Il cardinale inglese e il cammino verso la santità
di Inos Biffi
Tratto da L’Osservatore Romano del 14 settembre 2010

Qualche anno prima che John Henry Newman morisse, il vescovo di Birmingham, nome Ullathorne, dopo averlo incontrato, commentava: “Mi sono sentito rimpicciolito davanti alla sua presenza. Dentro quest’uomo c’è un santo”. Era una persuasione diffusa, riconosciuta persino dal cardinale Manning, che in precedenza non aveva nutrito sentimenti di eccessiva simpatia per Newman, per non dire che, con padre nome Faber, lo aveva fortemente avversato ed era stato – sono parole di Newman – ingiusto verso di lui.

Dichiarava il cardinale nell’elogio funebre: “A nostra memoria, nessun inglese è stato oggetto di una venerazione così viva e sincera. Fu centro di numerose anime, che erano andate da lui, come maestro, guida e consigliere durante molti anni. Una vita bella e nobile”. Lo si potrebbe dire per la sua santità: “bella e nobile” e avvolta dalla discrezione e dal velo del silenzio.

Non troviamo in Newman forme “impressionanti” o manifestazioni eccessive nella sua concezione e nella sua esperienza della vita cristiana, ma un senso vivo e sereno della “misura”, un equilibrio lontano da ogni esasperazione, un innato distacco dalle cose di questo mondo e un chiaro tratto di humour, ora più dolce ora più amaro, che sono probabilmente tra le ragioni della sua simpatia per Filippo Neri e della scelta di essere suo discepolo.

Del fondatore dell’Oratorio egli era, infatti, un ammiratore sconfinato e devotissimo, come rivelano le sue riflessioni e orazioni nella Novena di san Filippo Neri, o le Litanie di san Filippo, che invocava come: “Eroe nascosto”, “Santo amabile”, “Padre soavissimo”, “Cuore di fuoco”, “Luce di gioia santa”.

Per la sua intercessione implorava: “Ottienimi la grazia della perfetta rassegnazione alla volontà di Dio, dell’indifferenza alle cose di questo mondo, e di tenere gli occhi rivolti continuamente al cielo, di modo che io non dispiaccia mai alla divina provvidenza, non mi perda d’animo, non sia mai triste”. E in una sua meditazione chiedeva: “Mio Signore, mio unico Dio, Deus meus et omnia, non permettere che io corra dietro a ciò che è vano. Tutto è ombra e vanità quaggiù – lo reciterà anche la sua epigrafe -. Conserva il mio cuore fragilissimo e la mia anima debole sotto la divina protezione. Attirami a te al mattino, a mezzogiorno e alla sera”.

Si potrebbe dire che la santità di Newman sia stata segnata dalla “raffinatezza”, che, a suo giudizio – come spiegava ai suoi oratoriani -, “mette in evidenza e rende attraente la santità interiore, allo stesso modo in cui il dono dell’eloquenza esalta il ragionamento logico”.

Ma nobiltà e raffinatezza della santità non significano facilità o assenza di difficoltà. Newman, come ogni discepolo del Signore, ha percorso, infatti, un cammino disseminato di difficoltà e segnato da svolte fondamentali e dolorose di “conversione”.

Vi era anzitutto il suo temperamento. Egli doveva purificare un’ipersensibilità facilmente vulnerabile e appuntita, una suscettibilità facile a offendersi, una “fermezza d’acciaio” (Bouyer) penetrante, inclinata a reagire con pungente ironia, oltre al difetto comune agli intellettuali di un eccessivo gusto per la sottile discussione.

E qui possiamo osservare che non esistono temperamenti avvantaggiati o svantaggiati nei confronti della santità, ma una chiamata identica per tutti a trasformare la natura con l’ausilio della grazia, e viene in mente quanto lo stesso Newman diceva di Cirillo d’Alessandria: “Cirillo, lo so, è un santo; ma non vuol dire che fosse un santo nel 412. Fra i più grandi santi si trovano anche quelli che nella prima parte della vita hanno commesso delle azioni tutt’altro che sante. Non penso che a Cirillo possa piacere che i suoi atti storici siano presi a misura della sua santità interiore”.

Quanto alle tappe del cammino di Newman alla santità – in ogni caso immediatamente sono aperte solo allo sguardo infallibile di Dio – possiamo discernere come prima quella del “grande rivolgimento di pensieri” che lo toccò, quindicenne, nell’autunno del 1816. Egli fu allora pervaso dall’evidenza luminosa, che non si spegnerà più, di “due e solo due esseri assoluti”, il suo “io” e il suo “Creatore”, il quale “gli si impose, in modo intimo, senza intermediari”, non come un’idea astratta, ma nella consistenza di un Essere vivo, così come fatti vivi erano per lui i misteri della fede o i grandi dogmi quali la Trinità, l’incarnazione, la redenzione. Sempre nel tempo della sua prima conversione, lo aveva colpito un’espressione di Walter Scott, che divenne un programma: “La santità più che la pace”.

