«Dopo averne evocato per quasi due secoli il fantasma, è arrivato il tempo di lasciare che Malthus riposi finalmente in pace». L’epigrafe che apre Goodbye Malthus di Alessandro Rosina, demografo all’Università Cattolica, e Maria Letizia Tanturri, ricercatrice all’Università di Padova, chiarisce subito la tesi del libro (edizioni Rubbettino, 150 pagine, 12 euro). Un addio, appunto, non solo alle teorie dell’economista e demografo inglese vissuto tra il 1766 e il 1834 che auspicava un freno allo sviluppo demografico. Ma soprattutto agli allarmi dei tanti neo-malthusiani contemporanei: da quelli nostrani che ogni Ferragosto s’improvvisano profeti di sventura, fino ai responsabili delle istituzioni internazionali, che hanno promosso, a suon di contraccezione, il controllo delle nascite nei Paesi in via di sviluppo.

Professor Rosina, perché Malthus sbagliava?
Fondamentalmente perché l’uomo è un animale diverso dagli altri, ha risorse intellettive maggiori, è capace di andare oltre i limiti, grazie a innovazione e tecnologie. Quando Malthus scrisse il suo Saggio sul principio della popolazione, nel quale lamentava la crescita eccessiva dell’umanità, nel mondo c’era appena 1 miliardo di persone. Cento anni dopo si era arrivati a 1,6 miliardi e alla fine del Novecento si è giunti addirittura a 6 miliardi. Una crescita davvero esponenziale. Eppure, se guardiamo a com’era la Gran Bretagna all’epoca di Malthus e com’è oggi, non possiamo che verificare un eccezionale miglioramento delle condizioni di vita. E così pure nel resto del mondo. Un conto, infatti, sono i timori legittimi sulla quantità delle risorse, altro il pensare di limitare l’uomo.

Ma c’è un limite oltre il quale l’umanità comunque non potrà andare? Se tra poco la popolazione mondiale toccherà i 7 miliardi, le previsioni per la fine di questo secolo parlano di 9, forse 10 miliardi di persone sulla Terra.
Il punto è proprio questo. Non abbiamo alcuna evidenza empirica di quale sia questo limite. Certo sulla Terra ci sono vincoli di terreni e risorse naturali, ma è difficile dire quale sia il limite per la capacità di adattamento, di innovazione e di progresso tecnologico dell’uomo stesso. E possiamo escludere che un domani, non troppo lontano, l’uomo si sviluppi, espandendo il suo dominio addirittura nello spazio? In realtà ciò che si può prevedere è che la popolazione mondiale andrà comunque verso una stabilizzazione.

Ci sarà però la presenza di 2 miliardi di persone in più da “gestire”…
Certo, le sfide saranno enormi, nessuno lo nasconde. Basti pensare che un miliardo di persone in più graverà sull’Africa, dove le condizioni di vita sono già precarie, mentre l’invecchiamento caratterizzerà sempre di più l’Europa. Il flusso di migrazioni sarà dunque consistente e l’area del Mediterraneo, nella quale noi abbiamo una posizione centrale, diverrà ancora più strategica e “calda”.

Finora nei Paesi in via di sviluppo, in Asia e in Africa, si è fatto ricorso a politiche coercitive per il controllo delle nascite mentre le istituzioni internazionali hanno promosso la diffusione della contraccezione di massa. Ma è questa la via da seguire per il futuro?
Certamente no. La strada da privilegiare è quella del miglioramento dell’istruzione e la valorizzazione del ruolo delle donne. Una donna più istruita compie scelte più consapevoli, anche sul piano riproduttivo, e può allevare meglio i propri figli. La strategia non dev’essere quella di limitare la “quantità”, ma migliorare la “qualità”. E soprattutto non ragionare in termini di “cosa conviene a noi Paesi ricchi”.

A noi “ricchi”, però, non mancheranno i problemi. In particolare per l’invecchiamento delle nostre società. Nel libro definisce il fenomeno «inedito, incisivo e irreversibile». Perché?
Inedito, perché nell’intera storia dell’umanità il rapporto tra ultrasessantenni e il resto della popolazione non è mai stato superiore a 1 a 20. Solo negli ultimi decenni si è arrivati a 1 a 10 e secondo le stime internazionali nel 2050 si giungerà a 1 a 5. Se la popolazione mondiale crescerà dell’1% annuo, i sessantenni a un ritmo 2,5 volte maggiore e gli over 80 addirittura di 4 volte superiore. L’impatto sarà quindi molto incisivo – con ricadute sociali, economiche, politiche – e irreversibile. Un fenomeno destinato a diventare strutturale, per il quale occorrerà pensare a nuove strategie per un invecchiamento attivo e, anche qui, di qualità.

La tesi del libro è appunto il passaggio «dalla crescita della quantità alla qualità della crescita», che viene declinata nei vari ambiti – demografico, ambientale, tecnologico – facendo affidamento su una «maggiore intelligenza collettiva». Ma non sarà una visione troppo ottimistica?
Guardiamo al passato. Quando è stata raggiunta l’Unità d’Italia, 150 anni fa, la vita media era di 32 anni, un bambino su 4 non arrivava a compiere un anno e la maggior parte dei neonati non raggiungeva l’età adulta. Il progresso è stato eccezionale: alla crescita tumultuosa dei commensali è corrisposto l’aumento della “fetta” a disposizione, perché la dimensione della “torta” si è allargata a dismisura, oltre ogni previsione, in termini di maggiore vita e di migliore qualità della stessa. Se si riscopre l’etica del bene comune – anche del Pianeta, attraverso una maggiore responsabilizzazione di tutti – si possono affrontare le sfide epocali che abbiamo davanti, con il “ragionevole ottimismo” che l’uomo saprà ancora una volta superare i limiti.

Francesco Riccardi da Avvenire