di Paolo Rodari
Tratto da Il Riformista

Due i messaggi di Benedetto XVI con la sua terza enciclica, la “Caritas in veritate”. Uno intra ecclesiale, uno extra.

Quello intra è una straordinaria rilettura del pontificato montiniano, con un’esegesi del vero significato della “Populorum Progressio”, l’enciclica sociale di Paolo VI troppe volte usata come uno corpo estraneo rispetto alla Tradizione della Chiesa. Una rilettura che riguarda anche le varie storpiature del Concilio Vaticano II, spesso interpretato come una tappa di rottura rispetto a quanto la Chiesa ha detto e fatto precedentemente.

Quello extra è una riflessione sull’impronta generale dell’economia mondiale, imperniata strutturalmente sui concetti di responsabilità, solidarietà e sussidiarietà. È l’insegnamento di sempre del cristianesimo, secondo il quale la fede aiuta a interpretare meglio la vita intera, economia compresa. Nella pratica, il modello di società nel quale questa visione economica deve essere calato è quello in cui la gestione del potere sia di tipo «poliarchico», termine coniato per la prima volta da Robert Dahl e mai prima d’ora apparso nel magistero papale.

Il primo messaggio è chiaro e sviscerato nel primo capitolo a mo’ d’indispensabile premessa: occorre ridare ciò che a Paolo VI è stato tolto. Cosa? Il fatto che la sua enciclica sociale dedicata allo sviluppo integrale dell’uomo sarebbe un documento senza radici e, a motivo della mancanza di ancoraggio al patrimonio antico e nuovo della Tradizione della fede apostolica, un testo di contenuto eminentemente sociologico. Niente di più falso: l’enciclica montiniana si legò a stretto giro al Vaticano II il quale, a sua volta, «approfondì quanto appartiene da sempre alla verità della fede ossia che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è a servizio del mondo in termini di amore e di verità».

L’operazione di Ratzinger è quella di spiegare bene un concetto che, evidentemente, ancora necessita di chiarimenti: il legame tra la “Populorum Progressio” e il Vaticano II non rappresenta una cesura tra il magistero sociale di Montini e quello dei Pontefici suoi predecessori. Il Concilio, infatti – spiega il Papa -, «costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita della Chiesa». Infine, la bordata che fa più male ai fautori dell’ermeneutica della rottura: «Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo». Il corpus dottrinale ha una coerenza interna sempre fedele all’insegnamento globale della Chiesa stessa.

Il secondo messaggio è rivolto al mondo che tanto sta annaspando a motivo d’una crisi economico-finanziaria della quale si fatica a delineare i confini. Serve, spiega il Papa, «un’economia etica». Non «un’etica qualsiasi, bensì un’etica amica della persona». In sostanza, oltre il socialismo e il capitalismo (peraltro mai citato nel testo papale), c’è il modello cristiano, quello di uno sviluppo del mercato e dell’economia di tipo umanistico, all’insegna della fraternità. Oltre la competizione hobbesiana del «mors tua, vita mea», oltre l’immorale principio utilitaristico per il quale l’attività economica è il luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole, altro non c’è che la dottrina sociale della Chiesa: una buona società è frutto del mercato e della libertà ma, insieme, ci sono esigenze riconducibili al principio di fraternità che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia.

Vari passaggi del testo papale parlano dei pericoli della povertà, del rispetto da dare ai migranti, del fatto che non vi può essere sviluppo senza il rispetto della vita, controllando le nascite e favorendo aborto ed eutanasia. Ma forse il passaggio più interessante è quello nel quale il Pontefice ridefinisce il concetto di autorità politica. Per Benedetto XVI l’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i governi a una più forte collaborazione. Ma gli Stati debbono lavorare all’insegna del principio di sussidiarietà e in modo poliarchico. Se il principio di sussidiarietà è noto alla Chiesa, il termine politologico di poliarchia è nuovo. E intende la necessità di vedere lo Stato come un attore non monopolistico e lo spazio pubblico come caratterizzato dalla competizione tra varie proposte politiche e vari  interessi.