Riflessioni sulla «Dignitas personae» • La riprogrammazione delle cellule adulte è molto promettente eppure si insiste su tecniche superate
di Angelo L. Vescovi*
Tratto da L’Osservatore Romano del 26 maggio 2009

La decisione del marzo scorso, presa dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di finanziare con fondi federali la ricerca su cellule staminali generate attraverso la distruzione di embrioni umani (staminali embrionali) riaccende le polemiche riguardo a una tematica caratterizzata da complesse implicazioni bioetiche. La situazione è resa ancora più spinosa dalla natura e dal contenuto delle dichiarazioni rese a supporto di tale decisione, che avranno un impatto enorme sul tema della difesa della vita umana nell’ambito della ricerca sulle cellule staminali.

La tesi che tale decisione si rende necessaria per difendere il diritto dei malati ad accedere a possibili, future terapie è una forzatura logica. In tale approccio, il diritto del malato è usato come leva per giustificare provvedimenti che, considerati i recenti sviluppi nel settore, non sarebbero motivabili su base scientifica. Inoltre, la concomitante sollecitazione a guardare ai fatti e a non agire in conformità a considerazioni ideologiche sbalordisce nel momento in cui, analizzando i fatti oggettivi, scopriamo che essi portano a conclusioni diametralmente opposte – e cioè che non vi è alcun bisogno di distruggere embrioni umani per perseguire tutte le vie possibili per la ricerca di cure per molte terribili malattie attraverso le cellule staminali.

Ideologico appare, piuttosto, un approccio in cui non si vuole riconoscere come la situazione nella ricerca sulle cellule staminali sia cambiata a tal punto che la grande maggioranza dei gruppi, che storicamente hanno lavorato su embrioni umani, si sta spostando verso l’uso di nuove e migliori tecniche, le quali permettono la produzione di cellule analoghe alle embrionali staminali senza generare embrioni e sono, quindi, scevre da problematiche etiche.

Per comprendere meglio come l’idea dell’assoluta necessità di utilizzare embrioni umani per generare cellule embrionali sia ormai insostenibile, è necessario comprendere di che cosa parliamo quando discutiamo di queste cellule, quale sia lo stato dell’arte nel settore e quali le reali prospettive del loro utilizzo in vari ambiti, quello terapeutico in primis.

La scoperta dell’esistenza di queste cellule particolari rappresenta un cambiamento storico in ambito biomedico. L’identificazione di un raro tipo di cellula, essenzialmente immortale, la cui funzione consiste nel generare, mantenere integri e funzionanti e, eventualmente, riparare i tessuti del nostro organismo, ha cambiato radicalmente la prospettiva sulle possibili terapie per moltissime malattie letali e incurabili. Inoltre, l’uso delle staminali negli studi sull’invecchiamento apre scenari impensabili circa il miglioramento della qualità della vita e sulla longevità della nostra specie. Infine, vi sono le applicazioni delle cellule staminali nell’ambito degli studi di tossicologia e sui farmaci, con significativi risvolti finanziari.

A questo punto, nasce spontanea la domanda di come sia possibile che, attorno a una microscopica entità biologica, ruotino incalcolabili interessi di carattere medico e scientifico, ma anche umani e di natura economica. La risposta è chiara nel momento in cui si comprende che le cellule staminali fungono da efficientissimo ufficio di manutenzione del nostro organismo. Questo avviene poiché tutti i nostri organi possono essere paragonati a un puzzle, in cui le singole tessere (le cellule mature) si logorano con l’uso o in seguito a un danno procurato da agenti patogeni, traumi, emorragie, difetti genetici. Le cellule staminali somatiche, note come adulte, provvedono, in condizioni fisiologiche, alla sostituzione delle cellule mature logorate, concorrendo a frenare l’invecchiamento; inoltre, svolgono una funzione salvavita, andando a riparare e ricostruendo gli organi, anche dopo danni relativamente gravi. Inevitabilmente, vi sono condizioni in cui questa funzione non è sufficiente, con il conseguente instaurarsi di processi degenerativi, anche cronici e progressivi, che portano a malattie gravissime e letali, quali le distrofie o la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), solo per citarne alcune.

