di Gaetano Quagliariello
Tratto da L’Occidentale il 21 settembre 2009

C’è un rischio concreto: per affermare una concezione della libertà fondata sul riconoscimento di diritti individuali, in grado a loro volta di generare altri e sempre nuovi diritti, lo spazio per la politica si riduca fino al punto che essa, anziché essere considerata una risorsa, scada a ingombrante sovrastruttura.

La vicenda della sentenza emessa dal Tar del Lazio sulla direttiva Sacconi in tema di alimentazione e idratazione rappresenta, in tal senso, un caso emblematico.

Cosa è accaduto? La sentenza ha rigettato per difetto di giurisdizione il ricorso che contro la direttiva presentò a suo tempo il Movimento del Cittadino. Conseguentemente, ha confermato la validità dell’atto ministeriale. Non si è fermata qui, però. Per giungere a tale conclusione, ha sviscerato il merito del problema, sancendo quali diritti di rango costituzionale sarebbero messi in causa dalla direttiva Sacconi (da qui l’impossibilità del Tar a pronunciarsi). E poi l’estensore della sentenza, ancora non pago, si è spinto fino al punto di offrire il proprio parere nel merito, fornendo una “risposta” agli interrogativi “di rango costituzionale” sui quali si era appena dichiarato incompetente a esprimersi, commettendo una evidente invasione di campo e con la inevitabile conseguenza di entrare a gamba tesa nella discussione parlamentare sul ddl Calabrò, su cui si è giunti a sostenere – lo vedremo più avanti – che il Tar aveva espresso un verdetto di incostituzionalità!

Una palese forzatura, dunque; un parere, per quanto autorevole, privo di valore positivo, ha avuto il solo effetto pratico di confondere le acque traendo in inganno stampa, commentatori, politici. E che di “forzatura” si tratti si evince persino dall’imbarazzato comunicato emesso dall’Associazione dei giudici amministrativi, nel quale si stigmatizzano gli attacchi ricevuti. In esso si sostiene che l’aver preso in considerazione il merito della questione sarebbe stato giustificato dalla necessità di spiegare i motivi per i quali il giudice amministrativo ha riconosciuto la propria incompetenza. Non si chiarisce, invece, la ragione per la quale egli abbia avvertito l’insopprimibile bisogno di vestire i panni del giudice costituzionale. E questa omissione spiega la meraviglia per il fatto che chi non era d’accordo con l’opinione del giudice (per quanto autorevole, sempre un’opinione resta) l’abbia energicamente criticata.

Sarebbe stato più onesto ammettere che all’estensore della sentenza è sfuggita la mano. Può succedere, non è un dramma. Quel che invece dovrebbe far riflettere è l’atteggiamento di tanti politici che, pur di veder prevalere le loro opinioni, si sono dimostrati proni e pronti ad auto-negarsi le proprie prerogative, a svilire il ruolo della politica stessa e persino a spogliare il Parlamento delle sue funzioni.

Qualche esempio. Massimo D’Alema: “Spero che se ne tenga conto (del Tar, ndr), perché a mio giudizio quella sentenza tiene conto di un principio costituzionale di cui la legge approvata non tiene conto adeguatamente. (…) Io penso che questo richiamo che viene dalla sentenza del Tar del Lazio e che, ripeto, è un richiamo a un principio costituzionale, possa essere preso in esame con serietà nel prosieguo dell’esame della legge”. Ignazio Marino: “La sentenza del Tar del Lazio chiarisce molte ambiguità. (…) Il Tar infatti afferma che non è possibile imporre l’alimentazione e l’idratazione artificiale a un paziente, nemmeno nel caso si trovi in stato vegetativo permanente. (…) Per non incorrere nuovamente in queste ambiguità serve che il Parlamento voti una legge equilibrata sul testamento biologico. (…) La sentenza del Tar è importantissima perché chiarisce una volta per tutte che idratazione e nutrizione artificiali sono delle terapie e come tali devono essere considerate”. Benedetto Della Vedova: “La sentenza del Tar sancisce, di fatto, l’incostituzionalità del ddl Calabrò. Se, come ribadiscono i giudici amministrativi, non è costituzionalmente possibile trasformare idratazione e alimentazione in trattamenti sanitari obbligatori, a prescindere dalla volontà del paziente, il ddl Calabrò è da considerarsi irreversibilmente incostituzionale. Il legislatore, se davvero volesse imporre questo principio, dovrebbe cambiare la Costituzione”.

Sono affermazioni di questo tipo – e dispiace che provengano anche da esponenti del Popolo della Libertà – che trasformano lo sconfinamento di un giudice amministrativo del Lazio, giuridicamente innocuo, in una questione politico-istituzionale di primaria grandezza. Lo dico soprattutto a chi ha opinioni diverse dalle mie, nel centrodestra e nel centrosinistra, e ha pensato di usare la sentenza del Tar – anzi, le opinioni a latere di una sentenza di rigetto – per scardinare l’iter legislativo del ddl Calabrò: la si può pensare in modi diversi sul testamento biologico, sulla bioetica, persino sull’alimentazione e l’idratazione artificiali. In un grande partito è naturale che su questioni sensibili vi siano aree di dissenso, e sarebbe strano il contrario. Ed è ancor più naturale che questo accada fra schieramenti diversi.

Confrontiamoci dunque in Parlamento, negli organi di partito, nei dibattiti, di fronte all’opinione pubblica e dovunque vi sia lo spazio per un dialogo schietto ma leale. Evitiamo però di affermare, pur di portare acqua al proprio mulino, che l’opinione di un giudice amministrativo possa sancire l’incostituzionalità di una legge del Parlamento. Non facciamoci del male da soli. Affermare che i rappresentanti della sovranità popolare debbano tener conto, nell’adempimento della propria funzione legislativa, di come la pensa un Tar per giunta incompetente per giurisdizione, equivale a mettere in discussione i cardini su cui si fonda la democrazia rappresentativa. Dividiamoci dunque sui contenuti, ma siamo uniti nel preservare le prerogative del Parlamento e delle istituzioni legittimate dalla sovranità del popolo. Altrimenti, passata la battaglia contingente, a rimetterci sarà la politica e la sua nobiltà. Comunque la si pensi sulle dichiarazioni anticipate di trattamento.