di Raniero Cantalamessa
Tratto da Avvenire del 7 marzo 2010

Nessuna rappresentazione artistica della Passione ha esercitato ed esercita tuttora un fascino paragonabile a quello dello Sindone.

Non importa, dal nostro punto di vista, sapere se la Sindone è «autentica» o no, se l’immagine si sia formata naturalmente o artificialmente, se è soltanto un’icona o anche una reliquia.

La cosa certa è che essa è la rappresentazione più solenne e più sublime della morte che occhio umano abbia mai contemplato. Se un Dio può morire, questo è il modo meno inadeguato di rappresentarci la sua morte. Le palpebre abbassate, le labbra accostate, i tratti composti del volto: più che a un morto, tutto fa pensare a un uomo immerso in profonda e silenziosa meditazione. Sembra la traduzione in immagini dell’antica antifona del Sabato Santo: «Caro mea requiescet in spe», «la mia carne riposa nella pace». Anche l’antica omelia sul Sabato santo che si legge nell’Ufficio delle letture acquista una forza particolare letta davanti alla Sindone: «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme… ».

La teologia ci dice che alla morte di Cristo la sua anima si separò dal corpo come in ogni uomo che muore, ma lo sua divinità rimase unita sia all’anima che al corpo. La Sindone è la più perfetta rappresentazione di questo mistero cristologico. Quel corpo è separato dall’anima, ma non dalla divinità. Qualcosa di divino aleggia sul volto martoriato ma pieno di maestà del Cristo della Sindone. Per rendersene conto basta paragonare la Sindone con altre rappresentazioni del Cristo morto fatte da mano di artisti umani, per esempio il Cristo morto di Mantegna e più ancora quello di Holbein il Giovane, nel Museo di Basilea, che rappresenta il corpo di Cristo in tutta la rigidità della morte e l’incipiente decomposizione delle membra. Davanti a questa immagine — diceva Dostoevskij, che l’aveva a lungo contemplata in un suo viaggio — si può facilmente perdere la fede; davanti alla Sindone, al contrario, si può trovare la fede, o ritrovarla se si è perduta. Il volto di Cristo della Sindone è come un limite, una parete che separa due mondi: il mondo degli uomini pieno di agitazione, di violenza e di peccato e il mondo di Dio inaccessibile al male. È una riva su cui si infrangono tutte le onde. Come se, in Cristo, Dio dicesse alla forza del male ciò che nel libro di Giobbe dice all’oceano: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde» (Gb 38, 11). Davanti alla Sindone possiamo pregare così: «Signore, fa di me la tua sindone. Quando, deposto nuovamente dalla croce, vieni in me nel sacramento del tuo corpo e del tuo sangue, che io ti avvolga con la mia fede e il mio amore come in un sudario, in modo che i tuoi lineamenti si imprimano nella mia anima e lascino anche in essa una traccia indelebile. Signore, fa del ruvido e grezzo panno della mia umanità la tua sindone!».