Lettere al direttore – Avvenire – 3 ottobre 2010

Caro direttore,
il fatto: un docente di Armonia (armonia!), in riferimento ai “troppi” bambini disabili, ha scritto  su Facebook che «alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare, altro che balle. Non c’è più selezione naturale» e questa è divenuta notizia riportata su tutti i giornali, tanto che il ministro Gelmini avrebbe inviato gli ispettori nel suo Conservatorio. Ma lo scalpore e l’indignazione della stampa, e di certa gente, puzza così tanto di ipocrisia da risultare stomachevole. Infatti oggigiorno non nascono quasi più quei bambini che già nel seno materno (grazie ai – o, meglio, per “colpa” dei – moderni mezzi di indagine) risultano affetti da una qualche disabilità (magari solo un labbro leporino, chirurgicamente trattabile). Già, la madre che ha in grembo uno di questi bambini, e che quasi quasi ha desiderio di tenerselo, viene additata come una incosciente, che non ama abbastanza suo figlio («Ma signora, vuole farlo vivere nella sofferenza? E quanto costerebbe alla collettività?»): tanto che la “soluzione” dell’aborto le viene presentata come l’unica che una brava donna-madre-cittadina deve scegliere. Ignorando totalmente e calpestando quel poco (proprio poco) di buono che è previsto nella Legge 194/78, ovvero che l’aborto non può essere usato per fini eugenetici, né per la limitazione delle nascite. Almeno, quel docente è sincero, ma è disinformato: non sa che di bambini con disabilità non ne nascono quasi più perché vengono uccisi prima di nascere?
E, forse forse, mi verrebbe voglia di auspicare un ritorno simbolico alla Rupe Tarpea non certo per i bambini disabili (che nulla avevano a che fare con detta Rupe, ma venivano esposti, dagli spartani, sul Monte Taigeto perché morissero o fossero raccolti da altre popolazioni meno “militaresche”), ma per coloro (giornalisti, medici, assistenti sociali, parenti e familiari vari) che suggeriscono/impongono alla madre di abortire il figlio disabile: sono questi dei veri traditori (della vita, della collettività e dell’umanità) che, nella antica Roma, sarebbero stati condannati a quel supplizio. Auguri per il vostro lavoro e grazie per la boccata di ossigeno che Avvenire mi porta quotidianamente in casa.

Alessandro Bassi Luciani, Livorno

L’ispezione al Conservatorio di Milano, caro professor Bassi Luciani, è stata effettivamente disposta dal ministro Mariastella Gelmini. E credo che sia più che opportuna. Ma la sua serrata riflessione – di uomo e di medico – lo è altrettanto. Mi verrebbe da dire che la condivido in tutto, tranne che nel «forse, forse» e in quel che ne segue. Ma in realtà capisco perfettamente la sana indignazione e il paradossale intendimento che ha ispirato la sua evocazione del supplizio della Rupe Tarpea per i finti compassionevoli e per i parrucconi (vecchi e nuovi) del «politicamente corretto» in materia di disabilità e di aborto. Eppure, gentile professore, vorrei che certi signori e certe signore, che ci fanno la lezione sull’insignificanza dei bambini non nati, capissero una buona volta e per sempre che noi cattolici – come tante altre persone di retta coscienza e di autentica umanità – non siamo arrabbiati con loro per l’ostinazione con la quale parlano della vertiginosa tragedia dell’aborto come di un «diritto» e una «conquista» delle madri, ma siamo mobilitati contro un’ingiustizia totale e una sofferenza lancinante. Un’ingiustizia e una sofferenza che spezzano vite e insultano il cuore e la ragione.
© Avvenire – 3 ottobre 2010