Ed è proprio in queste situazioni patologiche estreme che devono entrare in gioco le nuove scienze biomediche, cercando di riparare tali danni tramite interventi finalizzati alla ricostruzione dei tessuti. Tale ricostruzione implica la sostituzione delle cellule malate o morte mediante trapianto di analoghe cellule sane. In questi interventi, è necessario avere accesso a un enorme numero di cellule umane sane e di tipo specifico, possibilmente compatibili col paziente dal punto di vista immunologico. Analogamente, lo stesso tipo di necessità si manifesta quando s’intendano intraprendere studi farmacologici e biotecnologici su larga scala, per scoprire nuovi farmaci e molecole terapeutiche o per studi sulla tossicità di sostanze potenzialmente pericolose per la salute umana.

La soluzione al problema della disponibilità di cellule umane su vasta scala è stata identificata nella coltivazione e moltiplicazione in laboratorio delle cellule staminali umane, sia di quelle somatiche, di cui sopra, che di quelle embrionali. Queste ultime compaiono esclusivamente durante i primi giorni di vita embrionale e costruiscono, durante lo sviluppo, l’intero nostro organismo, dando origine a oltre duecento tipi di cellule diverse, per un numero totale di circa un milione di miliardi.

Anni di studi, ma anche la semplice logica, hanno portato a concludere che, dal punto di vista strettamente tecnico, non è possibile decidere a priori quale dei due tipi di cellule staminali, somatiche o embrionali, possa rappresentare la scelta migliore e più proficua. In altre parole, sarebbe auspicabile poter utilizzare entrambi i tipi cellulari poiché, date le loro diverse caratteristiche, è molto probabile che un tipo di cellula funzioni meglio in alcune situazioni e viceversa. Solo a titolo di esempio: le staminali somatiche non sono dotate di un’intrinseca capacità di generare tumori e sono già specializzate a produrre le cellule del tessuto in cui risiedono, ma in alcuni casi sono molto difficili da moltiplicare in grande numero. Viceversa, le embrionali si moltiplicano rapidamente, ma sono intrinsecamente carcinogeniche e difficili da istruire a produrre specificamente il tipo di cellula che s’intende utilizzare. Ovviamente, la ricerca procede spedita e, in entrambi i casi, vanno emergendo nuove, promettenti soluzioni.

Le grandi diatribe, i grandi temi etici, le controversie e le polemiche sulle cellule staminali non nascono, però, da considerazioni di natura tecnica o scientifica, ma ruotano intorno a un problema centrale ben più scottante, vale a dire l’origine delle cellule staminali e il modo in cui esse vengono derivate e le relative implicazioni etiche.

Le staminali somatiche sono generalmente isolate dal paziente stesso o da un donatore compatibile, moltiplicate o manipolate in vitro e poi trapiantate. Grazie a quest’approccio, che ovviamente non pone problemi di tipo etico, sono stati sviluppati oltre sessanta tipi di terapie per patologie del sangue, della cornea e per trapianti di epidermide, solo a titolo di esempio. Vi sono poi, sempre in quest’ambito, sperimentazioni cliniche particolari, quali quelle che riguardano le malattie neurodegenerative, come Parkinson, Sla e morbo (infantile) di Tay-Sachs, nelle quali sono in corso, o in fase di avvio, dei trials clinici in cui cellule staminali cerebrali moltiplicate in vitro vengono trapiantate nel cervello lesionato con finalità terapeutiche. Sebbene questa non sia sempre la scelta d’elezione, le cellule staminali cerebrali, spesso di origine fetale, possono essere estratte da aborti spontanei, eliminando anche in questo caso eventuali problemi etici.

