La cancelliera e Sarkozy chiudono la polemica sui gitani. Ma Berlino fa come Parigi: sono stati rimandati nel loro Paese da cui erano fuggiti per la guerra
di Marcello Foa
Tratto da Il Giornale del 22 settembre 2010

Berlino – La polemica sui rom tra Parigi e Berlino? «Irrisoria, infondata, meramente mediatica», recita un comunicato di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, che si sono incontrati ieri a New York a margine dell’assemblea generale dell’Onu. Il presidente francese aveva affermato che la Germania si apprestava ad espellere i Rom e il capo della diplomazia tedesca, Guido Westerwelle, si era precipitato a smentire.

Colpa della stampa insomma, che avrebbe travisato le intenzioni dei due governi. E in parte è vero, ma non per le ragioni citate da Sarkozy e dalla Merkel. La polemica tra le due cancellerie c’è stata davvero. La «colpa» dei giornalisti, semmai, è di aver fornito, come fanno sovente, un quadro parziale della realtà, applicando criteri di valutazioni differenti anche quando i contesti sono molti simili. Ci sono leader politici che finiscono subito nel mirino e a cui non si perdona nulla, come Sarkozy; e altri che beneficiano molto spesso di una benevolentissima disattenzione da parte delle più autorevoli testate europee, come la Merkel.

La verità è che la Germania, sui Rom, si comporta esattamente come la Francia. Anzi, diciamola tutta: peggio. Ma nessuno lo scrive. Il governo di Berlino, ad esempio, lo scorso 19 agosto ha deciso di espellere oltre diecimila Rom kosovari, fuggiti alla fine degli anni Novanta. Trattasi, ne più, né meno di deportazione forzata di ex profughi di guerra, tra cui molti bambini nati in Germania. Il Consiglio d’Europa ha protestato, ma blandamente: «I Paesi dell’Europa occidentale dovrebbero smettere di rinviare forzatamente i rom in Kosovo», ha affermato il responsabile dei Diritti Umani, Thomas Hammarberg. E la polemica è finita lì. Non sono state presentate mozioni scandalizzate all’Europarlamento, né condanne della Commissione europea. Il governo del Kosovo ha dichiarato di «non disporre di risorse sufficienti per accoglierli tutti e gestire la loro integrazione», ma nessuno gli ha dato ascolto. Dunque la democraticissima cancelliere Merkel li allontana benché consapevole di condannarli a una vita di stenti e di privazioni. Insomma, se ne infischia.

Certo, il Kosovo non fa parte dell’Unione europea, contrariamente alla Romania, da cui proviene la maggior parte dei Rom espulsi dalla Francia; dunque legalmente Berlino, contrariamente a Parigi, non viola le direttive europee. E questo spiega tecnicamente il silenzio di Bruxelles. Ma moralmente non c’è differenza. Anche perché, a ben vedere, la Germania espelle anche i Rom comunitari.

L’incombenza non spetta al governo federale, ma ai singoli laender, che sono inflessibili. Dopo tre mesi di permanenza in un campo, dove peraltro si deve pagare l’affitto e vivere in condizioni igieniche accettabili, i gitani che non hanno un lavoro regolare vengono allontanati senza tanti complimenti. Non è un caso che da una quindicina d’anni la politica tedesca nei confronti dei Rom venga biasimata nei rapporti delle Ong umanitarie e dello stesso Consiglio d’Europa, sebbene sempre a bassa intensità mediatica.

E dove finiscono gli zingari allontanati? Di solito in Francia e soprattutto in Italia e in Spagna, dove i controlli sono molto meno severi, dove insomma possono fare più o meno quel che vogliono.

Se poi i governi di Parigi o di Roma o di Madrid osano lamentarsi o addirittura prendere provvedimenti, vengono denunciati per xenofobia e devono subire le lezioncine morali della Ue di altri Paesi. Come, appunto, la Germania dove, stando ai sondaggi, il 70% dei cittadini non vuole un Rom vicino di casa. Eppure nessuno considera razzisti i tedeschi.