale e latamente politica, ho ricevuto solidarietà da parte di esponenti storici del Movimento, ma anche di persone che sono entrate da pochi anni. Soltanto due amici, che stimo molto, hanno battuto il chiodo dell’unità: “dobbiamo stare uniti”, mi hanno spiegato e “tu rompi l’unità”. Vorrei ricordare che la storia del mondo pro life italiano è piena di divisioni, peraltro “naturali”, sin dal principio. Nasconderle sotto il tappeto non le elimina, anzi. Un episodio mi sembra centrale per capire quanto voglio dire. Siamo nel 1977, quando a Milano viene fondato il MpV. La legge 194, che legalizzerà l’aborto, non c’è ancora. Ma le associazioni che la intravedono all’orizzonte sono varie. Tra queste, oltre ad Alleanza cattolica, l’Associazione trentina della famiglia e l’Unione italiana delle iniziative civili. Ebbene, proprio nel 1977 il MpV, sotto la regia di un “gruppo di giuristi fiorentini”, lancia una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che vorrebbe prendere in contropiede il fronte abortista. Tale disegno di legge, dopo aver dichiarato all’art. 1 che “la Repubblica italiana tutela la vita umana dal suo inizio nel concepimento”, prevede, all’art. 21, la diminuzione delle pene per l’aborto di donna consenziente dalla metà ai due terzi, “se la gravidanza determina gravi difficoltà di ordine sanitario per la madre; se il concepimento è stato causato da violenza carnale; se sussiste rischio elevato di grave malformazione o malattia psichica del nascituro incurabile…; se la donna prima di commettere il reato si sia presentata a uno dei centri di accoglienza e difesa della vita…; se la gravidanza, il parto e la maternità determinino difficoltà economiche, familiari e sociali di notevole gravità”. Il disegno di legge prevede poi, all’art. 25, il “perdono giudiziale” per la madre, in determinati casi, per il padre, e, all’art. 26, anche per il medico abortista, purché l’aborto sia stato eseguito “senza fine di speculazione economica e nella ragionevole convinzione… che l’interruzione della gravidanza sarebbe comunque avvenuta senza adeguata assistenza sanitaria”. E’ chiaro che una simile proposta, in cui si apre all’aborto in seguito a violenza, a quello eugenetico, e ad altro ancora, violando il concetto di sacralità della vita, trova contrari i pro life disposti a collaborare col MpV, ma non su questo piano. Ecco perché alcune delle organizzazioni citate, con la collaborazione anche di qualche MpV locale, osteggiano la proposta “abortista” del MpV nazionale, sia perché proviene da chi deve farsi difensore a oltranza della vita nascente, sia perché si risolve in una “pratica, seppur larvata, depenalizzazione del delitto di aborto”.

Lo spirito di disarmo
Il progetto di legge, spiegano i dissenzienti, è in stridente contrasto, oltre che con se stesso (vedi art. 1), anche “con la carta dei diritti del bambino non ancora nato, redatta su iniziativa dello stesso Movimento per la vita, in cui si afferma che l’esistenza del nascituro deve essere tutelata ‘con la stessa forza’ di quella di ogni altro essere umano”. In più, oltre a diminuire enormemente le pene “rispetto a quelle previste dal codice penale vigente”, il disegno di legge del MpV introduce “delle circostanze attenuanti speciali di eccezionale latitudine applicativa e tali che, nella pratica, almeno una di esse potrà sempre venire invocata”; creando così “una sproporzione tra gravità dei reati e delle relative sanzioni, tale da deformare il valore e il senso della legge penale e da disancorarla dai fondamentali parametri del giudizio morale (in concreto sarà molto più rischioso prendersela a parole con un vigile urbano che versare il sangue di un innocente)”. Si stigmatizza, infine, lo strano “spirito di disarmo e di compromesso”, adottato dai difensori della vita prima ancora che l’ora della battaglia sia suonata. Siamo agli inizi e le divisioni sono già profonde, non solo sulla strategia, ma anche sulla sostanza. Alcuni movimenti per la vita europei, dal canto loro, condannano l’iniziativa del MpV italiano. Tra i vescovi italiani vi sono i silenziosi, i favorevoli al compromesso al ribasso, e i più pro life, come Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I. Luciani ritiene che chiamare il popolo cristiano a firmare un disegno di legge che apre, seppur moderatamente, all’aborto, sia ingiusto e pedagogicamente assurdo. Per questo dà così il proprio sostegno a quanti contestano il disegno di legge del MpV, temendo che il popolo cristiano possa finire per concepire l’idea di un aborto “per la vita”, di un aborto lecito giuridicamente e moralmente, proprio perché sostenuto da noti cattolici e con l’ausilio delle parrocchie. Tutte le divisioni ideali che nasceranno negli anni successivi, avranno sempre la stessa matrice: alcuni, in qualche caso gli stessi che proposero il disegno di legge di iniziativa popolare, disposti al compromesso, al “disarmo” prima della battaglia, anche sulla fecondazione artificiale; altri convinti che le battaglie, prima di arrendersi o di essere costretti al compromesso parlamentare, si combattono, per un dovere di verità e di testimonianza. Mantenendo alta la fiaccola della sacralità della vita umana, nella società, senza cedimenti.