Per quanto riguarda le cellule staminali embrionali, il problema etico è un po’ più complesso. Innanzitutto, va chiarito che non si tratta di cellule totipotenti, come spesso erroneamente ci viene spiegato, poiché non sono in grado, da sole, di generare un embrione. In realtà, esse sono pluripotenti, cioè in grado di produrre tutti i tipi di cellule del nostro corpo, a eccezione degli annessi embrionali necessari alla vita in utero. La distinzione appare sottile, ma ha un impatto enorme sulle questioni etiche che investono il settore. Infatti, non esiste un problema etico collegato intrinsecamente alla natura e alla identità biologica delle cellule embrionali staminali. In altre parole, uno staminale embrionale non è un embrione, ma parte dello stesso. Il problema concerne il modo in cui queste cellule vengono isolate. Essendo esse presenti solo temporaneamente durante lo sviluppo in utero e a uno stadio molto precoce, non vi è attualmente modo di isolarle dall’embrione, se non producendo quest’ultimo in laboratorio per poi estrarne le staminali, in un processo che porta alla morte dell’embrione stesso.

Non è questa la sede per una discussione esaustiva sull’argomento, ma vale la pena ricordare che qualunque tentativo di definire un oggettivo confine tra vita e non-vita umana all’interno dell’intervallo tra concepimento e morte dell’essere umano è fallito. La distruzione dell’embrione rappresenta la distruzione di una vita umana a tutti gli effetti. Si comprende, quindi, come una tecnica che, per generare cellule staminali, si basa sulla distruzione di embrioni umani, ponga interrogativi etici scottanti e di enorme portata.

Negli anni, numerose tesi e argomentazioni sono state proposte nel tentativo di travalicare questo problema etico, senza successo. Dalla banalizzazione della natura dell’embrione, ridotto in modo surrettizio a un “grumo di cellule” – prescindendo dalle evidenze scientifiche a supporto del fatto che esso rappresenta uno dei vari stadi della vita umana che si dipanano in un continuum senza interruzioni – al fatto che non vi fossero strade alternative all’uso delle embrionali staminali. Il caso di quest’ultima ipotesi è emblematico, in quanto le tesi a supporto riguardano, sempre e quasi esclusivamente, l’argomento delle malattie neurodegenerative.

Si sostiene, inopinatamente, che lo sviluppo delle terapie in quest’ambito sia possibile esclusivamente attraverso l’uso degli embrioni umani. Posso garantire che tale messaggio fuorviante ha attecchito a vari livelli e che rimarrà a lungo come piaga insanabile, generata da un modo di fare informazione distorto e capzioso. Una situazione sconcertante, poiché nel tentativo di travalicare l’insormontabile dilemma proposto dal sacrificio di una vita umana nel nome di un più o meno vago interesse dei malati, si ignorano i fatti. Il settore delle malattie neurodegenerative è quello in cui già si annoverano sperimentazioni cliniche ufficiali e altre sono in fase di avvio, grazie all’esistenza delle staminali cerebrali, a prescindere dall’uso degli embrioni. Senza poi dimenticare i metodi che non si basano sul trapianto di cellule, ma sulla attivazione delle staminali endogene grazie a delle stimolazioni specifiche. La verità è che la tesi della necessità di utilizzare embrioni umani per produrre cellule staminali embrionali ai fini terapeutici, giustificabile in funzione della supposta assenza di strategie alternative, appariva estremamente debole già da molti anni. Questo anche in considerazione dei ripetuti fallimenti della clonazione umana, la quale avrebbe dovuto essere utilizzata per produrre staminali scevre da problemi di rigetto.

Anche prescindendo da tale situazione, tutti hanno sempre concordato sul fatto che poteva esistere una soluzione radicale e definitiva a questi problemi. Tale soluzione si sarebbe presentata nel momento in cui fossero state messe a punto delle tecniche per ottenere cellule analoghe alle staminali embrionali evitando, allo stesso tempo, il danneggiamento e la morte dell’embrione. Ciò ha spinto la ricerca verso lo sviluppo di metodi eticamente accettabili per produrre cellule con le caratteristiche di staminali embrionali e il successo è andato oltre ogni rosea previsione. Nel giugno del 2006, S. Yamanaka e K. Takahashi dimostravano come fosse possibile riprogrammare cellule dell’epidermide adulta, fino a fare loro riacquisire caratteristiche sovrapponibili a quelle delle cellule embrionali, ma senza produrre embrioni. In un lasso di tempo incredibilmente breve si è ottenuta conferma della scoperta iniziale, vi sono stati miglioramenti dell’efficienza e sicurezza della tecnica, si sono riprodotti i risultati con cellule umane e con strumenti di riprogrammazione sempre più sicuri, fino alla pubblicazione dei lavori più recenti – l’ultimo sulla rivista “Science” poco tempo fa a firma di J. Thompson, padre delle embrionali staminali umane – che dimostrano come da cellule adulte umane sia possibile produrre cellule analoghe alle embrionali staminali, senza che rimangano al loro interno residui di geni pericolosi.

