di Marco Respinti
Tratto da La Bussola Quotidiana

La fede di Richard Dawkins, riporta il Daily Mail, scricchiola, e la sua sicurezza “religiosa” nella non esistenza di Dio vacilla.

Insomma, il suo ateismo granitico – e in più di un caso becero – non è più quello di una volta. Oggi il famoso divulgatore scientifico, amato dai rotocalchi e dalle trasmissioni tivù per lo stile irriverente e sbarazzino nel giurare e spergiurare che le fedi sono tutte una menzogna plurimillenaria, dice di non essere affatto sicuro che Dio non esista. Nemmeno del contrario, certo, ma tant’è che Dawkins l’outing lo ha fatto in pubblico, dibattendo nientemeno che con l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, ossia il capo della Chiesa anglicana, e la cosa suona davvero insolita.

Capiamoci. Dawkins è noto in tutto il mondo, e da tempo, con il nomignolo di “rottweiler di Darwin”. Classe 1941, etologo e biologo, dopo essere stato docente all’Università di Oxford con il titolo, pomposetto e molto intenzionale, di “Professore per la comprensione pubblica della scienza”, oggi è docente emerito al New College del medesimo ateneo inglese. La sua carriere è un crescendo di materialismo e di evoluzionismo, coltivati nella ferrea convinzione che Charles Darwin (1809-1882) abbia insegnato al mondo tutto ciò che davvero c’è da sapere della vita sulla Terra, che insomma di Dio non c’è più bisogno perché il naturalista vittoriano lo ha bellamente soppiantato e che tutto quanto Darwin non poté capire allora lo fanno egregiamente i suoi successori e continuatori seguendone ligi i dettami.

Libri come Il gene egoista, del 1976 (trad. it. Mondadori, Milano 1992), e L’orologiaio cieco, del 1986 (Rizzoli, Milano 1989), più i molti documentari di cui Dawkins è artefice e protagonista, hanno fatto più di chiunque altro, nella civiltà dell’immagine, per convincerci che la fede va bene al massimo per le sacrestie, e che però quando si parla di scienza bisogna farsi seri. Politicamente di sinistra (Laburista in gioventù e poi elettore dei Liberali Democratici britannici), Dawkins è uno di quelli che alla bisogna interviene su tutto e che su tutto ha un’ascoltata opinione da proferire. Un Piergiorgio Odifreddi d’Oltremanica, per intenderci.

Grande sostenitore del cosiddetto “Great Ape Project” (“Progetto Grandi Scimmie Antropomorfe”), che mira a ottenere dall’ONU una “Dichiarazione dei Diritti delle Grandi Scimmie” che estenda ai cosiddetti primati i diritti dell’uomo perché in fin dei conti sono affari di famiglia, in un saggio degli anni 1990, Virus della mente – raccolto poi nell’antologia Il cappellano del diavolo (trad. it., Cortina, Milano 2003) -, e ancora nella seconda parte del documentario The Roots of All Evil?, trasmesso da Channel 4 nel gennaio 2006, Dawkins ha quadrato il cerchio della propria filosofia: la fede è una malattia mentale, ed è la causa di ogni male terrestre. Esattamente come per iscritto e ampiamente “documenta” nel best-seller – un centone neoilluminista di cose varie ed eterogenee, messe in fila alla buona per corroborare con una certa goffaggine una tesi risibile -, L’illusione di Dio (trad. it., Mondadori, 2006).

Ora, Dawkins non è affatto nuovo a mezze frasi sibilline che dicono tutte e niente su Dio e dintorni, ma come l’abbia sempre pensata sul punto lo mostrano bene quelle sue plateali discese in campo – ben più, cioè, di qualche centinaio di pagine di cui la maggior parte del pubblico leggerà soprattutto le intesi dei media – quali per esempio l’Atheist Bus Campaign, dell’ottobre 2008. Lanciata dalla giornalista Ariane Sherine, del progressista The Gaurdian, e gestita dalla Bristish Humanist Association, una sorta di UAAR locale (humanist, infatti, in casi così, si traduce rotondamente con “laicista”), la campagna constava di un autobus preso in affitto per girare le strade di Londra con una enorme insegna pubblicitaria sul fianco: «Probabilmente Dio non esiste. Adesso smettila di preoccuparti e goditi la vita». Quel «probabilmente» che compare pure in quello slogan (molti si sono chiesti cosa sarebbe successo se il bus avesse fatto scala a Teheran o a Riad…) è infatti solo l’understatement retorico con cui Dawkins e gente come lui mantengono almeno un po’ di buona educazione, niente altro. Perché frasi come quella consegnata all’intervistatore Thomas A. Bass nel libro Reinventing the Future: Conversations with the World’s Leading Scientists (Addison-Wesley, Boston 1994), e cioè: «Sono un ateo piuttosto militante, nutrito da una buona dose di ostilità aperta vero la religione», lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

I suoi dubbi di oggi non sono dunque una novità. Lo è invece – e se ci si permette una novità grande – il fatto che Dawkins quei dubbi forse di sempre scelga di proferirli a fianco dell’arcivescovo Williams. Un’occasione simile per azzannare l’avversario, insomma, il “rottweiler di Darwin” è la prima volta che se la lascia sfuggire. E questo a Dio – che non ha mai perso la speranza in Dawkins anche se Dawkins l’ha persa da tempo in Lui – per il momento più che bastare interessa.