Batteri riprogrammati che aiutano l’uomo a sconfiggere le malattie, la fame, l’inquinamento e la cronica crisi energetica. Microrganismi dotati di funzioni nuove, come purificare l’aria e l’acqua, produrre con le alghe carburanti “puliti”, fornire farmaci “cellulari” che vanno a snidare i tumori cellula per cellula. Con l’aiuto della biologia sintetica, presto dovrebbe essere possibile captare anidride carbonica, trasformare l’industria in fabbriche “verdi” che non solo non avvelenano l’ambiente, ma consumano basse quantità di energia, offrire un’alternativa agli Ogm attuali, che possono provocare contaminazioni genetiche; trattare batteri di cui il mare è ricco e che sintetizzati possano nutrire le aree del globo sottoalimentate. Il progetto è imponente e si è impegnata a realizzarlo una disciplina che fa lavorare insieme biologi, ingegneri e informatici e chiama a raccolta decine di metodologie diverse.

La “biologia sintetica” è un’impresa scientifica le cui radici risalgono a cento anni fa. All’origine c’è l’esperimento compiuto da un biologo francese, tanto apprezzato da meritarsi fama e onori compresa la Legion d’onore e anche il soprannome di “ficcanaso” perché instancabile ricercatore. Semplificando molto, si può dire che Stephane Leduc, questo il suo nome, si stava esercitando con il fenomeno dell’osmosi quando, per un’elementare ragione di fisica, un’ampolla di vetro gli scoppiò tra le mani. Lui non ebbe paura, e per quella «crescita spontanea della materia» pensò addirittura di aver svelato il segreto della materia vivente, e perciò di aver fatto la scoperta più importante della storia. La sua era una pista falsa, ma la filosofia di fondo, l’idea di isolare i meccanismi essenziali alla vita, per realizzare in laboratorio sistemi biologici capaci di svolgere nuove funzioni, più utili all’uomo, è la stella polare dei fautori dell’attuale “biologia sintetica”. Altro particolare: fu proprio Leduc a dare il nome alla nuova scienza. E quello che ora stanno facendo i biologi di frontiera è lavorare alla vita artificiale. Hanno già realizzato la “cellula minima” che sta alla base della biologia sintetica. Come tutte le conquiste della ricerca scientifica, anche questa biologia che avanza, più semplice, rapida, accessibile e meno onerosa, presenta indubbi vantaggi e anche vari rischi. Per quanto riguarda i vantaggi, gli scienziati sono prodighi di promesse e mostrano di avere i mezzi per realizzarle.

L’obiettivo è sintetizzare in laboratorio forme di vita alternative a quelle esistenti in natura, e molto più proficue per l’uomo, anzi proprio a servizio dell’uomo: for the good of humanity, per il bene dell’umanità. E che cosa è stato fatto finora sul piano strettamente biologico per raggiungere questo traguardo? È stato sintetizzato, in laboratorio, il genoma di un batterio, poi inserito nelle cellule di un’altra classe di batteri. Non è stata sintetizzata un’intera cellula (fatta di decine di migliaia di componenti). Ma questo basta, secondo Craig Venter, il biologo-imprenditore americano che ha già un grosso titolo di merito per aver sequenziato il genoma umano e ora guida il decollo della biologia sintetica. Lui e il suo team di 500 scienziati e ricercatori hanno compiuto il secondo passo di un percorso di tre, per realizzare un organismo totalmente sintetico. È nato così il Mycoplasma laboratorium, un batterio parzialmente sintetico derivato dal genoma del Mycoplasma genitalium. «Dobbiamo finirla di estrarre anidride carbonica dal sottosuolo, bruciarla nei combustibili e spedirla nell’atmosfera», dice Craig Venter. E aggiunge: «Perché ignorare lieviti che possono produrre biocarburanti con pochi centesimi di spesa e in quantità praticamente illimitate? Fra venti anni la biologia sintetica sarà necessaria per fare qualunque cosa». Certo il compito è molto impegnativo. Occorrono ricerche avanzate in centri di eccellenza universitari e privati. In Italia, per ora, spiccano Pavia e Bologna. Da Pavia, sotto la guida del professor Paolo Magni, è venuto il progetto di un biocarburante ricavato dal siero del latte. All’università di Trento opera il Centre for Computational and Systems Biology. Ma la biologia sintetica, che entusiasma gli adepti, solleva questioni filosofico-etiche. L’opposizione più dura viene da quanti sostengono che la nuova scienza mira ad avere libertà assoluta nella manipolazione della materia vivente. Accresce le preoccupazioni la rivoluzionaria enunciazione degli obiettivi della biologia sintetica: controllare, e addirittura dirigere, i meccanismi dell’evoluzione umana. Un invito alla cautela parte dal mondo della bioetica, che reclama rigorose e trasparenti procedure di valutazione dei rischi.

Bisogna assicurarsi che la biologia sintetica non comprometta la sicurezza alimentare, sanitaria e ambientale (la “fuga” di organismi parzialmente o interamente artificiali dai laboratori e la loro diffusione nell’ambiente, provocherebbe un inquinamento genetico). La più capillare vigilanza va praticata contro il rischio di bioterrorismo, raccomanda Kenneth Oye del Mit di Boston: micidiali armi “sintetiche” potrebbero, per esempio, essere usate per sterminare intere etnie. In un rapporto del Centro di studi bio-giuridici Ecsel, si fa notare che la biologia sintetica potrebbe cambiare anche il modo di concepire la vita, e si ribadisce il primato dei diritti dell’uomo rispetto agli interessi della scienza.

Luigi Dell’Aglio da Avvenire