di Andrea Sartori (docente) da protagonisti Per L’Europa Cristiana
Venerdì si è tenuta a Milano la manifestazione “Internet for Peace”. Quando la rete fa tremare le dittature, dalla Cina all’Iran, dalla Birmania all’Ucraina

Internet candidato al Nobel per la Pace? Sembra un’ironia,  in realtà la cosa potrebbe essere più seria di quanto si creda. La rete sta divenendo uno strumento fondamentale per la libertà. I blog e i social network sono i nuovi samizdat con i quali i giovani possono documentare l repressioni nei loro Paesi: ultimo caso, quello iraniano. E così alla Conferenza Mondiale “Science for Peace” a Milano sarà lanciata la cnadidatura di internet al Premio Nobel per la Pace, proprio in forza dell’esempio iraniano.

Tra i sostenitori di questa proposta ci sono il Nobel per la Pace iraniano Shirin Ebadi, lo studioso americano Bj Fogg e diversi studenti provenienti da regimi autoritari. Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, definisce internet “la prima arma di costruzione di massa”

L’ESEMPIO IRANIANO

Gli studenti iraniani hanno vissuto la loro “Primavera di Praga” vergognosamente ignorata per interessi dai principali capi di Stato mondiali dopo i brogli con i quali Ahmadinejad si è assicurato, grazie anche all’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, la poltrona di presidente della Repubblica Islamica per altri quattro anni.

Grazie a social network quali Facebook e soprattutto Twitter questi ragazzi coraggiosi sono riusciti a testimoniare le repressioni del regime islamico. Ogni giorni, sui blog, i ragazzi di Teheran hanno testimoniato le falsità del regime e le repressioni messe in atto contro di loro.

Non è la prima rivolta di studenti iraniani contro il regime islamico: già nove anni fa i ragazzi iraniani si ribellarono e furono uccisi, incarcerati, torturati. Però allora le tecnolgie per documentare ciò che stava avvenendo non etano ancora abbastanza evolute. Invece oggi, dopo pochi anni, i ragazzi hanno potuto utilizzare la rete come strumento di protesta e, soprattutto, hanno potuto documentare le violenze compiute dai basiji, gli sgherri del regime.

Grazie a YouTube ci sono arrivate le drammatiche immagini della morte di Neda Agha Soltan, la ragazza uccisa dal regime, che è divenuta un simbolo della libertà come “il rivoltoso sconosciuto” davanti al carro armato in Piazza Tienanmen in quel lontano 1989.

Su blog di personaggi importanti, quali gli avversari politici di Ahmadinejad Mousavi e Karroubi, ma soprattutto di semplici ragazzi si è cominciato a documentare la verità, è come se fosse caduto un muro. Lo notano bloggers come Kelly Golnoush Niknejad di Tehran Bureau, che afferam: “Quando per la prima volta uno studennte di Teheran scrisse ‘Ciao’ via email a qualcuno in America e si vide rispondere ‘Ciao’, iniziò una reazione a catena. Il Muro non è crollato come a Berlino, ma in Iran internet è lo strumento perfetto per scalarlo e guardare dall’altra parte”.

Addirittura internet ha permesso anche rivisitazioni artistiche delle repressioni, come Persepolis 2.0, rivisitazione della celebre graphic novel antikhomeinista di Marjane Satrapi (che diede il suo placet all’operazione): rivisitando le vignette di Marjane Satrapi due iraniani residenti a Shanghai, Sina e Payman, hanno raccontato le repressioni del regime iraniano e la morte di Neda (che nel finale si trova nell braccia di Dio) per informare, anche in tal modo, delle repressioni.

LA RIVOLUZIONE DELLA RETE COMINCIA A KIEV

L’Iran è il caso più eclatante di questa “Twitter revolution”. La Rete è stata determinante per la prima volta durante le elezioni in Ucraina nel 2004.  La “Rivoluzione arancione” ebbe, a differenza purtroppo dell’ “onda verde” iraniana, successo.

All’indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004, che vedevano vincitore Viktor Janukovich, il candidato presunto sconfitto Viktor Yushchenko, di tendenza filo-occidentale (tanto che Putin tentò di avvelenarlo, rispolverando vecchi metodi del Kgb) denunciò brogli. La Rete fu lo strumento che mobilitò una “smart mob” che si oppose a tali brogli e ottenne nuove elezioni che portarono, con scorno di Mosca, Yushchenko al potere.

Una cosa molto simile stava per succedere in Iran. Purtroppo la filosofia, portata avanti anche da Barack Obama, basata sul parificare ambedue i candidati alla presidenza, che abbandonò completamente gli studenti che stavano attaccando non semplicemente un candidato, ma il regime islamico in quanto tale, ha fatto sì che nulla cambiasse in Iran, e non si trovasse un interlocutore, non si dice laico,  ma perlomeno più ragionevole,

Però le immagini di Neda, degli studenti che scandiscono slogan contro Russia e Cina (partners del regime islamico), di ragzze che si tolgono il velo nel centro di Teheran e vengono per questo malmenate, restano una scossa tellurica che può portare al cambiamento nel mondo musulmano.

