di mons. Giampaolo Crepaldi*

TRIESTE, giovedì, 4 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Due notizie di grande interesse hanno riguardato di recente il problema demografico in rapporto allo sviluppo. La prima è recentissima e riguarda il Rapporto “World Population Ageing 2009” del Department of Economic and Social Affairs delle Nazioni Unite. Come riportato in una apposita Scheda pubblicata dall’Osservatorio Internazionale cardinale Van Thuan (http://www.vanthuanobservatory.org/), il Rapporto dell’Onu certifica un invecchiamento della popolazione mondiale.

Le conclusioni del Rapporto sono le seguenti: “In conclusione, a seguito della transizione da una alta fertilità ad un a bassa fertilità e per la continua diminuzione della mortalità infantile, la popolazione di molti paesi sta invecchiando.

Questo cambiamento demografico senza precedenti, che ha preso inizio nel mondo sviluppato nel XIX secolo e ora riguarda i paesi in via di sviluppo, sta già trasformando molte società. Si ritiene che il processo di invecchiamento debba aumentare nel prossimo futuro, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Poiché questi paesi hanno un lasso di tempo più breve per adattarsi ai cambiamenti collegati con l’invecchiamento della popolazione, è urgente che i governi dei paesi in via di sviluppo facciano dei passi per affrontare le sfide e sfruttare nel mondo migliore le opportunità che l’invecchiamento della popolazione porta con sé”.

Già ai tempi della conferenza del Cairo su Popolazione e sviluppo del 1994 e della Conferenza di Pechino del 1995 sulla donna, la Santa Sede, la cui delegazione era allora guidata dall’arcivescovo, oggi cardinale, Renato Raffaele Martino, sosteneva che lo sviluppo avrebbe favorito la diminuzione delle nascite, unita in ciò alle delegazioni dei paesi poveri.

Veniva contrastata in questo modo la tesi ufficiale dell’Onu secondo la quale bisognava invertire i termini: diminuire, anche forzatamente, le nascite per favorire lo sviluppo. Il “World Population Ageing 2009” dà oggi ragione alla Chiesa.

Ma c’è di più. Non siamo in troppi, siamo troppo vecchi. L’invecchiamento della popolazione pone vari e seri problemi che invitano a riprendere politiche nataliste.

Quando, alla fine dello scorso dicembre, è nato il miliardesimo africano e, facendo i conti, si è visto che gli africani arriveranno nel 2050 al secondo miliardo non tutte le voci si sono accodate alla solita tesi neomalthusiana che un simile aumento della popolazione avrebbe frenato lo sviluppo.

Qualcuno ha detto che l’Africa è sottopopolata, dato che ha il 20% delle terre mondiali e il 13% della popolazione del pianeta. Avere molti giovani e godere di una superiore crescita demografica è sempre più visto come occasione di sviluppo piuttosto che come zavorra. Basterebbe puntare su infrastrutture e istruzione per far fruttare questo immenso potenziale umano.

Ad esaminare questi nuovi dati e valutando queste nuove tendenze si trovano ampie conferme della prospettiva annunciata dalla Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Questa enciclica collega sistematicamente etica della vita ed etica sociale (n. 15) sicché l’offensiva laicista contro la vita e la famiglia può essere considerata contraria allo sviluppo, come abbiamo messo in evidenza nel Primo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo redatto dal nostro Osservatorio.

Il paragrafo 28 della CV dice tra l’altro che: «L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo.

Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono. L’accoglienza della vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco.

Coltivando l’apertura alla vita, i popoli ricchi possono comprendere meglio le necessità di quelli poveri,  evitare di impiegare ingenti risorse economiche e intellettuali per soddisfare desideri egoistici tra i propri cittadini e promuovere, invece, azioni virtuose nella prospettiva di una produzione moralmente sana e solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni popolo e di ogni persona alla vita».

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*Monsignor Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo-Vescovo  di Trieste.