Successo di pubblico per lo spettacolo con lo scrittore-insegnante allestito dalla casa editrice salesiana Elledici che festeggiava i suoi 70 anni

Mauro Pianta da Vatican Insider

Il paradiso? «Lo immagino come un luogo dove si è innamorati. E ogni minuto che passa lo si è sempre di più…». Il fascino del cristianesimo? «È tutto nella materialità di questa esperienza dove Dio diventa un bambino e poi uomo, il Verbo si fa carne, per essere alla portata concreta degli uomini e non qualcosa di astratto, lassù…». La moralità?  «Dobbiamo smetterla di pensare che per arrivare a Dio bisogna essere buoni. No, per scoprire Dio dobbiamo amare quel pezzo di realtà che ci è stato affidato».

Incalzato dalle domande del pubblico e del conduttore, il 34enne scrittore-insegnante Alessandro D’Avenia, venerdì 20 gennaio, sul palco del teatro don Bosco di Rivoli (Torino), non si è attorcigliato in salti mortali dialettici per farci sapere come la pensa in materia di fede e di “domande ultime”. Quelle domande, del resto (“Qual è il significato dell’esistenza?”; “Per che cosa vale la pena vivere?”), rappresentano il vero fuoco intorno al quale danzano e bruciano le storie e i personaggi dei suoi romanzi.

A chiamarlo su quel palco ci avevano pensato dalla casa editrice salesiana Elledici per festeggiare il loro settantesimo compleanno. L’obiettivo? Una chiacchierata sull’avventura dell’educazione con l’aiuto di immagini, letture di brani tratti dai libri  dell’ospite, incursioni musicali degli artisti di Anima Giovane. (Guarda il trailer dello spettacolo:http://www.youtube.com/watch?v=IWmcgAOSzxM&feature=related)

Una chiacchierata decisamente riuscita, dove si sono intrecciati registri “alti” e un intrattenimento intelligente (e qui va dato atto alla bravura del conduttore-intervistatore Gigi Cotichella, direttore dell’area educazione e animazione della casa editrice salesiana, capace di accompagnare con ironia il “filosofare” dello scrittore palermitano).

La conversazione ha preso le mosse dalla famiglia. «Non esistono – ha detto D’Avenia – ricette, istruzioni per l’uso. Ogni genitore deve trovare la giusta distanza dai figli, una distanza, uno spazio che va rinegoziato ogni giorno. Ma occorre tener conto che, al contrario di quanto scrive Antoine de Saint- Exupéry nel Piccolo Principe, l’essenziale è visibile agli occhi, agli occhi di chi sa guardare. Il ragazzo, che nell’adolescenza attraversa una benefica crisi perché si chiede che cosa ci fa al mondo, ha bisogno del rapporto con un adulto. Quando ho chiesto a un mio allievo qual era stata, nei ultimi anni, la cosa più bella del rapporto con suo padre, un indaffaratissimo avvocato di grido, mi ha risposto: “Quella volta che alle tre del pomeriggio mi ha chiamato per dirmi: Ciao, volevo solo sapere come stavi..” ».

Poi è toccato alla scuola. «Ogni mattina – ha raccontato – mi trovo di fronte venti ragazzi, venti vite che non ho fatto io. Vanno guardati in faccia, vanno ascoltati. A noi insegnanti chiedono di non portare in classe i nostri umori, ma i nostri amori, la passione per quello che insegnamo. Loro ci chiedono di far capire cosa c’entri la scuola con la vita, di aiutarli a essere liberi, a essere se stessi. I ragazzi devono avvertire uno sguardo che li faccia percepire come valgano molto di più di quello che fanno o non fanno».

Uno sguardo che li aiuti a non scivolare in quella “quieta disperazione”, con il cuore ghiacciato, senza ferite,  vera anticamera dell’inferno. Uno sguardo che si può imparare. Perché solo chi ha fame di significato, chi ricerca indomabilmente il mistero della vita, può essere realmente creativo. Ma servono dei maestri.  Chi sono stati i maestri di D’Avenia?  I suoi genitori, certo («Sono sposati da 45 anni, sono stanchi e felici, vorrei essere come loro»). Il professore di lettere, l’uomo che faceva ascoltare Beethoven a degli scalmanati sedicenni ridestando così il «desiderio di sublime, la voglia di fare cose grandi».  E poi l’insegnante di religione, padre Pugliesi, il prete ucciso dalla mafia per le sue battaglie educative.  «A vederlo sembrava così dimesso eppure la sua vita, e la sua morte, hanno cambiato la vita di 1500 ragazzi e, con essi, di un pezzo di città. Il punto è – ha scandito il giovane prof – che quel cambiamento bisognava vederlo. E io l’ho visto. È stato allora che ho deciso di diventare educatore».

Insomma, una serata insolita. D’Avenia non si è nascosto, ma ha evitato al contempo di indossare i panni della star. E se anche uno solo di tanti ragazzi presenti in teatro è uscito con la voglia di scoprire se stesso e il mondo, allora – ancora una volta – l’abbraccio tra vita e letteratura ha mostrato tutta la sua urgente e sincera necessità.