Riassumendo, oggi si è finalmente in grado di perseguire tutti i possibili approcci per sviluppare le più innovative terapie cellulari senza scontrarsi con insormontabili problemi etici o morali. L’uso delle cellule staminali somatiche, quello della mobilizzazione delle cellule staminali del tessuto in cui risiedono, l’esistenza di cellule riprogrammate con caratteristiche embrionali, prodotte senza generare embrioni, rendono perseguibile qualunque percorso terapeutico sperimentale, senza dovere distruggere embrioni umani. Inoltre, la via della riprogrammazione di cellule adulte ha avuto successo laddove l’uso degli embrioni e la clonazione umana hanno fallito. Infatti, in questo modo, è possibile riprogrammare e trapiantare le cellule nello stesso paziente, da cui sono state prelevate, evitando i rischi di rigetto. Se si dovesse pensare di fare la stessa cosa utilizzando la clonazione umana, sarebbe necessario clonare un embrione per estrarne poi le cellule. Questo metodo ha un’efficienza talmente bassa da richiedere l’uso di centinaia di oociti umani per ogni clonazione. La tecnica, infatti, ha finora fallito e degli esperimenti di clonazione coreana già sappiamo. Va ricordato che gli oociti per la clonazione devono essere prelevati da donatrici sane sottoposte a stimolazioni ormonali pericolose – un recente articolo sull'”American Journal of Epidemiology” sottolinea l’aumentato rischio di tumore al colon e di melanoma in donne sottoposte a tale tipo di stimolazione. Non mi posso soffermare sul problema etico relativo alla visione di una donna utilizzata come sorgente di cellule uovo e assoggettata a pratiche comunque rischiose, ma un invito alla riflessione è d’obbligo per tutti, soprattutto perché le alternative ora esistono.

Da quanto discusso finora, emergono due concetti fondamentali. Con le dovute proporzioni, la scoperta delle staminali e il loro uso nei vari ambiti discussi rappresentano una pietra miliare nella ricerca biomedica, di portata analoga alla scoperta dei principi della relatività nell’ambito delle scienze fisiche. La scienza ha risposto in modo chiaro e inequivocabile a dilemmi etici profondi e laceranti connessi a questo argomento, mettendoci in una situazione ottimale, in cui non vi è necessità di ricorrere alla distruzione di embrioni umani per generare cellule con finalità terapeutiche.

Ma se questi sono i fatti e se i ricercatori possono, quindi, procedere lungo tutte le vie, senza ulteriori scontri e in piena armonia, perché si continua a discutere e a fronteggiarsi sul tema degli embrioni? Che i fatti appena discussi siano ben più che concreti ce lo conferma il “New York Times”, che certo non è un giornale di stampo conservatore e nemmeno schierato contro il neoeletto presidente americano. In un articolo del 9 marzo 2009 si legge: “In termini pratici, i ricercatori finanziati con fondi federali non troveranno facilità nello studiare un tipo di cellule (derivate da embrioni) che, sebbene ancora importanti, sono in qualche modo state oscurate dalle nuove tecniche (di riprogrammazione)”. Allora perché proprio ora la decisione americana che liberalizza l’uso di fondi pubblici per la ricerca su cellule di derivazione embrionale umana?