BIRMANIA E MOLDOVA

La Birmania, il Paese che tiene ancora in ostaggio il Premio Nobel alla Pace Aung San Suu Kyi, fu protagonista di un altro memorabile passo della Rete per testimoniare le brutalità di regime.

Nel settembre 2007 vi fu la pacifica protesta dei monaci buddhisti birmani contro il regime del Myanmar. In occidente, trasmesse da tutti i telegiornali, sono arrivate le immagini della polizia birmana che carica i monaci e i manifestanti che protestavano pacificamente contro la giunta militare e la mancanza di democrazia. Si parlò di decine di morti e centinaia di arresti. Il caso birmano è, purtroppo, simile al caso iraniano. Le immagini fecero il giro del web, ma non portarono ad una riforma politica.

La “Twitter revolution” avvenuta in Moldova per protestare contro i brogli comunisti per ottenere la vittoria sfuggì al controllo e sfociò nella violenza.

IL CASO CINESE

Il regime cinese applica una feroce censura su internet, ben consapevole che le immagini di libertà potrebbero incrinare la solidità di un regime frutto dell’ibrido mostruoso fra il comunismo feroce di Mao in sede politica e il capitalismo spietato di Deng in sede economica.

La Cina è la nazione con il più alto tasso di utenti della Rete: 350 milioni. Quasi la metà degli utenti naviga su internet per trovare informazioni (il 47,6%, contro, per esempio, il 6% per motivi di studio o lo 0,3% per fare shopping on-line). Questo non può che allaramre i governi totalitari, tra cui quello di Pechino.

Un utente cinese di internet non riuscirà mai ad accedere, a causa della censura della Repubblica Popolare, ad informazioni riguardanti il genocidio del Tibet, alla repressione della setta del Falun Gong o ai fatti di Piazza Tienanmen. I portali e i provider sono obbligati a schedare tutte le informazioni che ospitano, catalogare i link immessi, gli accessi avvenuti, per metterli a disposizione delle autorità cinesi. I siti commerciali devono avere una licenza governativa, rilasciata solo se si comunica alla perfezione contenuti ed offerte delle proprie pagine web.  Chi entra in un internet cafe cinese deve registrarsi con carta d’identità, i siti visitati sono inviati ad un centro di controllo che verifica violazioni al divieto imposto alla visione di mezzo milione di siti stranieri.

Obama ha invocato, durante la sua visita in Cina, la libertà della Rete. Quel discoso è stato censurato dalla tv e dal web del Paese del Dragone. Anche il discorso di insediamento di Barack Obama fu censurato in due punti dal web cinese. Un punto è quello dove il presidente statunitense parla dei valori americani che hanno sconfitto “fascismo e comunismo” e l’altro è un punto dove il neopresidente critica i dittatori che sopprimono il dissesnso.

FIN DOVE PUO’ SPINGERSI LA LIBERTA’ SU INTERNET?

Il recente caso della chiusura del sito Facebook italiano “Uccidiamo Berlusconi” ha riportato a galla il fatto che in alcuni casi la libertà del web può trasformarsi in pericolosa anarchia.

Le minacce alla vita di qualcuno sono sempre un pericolo, anche perché, soprattutto in un clima arroventato come questo, non mancano gli esaltati che potrebbero mettere in atto tale minaccia.

Ma questo confine non deve spingere ad aumentare la censura. Anche perché la Rete è uno strumento indispensabile di libertà.

L’anarchia e la pericolosità che può essere rappresentata da alcuni siti internet deve essere bilanciata dalla preziosità di questo strumento di libertà, che ha permesso ai giovani iraniani di rendere partecipe tutto il mondo di quello che sta succedendo nel loro Paese. Cosa che è stata meglio di niente perché, se sono stati abbandonati dai governi e dal loro machiavellismo, non sono perlomeno stati abbandonati dall’opinione pubblica: come nel caso birmano e, in parte, nel caso tibetano, un piccolo muro è stato abbattuto.

Certo la libertà è una bella signora che va amata con responsabilità. Per questo chi inonda internet di minacce è doppiamente irresponsabile: in primis, lo è perché può portare qualche esaltato a fare gesti sconsiderati. In secundis, perché può offrire a qualche potente il pretesto per mettere la mordacchia al dissenso, soprattutto in un’epoca come questo dove i regimi autoritari, quali ad esempio Russia, Cina e Paesi islamici, sembrano sempre più forti, piùlegati economicamente alle democrazie e più determinati nel mostrare il loro modello come “vincente”.