Un’altra tappa decisiva nell’itinerario spirituale di Newman fu il superamento del liberalismo che incominciava a fargli preferire “l’eccellenza intellettuale a quella morale” e furono provvidenziali il viaggio nel Mediterraneo, la malattia in Sicilia, la scoperta del suo orgoglio, l’implorazione della Luce e il proposito di camminare sotto la sua guida. La santità di Newman appare come il crescere perseverante e senza strepito della puntuale corrispondenza a questa Luce.

Poi venne la “conversione” alla Chiesa cattolica, dove, con tutto lo strazio del distacco dall’antica Chiesa, dagli amici e dai familiari, risalta la fedeltà eroica alla coscienza e insieme alla volontà di Dio che in essa vedeva riflessa.

Ma proprio dopo questa conversione incomincia “la sua così lunga e spesso penosa vita”, lungo la quale non sarebbero mancate situazioni difficili e profondi motivi di sofferenza, di fronte a chiari segni di sfiducia, a manovre non limpide, ad anni di emarginazione e di isolamento.

Possiamo seguire queste prove particolarmente negli Scritti autobiografici. Nel 1860 constatava e scriveva nel suo diario: “Non ho nessun amico a Roma, ho lavorato in Inghilterra dove non sono stato capito e dove mi hanno attaccato e disprezzato. Pare che sia incorso in molti fallimenti”, e aggiungerà: “Credo di dire tutto questo senza amarezza”. E ancora annotava: “Quanto è stata triste e solitaria la mia vita da quando sono diventato cattolico (…), da quando ho fatto il grande sacrificio al quale Dio mi chiamava. Egli mi ha compensato in mille modi, e tanto largamente. Ma ha segnato il mio cammino di mortificazioni quasi ininterrotte. La sua volontà benedetta non mi ha accordato molto successo nella vita. Da quando sono cattolico mi sembra di non aver avuto che degli insuccessi personali”.

E aggiungeva nel gennaio del 1863 – Newman aveva 62 anni -: “Non mi stupisco delle prove, che sono il nostro retaggio quaggiù; ciò che mi amareggia è che, per quanto possa vedere, ho fatto così poco, in mezzo a tutte queste mie prove. La mia vita è stata triste perché, se guardo indietro, essa è stata un gran fallimento”. Nel 1867, riconoscendo il lungo tempo in cui il Signore lo aveva abbandonato alla dimenticanza e alla calunnia, annotava: “Mi metterò sotto l’immagine del patriarca Giobbe, senza la pretesa di paragonarmi a lui”, ma aggiungeva, sentendosi distaccato da tutto: “Ora sono in uno stato di quiete. Niente di quello che mi è capitato impedisce la mia gioia interiore, o piuttosto queste vicissitudini esteriori vi hanno magnificamente contribuito”; e due anni dopo riconosceva: “La Provvidenza di Dio è stata mirabile verso di me attraverso tutta la mia vita”.

La santità di Newman è maturata in modo particolare per la fede, la speranza e la carità con cui egli ha saputo a lungo e pazientemente accogliere questa forma di croce, tanto più dolorosa quanto più viva era la sensibilità del suo animo e il suo amore per la verità e la giustizia.

Ma non solo leggendo il suo Diario, noi possiamo avvertire la sua passione per la santità: tutti i suoi scritti, anche quelli più teoretici, rivelano con trasparenza questo anelito. Pensiamo ai suoi pacati e tersi Sermoni Parrocchiali – in cui si ritrova tutto il suo ininterrotto ascolto della Parola di Dio -, alle composizioni liriche, in cui si fondono santità e poesia, alle Meditazioni e Preghiere, e a quegli avvincenti profili dei Padri, la cui compagnia lo affascinava.

Bremond osserva che Newman sceglieva i Padri anzitutto come amici: amici santi, così che le ore dedicate ad essi fossero “una specie di preghiera”. E lo si avverte subito: l’intimità con Basilio, Gregorio di Nazianzo, Crisostomo, Agostino, e altri ancora, erano una scuola concreta e intensa di santità, ed effettivamente concorrevano a crearla in chi ne ricostruiva le peripezie e ne condivideva la vita interiore. Diceva sempre Bremond: “Chi non ama la santità, non ama i santi”.

Newman mostra di amare sia i santi sia la santità.