Affari e previsioni del presidente dell’Ipcc
di Piero Vietti
Tratto da Il Foglio del 19 febbraio 2010

Il suo blog ufficiale è fermo da un mese esatto, appena prima che scoppiassero le polemiche sullo sciogliemento dei ghiacciai dell’Himalaya che invece adesso non si sciolgono più.

Nel suo ultimo post Rajendra Pachauri si lamentava degli scarsi risultati prodotti dal vertice sul clima di Copenaghen, da lui fortemente voluto e sostenuto e nei fatti miseramente fallito. Occhio spiritato, fare da guru e un riporto di capelli che sfida le leggi della fisica, l’indiano Pachauri è il presidente dell’Ipcc, il panel di scienziati dell’Onu che studia i cambiamenti climatici. Come scritto dal New York Times, Pachauri sembrava destinato alla santità scientifica, dopo che i report del suo Ipcc erano diventati il libro sacro del catastrofismo climatico, quando qualcosa si è rotto. La questione himalayana è stato l’ultimo atto di una rappresentazione tragicomica finita male, quella dell’infallibilità della climatologia applicata alla fine del mondo per autocombustione causata dalle emissioni umane di CO2. Ora in molti da tutto il mondo chiedono le sue dimissioni, vista l’imprecisione di troppe previsioni. Pachauri resiste, però, e grida al complotto degli scettici ai suoi danni. Perché se al complotto gridano i “negazionisti”, sono dei paranoici, se lo fai lui è perché le compagnie petrolifere vogliono rovinarlo.

Il bello è che Pachauri non è nemmeno uno scienziato. Ex ingegnere ferroviario, pare che il vincitore a metà con Al Gore del Nobel per la Pace del 2007 abbia messo insieme uno grosso portfolio di interessi affaristici con realtà che investono miliardi di dollari in organismi che dipendono dalle decisioni e dalle politiche dell’Ipcc. Una lunga inchiesta del Daily Telegraph di qualche settimana fa avrebbe svelato la rete costruita da Pachauri in questi anni grazie a Teri, un istituto di ricerca sull’energia di cui lui è presidente dagli anni Ottanta, politicamente molto potente in India e nel mondo. Questo Teri, che all’inizio faceva affari grazie al petrolio e al carbone, starebbe portando avanti alcuni progetti finanziati da Onu e Ue per combattere il riscaldamento globale. Quel riscaldamento globale agitato da tempo come spauracchio proprio dall’Ipcc. Non si contano poi le poltrone occupate da Pachauri negli istituti più disparati, ha scritto sempre il Telegraph, non ultima la Banca del clima di Chicago, quella che gestisce lucrosi scambi di diritti di emissioni dei gas serra tra paesi. Pachauri ha negato tutto, e per questo non vuole dimettersi dall’organismo delle Nazioni Unite che determina la principale corrente di pensiero sul clima a livello mediatico e politico. “Senza l’Ipcc nessuno sarebbe preoccupato del cambiamento climatico”, ha detto, così chiarendo involontariamente la funzione del panel che fa le previsioni sui ghiacciai basandosi su tesi di laurea e ricordi di qualche alpinista: preoccupare la gente intorno a una cosa che c’è sempre stata e di cui l’uomo non si è mai preoccupato, perché abituato a conviverci dall’inizio del mondo, il clima che cambia.

In uno dei rari commenti al suo blog, un lettore lo paragona a Cristo, Gandhi, Socrate ed Edgar Allan Poe per le critiche e le persecuzioni che sta subendo in questi giorni. Lui prosegue la sua missione salvifica e ha già pronti “nuovi strumenti” da usare contro il global warming: “I bambini”, come ha detto in un’intervista ad Al Jazeera. Più facili da indottrinare (quando non già indottrinati da programmi e libri per l’infanzia iper ambientalisti), i bambini sono la speranza della lotta alla CO2. Forse perché i suoi vecchi strumenti, i media, gli credono sempre di meno.