La risposta è che esistono anche altri fatti, importanti ma sottaciuti, di cui molti non sono nemmeno a conoscenza e sui quali raramente ci si sofferma. Questi sono inestricabilmente legati a situazioni di carattere storico, strategico ed economico che inducono atteggiamenti di esasperato pragmatismo, non sempre dichiarati. Cerco di spiegare, in sintesi. La produzione di cellule di tipo embrionale mediante riprogrammazione di cellule adulte, scoperta recentemente, non solo è superiore a quella che prevede l’uso degli embrioni umani, ma si fonda su tecniche nuovissime, le quali non ricadono sotto l’egida di quei brevetti che, attualmente, sfruttano l’uso di staminali derivate da embrioni. Molti Paesi sono però leader storici solo in quest’ultimo settore. Numerosi laboratori, miliardi di dollari d’investimenti, un’intera filiera brevettuale e tecnico-scientifica e intere carriere si basano proprio sull’uso di embrioni. In una situazione di questo genere, sarebbe ingenuo pensare che tutto questo possa essere abbandonato per abbracciare tecniche di origine diversa, solo perché sono più efficienti ed eticamente accettabili. Ci sono troppi interessi perché l’uso degli embrioni umani possa essere abbandonato senza alcuna reazione. Riesco ad afferrare tali motivazioni. Quello che trovo discutibile è il presentarle come la risposta del “giusto” che tenta di contrapporsi a supposti atteggiamenti moralistici o di origine religiosa e, come tali, irrazionali e immotivati. Questi ultimi atteggiamenti sono poi marchiati come antiscientifici e contro l’interesse dei malati, e si invitano i supposti oscurantisti a guardare ai fatti. Questa posizione è indifendibile e distorta, poiché i fatti sono quelli discussi sopra e non possono esser smentiti. Nulla più frena la ricerca e lo sviluppo di possibili terapie. L’uso degli embrioni umani non è, in alcun modo, un’inderogabile necessità.

Semmai, il problema è antitetico. Infatti, non vi è nulla d’illuministico nel proporre metodi – quali quelli che prevedono la distruzione di embrioni umani – che sollevano enormi problemi etici, anche in chi non è credente e cristiano. Si è ancor meno illuminati, se lo si fa ignorando che esistono alternative eticamente accettabili.

Mi permetto, inoltre, di osservare che non è in alcun modo ammissibile tacciare di moralismo religioso e comportamento ideologico chi rileva l’esistenza di tali alternative e sottolinea il fatto che esse siano persino più efficienti della clonazione umana e molto più promettenti, soprattutto per i malati. Quella che è stata proposta per supportare la decisione di usare embrioni umani è un’insostenibile inversione dei ruoli. Devo rispettosamente osservare che l’ideologia appartiene a chi rifiuta di considerare tutti gli aspetti di un problema e non viceversa.

Faccio il ricercatore da quasi trent’anni e ho fiducia nel fatto che, nella ricerca, la verità alla fine trionfi. In questa vicenda, la ricerca ha già fornito soluzioni al problema etico sugli embrioni che, meno di un lustro or sono, sembravano impossibili. La scienza, per sua natura, favorisce inevitabilmente la selezione e lo sviluppo delle sue branche più efficienti, nel rispetto più totale della vita umana. Non ho dubbi sul fatto che le tecniche che impiegano le cellule staminali per il bene dell’uomo, in modo eticamente ineccepibile, rappresenteranno il futuro di questa disciplina. Resto, quindi, sereno e ottimista.

Mi si conceda una chiosa finale. Serenità e ottimismo sono stati d’animo preziosi, ma vanno nutriti. La riprogrammazione cellulare e le altre vie etiche alla terapia cellulare rappresentano tecniche potentissime e il futuro di intere nuove branche della medicina e delle biotecnologie. In tal senso, esse offrono delle opportunità enormi per lo sviluppo e il rilancio del sistema di ricerca, tecnologico e industriale. Ma non è solo con i grandi proclami e dibattiti che tutto questo si può ottenere. Occorre lo stanziamento d’ingenti risorse. Ci vogliono investimenti significativi nel settore, soprattutto sui giovani ricercatori, nonché la creazione di un sistema che sia meritocratico e competitivo a tutti gli effetti. Servono fatti e iniziative concrete e l’aiuto di tutti, nessuno escluso.

* Ospedale Niguarda e Università Bicocca (Milano) e Banca cellule staminali cerebrali (Terni)