di don Antonello Iapicca
La morte non risparmia neanche il tempio della gioventù, laddove essa attira sguardi e suscita emozioni; giunge improvvisa, e non è la prima volta, sul prato di un campo di calcio e falcia, in pochi attimi, la vita di un ragazzo.

Correva Piermario, si avvicinava all’area avversaria, lanciato in uno schema provato chissà quante volte; ma questa volta, il gesso della linea bianca s’è fatto il limite invalicabile tracciato sulla sua vicenda terrestre. Nessun difensore da saltare, nessun tiro da scoccare, la morte è un avversario imbattibile, contro di essa non valgono i dribbling, non servono schemi studiati e provati, si dice Livorno, serie B italiana, ma si potrebbe dire Barcellona, si dice Morosini, ma si potrebbe dire Messi.

La morte esiste, è un appuntamento fissato da sempre, ma non appare sull’agenda di nessuno, men che meno su quella dei giovani, dei calciatori e di chi vive il calcio come una seconda pelle. Non chiede permesso la morte, si infila ovunque e, puntuale, rapisce. La morte, la grande assente di questa società. La morte, e si fa tutto per dimenticarla, allontanarla, perchè ne abbiamo paura e non sappiamo come affrontarla, non ha risposte, è solo freddo e mancanza, una tomba sigillata su speranze e gioie. La usiamo, perversione sottile e contraddizione somma, come uno strumento di precisione, per togliere di mezzo il dolore e l’imprevisto, aborto ed eutanasia, e le chiamiamo conquiste sociali. Ma quando arriva per conto suo, no, la morte no, non esiste accidenti, si può evitare ed è sicuramente colpa di qualcuno.

E’ così che il dramma di Morosini si è trasformato, come sempre in questi casi, in una fonte di demagogia e di banalità, e uno tsunami di parole ha travolto la nuda, cruda verità. Si è fermato lo spettacolo, e il silenzio che avrebbe dovuto assorbire la domenica senza calcio, per indurre alla riflessione personale sulla vita e la morte, è stato riempito dei più tristi luoghi comuni, parole a volontà per non dirsi l’unica verità, per non ascoltare la parola vibrata da Dio nel mezzo della liturgia più seguita.

E’ Pasqua, nessuno lo ha ricordato. E’ la domenica della misericordia, e chi lo sa? Dio ha parlato a tutti noi, ci ha messo dinanzi il destino che tutti ci attende, è sceso a fischiarci un rigore, ineccepibile. E, come da copione, siam corsi tutti a far capannello intorno all’Arbitro, a protestare, a giurare che no, non era rigore accidenti! A 25 anni non si può morire, qualcuno ha sbagliato, e deve pagare per questa ingiustizia, perchè non ne accadono di simili nel futuro. No, la morte non esiste, come quel rigore che solo gli occhi di quell’Arbitro han visto; nessuno di noi se n’è accorto perchè, semplicemente, quel fallo non esiste, non è registrato sul nostro regolamento. Non possiamo accettarla la morte, perchè odiamo la Vita. Ogni domenica scendono in campo ragazzi che hanno fatto dei propri corpi libero spazio a tatuaggi orrendi, un insulto al corpo, tempio dello Spirito Santo.

Ogni domenica, Dies domini, interessi milionari travestiti da sport, fagocitano il riposo pensato per ogni uomo. E masnade di giovani disperdono la loro vita prede di istinti animali. Ogni domenica odori di morte, odio e violenza catturano la vita sottraendole la bellezza e l’autenticità. Ogni domenica il calcio rivela il cuore di questa generazione, sperduta, schiacciata in un’idolatria neopagana che sfianca l’anima; gli stadi di oggi come quelli di ieri, e folle urlanti e schiumanti come davanti ai gladiatori del Colosseo. Così nelle piazze traboccanti proteste, così sulle pagine di facebook, così nelle famiglie, e nessuno che si accorga di nulla. Ma Dio ci ama, e ci parla: è apparso addirittura in televisione, e lo abbiam visto tutti, a rallentatore, dirci la verità, cercare di aprirci il cuore alla conversione, e nessuno lo ha riconosciuto. Quel rigore non lo accettiamo, la moviola del nostro cuore ce lo conferma. E, per l’ennesima volta, rifiutiamo di accettare la verità, l’unica che ci può salvare e ridonare la felicità e la pace perdute. Basterebbe poco, lasciar calciare quel rigore, e sperare l’impossibile, che un portiere sia capace di pararlo e portare a casa il risultato…

Dio ci ha parlato, a Pasqua, ed era per donarci suo Figlio, il Portiere che ha parato, per tutti, sulla Croce, quel rigore. Piermario lo ha visto, ne siamo certi, in quegli istanti che il cuore gli si fermava lento nel petto; i suoi occhi han visto, sereni, distendersi quel Portiere e abbrancare quel pallone assassino. Usciva dal campo per entrare nel Cielo, quelle mani invisibili lo avevano raccolto e abbracciato; ha vinto Piermario, quel Portiere ha fermato la morte vera, è risorto per lui e per tutti: lo ha salvato. Ma noi, lo abbiamo visto in mezzo a tanto frastuono?