Il dibattito (parziale) sui ginecologi obiettori

Due cose, tra le tante, mi hanno colpito nella lunga intervista contro i ginecologi che fanno obiezione di coscienza all’aborto che la ginecologa Giovanna Scassellati ha concesso ad Adriano Sofri, su Repubblica del 24 maggio. In primo luogo l’accenno alla «parte sporca dell’ostetricia, il lavoro sociale, quello che coinvolge le emozioni». Il riferimento alle pratiche di interruzione volontaria di gravidanza è palese. In secondo luogo (ma strettamente collegato al precedente) l’osservazione che mentre «la maternità ti fa diventare amica della donna che assisti, per sempre», con l’assistenza all’aborto, invece, succede il contrario.

«Con l’aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo». Tralasciamo quanto di ambiguo potrebbe esserci nel riferimento al ‘farsi clienti’: sicuramente Scassellati, dicendo quello che ha detto, non intendeva certo riferirsi all’aspetto puramente lucrativo della sua professione. Credo piuttosto che essa volesse alludere al fatto che la donna che abortisce volontariamente porta sempre dentro di sé la ferita, e in molti casi – perché no? – la vergogna, della decisione assunta, ancorché liberamente: ferita e vergogna proiettate inevitabilmente anche sul volto del ginecologo cui ci si è rivolti per essere aiutate ad abortire e che si è assunto il compito di farsi carico di questa pratica, della «parte sporca dell’ostetricia».

Non è questo il luogo per valutazioni morali sull’aborto, che vanno certamente fatte, ma in altro contesto e partendo da altri riferimenti rispetto a quello da cui ho preso le mosse. Quello che mi dà da pensare è quanto sia difficile ricondurre le parole di Giovanna Scassellati all’ideologia oggi dominante quando si parla di interruzione volontaria della gravidanza. L’aborto volontario è ritenuto da molti un «diritto della donna» (e da alcuni addirittura un diritto riproduttivo «insindacabile»). Come sia possibile ipotizzare un diritto, quando la sua realizzazione effettuale che ci porta a parlare della «parte sporca dell’ostetricia», fuoriesce dalle mie capacità di comprensione. Ancor più: come si possa qualificare alla stregua di un diritto una pratica che cerca di essere radicalmente rimossa da coloro che l’hanno praticata, cioè dalle donne che sono ricorse all’aborto volontario, mi appare ancora più enigmatico.

Per le donne che chiedono l’aborto volontario parliamo, se si vuole, di duro e violento condizionamento sociale, o di stato di necessità o di situazioni tragiche e laceranti; ma non parliamo di «diritto». La titolarità di un diritto, di un autentico diritto, non dovrebbe mai avere alcunché a che fare con la «sporcizia». Né meno che mai dovrebbe avere un senso il far di tutto per rimuovere la memoria di aver esercitato un diritto «insindacabile». Di qui una domanda semplicissima: perché i ginecologi che non si dichiarano obiettori, come appunto Scassellati, ma che nello stesso tempo avvertono con lucidità le difficoltà che ho appena citato e che giustamente considerano l’aborto «un enorme problema personale e sociale e culturale», non si fanno promotori a loro volta di forti e attive campagne di prevenzione, di campagne rivolte non tanto a rendere arduo l’esercizio di questo asserito ‘diritto’, ma solo ad aiutare quelle donne che sarebbero dispostissime ad accogliere un figlio, se avessero un minimo di supporto individuale o sociale?

Perché i medici abortisti non riconoscono che il rilascio dei certificati che autorizzano l’interruzione volontaria di gravidanza ha il più delle volte un freddo carattere burocratico? Perché non aderiscono – senza per questo divenire obiettori – ai progetti di aiuto alla vita, che, anche se in un numero limitato di casi, aiutano davvero molte madri ad accettare la gestazione e a portarla a termine? Perché attivano campagne contro i medici che fanno obiezione all’aborto, accusandoli di malafede, e non riconoscono che il fatto stesso che la stragrande maggioranza dei ginecologi italiani (il 71%) faccia obiezione non può essere riduttivamente spiegato parlando di ipocrisia e di carrierismo? L’aborto non è soltanto un lacerante problema bioetico, è una piaga sociale aperta. Le piaghe, però, si risanano mettendo olio e non sale sulle ferite.

di Francesco D’Agostino
da Avvenire