Per la Società internazionale di endocrinologia è lecito fermare lo sviluppo ormonale se un bambino manifesta “tendenze” diverse

di [eb]

Il Corriere della Sera ha rivelato che la Società internazionale di endocrinologia ha in cantiere un «innovativo progetto che sta facendo discutere la comunità scientifica» (“Tendenze trans? Rimandati in sesso”, 11 gennaio). La proposta è di bloccare la pubertà fino ai sedici anni per quei bambini che vivono infanzie «diverse»: «Bambine che a tre anni fantasticano sulla barba che avranno da grandi, maschietti che già a cinque all’idea di sostituire la Barbie con la classica automobilina fanno capricci interminabili». Sono i cosiddetti «transessuali primari che non “guariscono” e una volta adulti, vogliono, spesso, cambiare sesso». Per evitare loro quindi l’impiccio dell’operazione, la Società internazionale di endocrinologia ha avanzato delle linee guida affinché «si blocchi lo sviluppo puberale» dando la possibilità «al ragazzo/a di optare poi per l’altro sesso senza interventi pesanti».

Secondo il Corriere della Sera «la motivazione sembra valida: quando la virilità ha avuto già uno sviluppo completo, cambiare sesso significa mutilare i genitali, togliere barba e peli, asportare il pomo d’Adamo e molto altro ancora». La Free university di Amsterdam ha già svolto esperimenti in questo campo e «sembra abbia avuto buoni risultati». E anche per i farmaci utilizzati non si corre alcun pericolo, trattandosi di «cure collaudate e sicure». Tuttavia, come spiega Domenico Di Ceglie, psichiatra infantile che dirige a Londra un servizio per bambini e adolescenti con disturbi dell’identità, «i dati ci dicono che dei bimbi che mostrano segni di transessualismo l’80 per cento supera il problema con l’età adulta. È vero che l’atteggiamento attendista porta a cambiamenti del corpo che non possono regredire, ma è altrettanto vero che non sappiamo quanto le terapie che bloccano la pubertà influiscano sull’identità di genere a livello del cervello: c’è il rischio di confondere ulteriormente una situazione già incerta».

A corredo dell’articolo, il Corriere riporta maliziosamente «i percorsi di chi ha deciso per una nuova vita e di chi ha scelto l’ambiguità». C’è la storia di Colin Bone diventata Celia a sessant’anni, quella di Jasmine Tayfun, ex ufficiale dell’esercito turco, quella di Mario (poi Mara) Siclari che oggi convive con i due figli e la moglie Silvia che «ha accettato la nuova condizione del marito», quella di Elena diventata Christian per sposare la donna che amava fin dall’infanzia. Non manca, naturalmente, un accenno al «testimonial per definizione di questa condizione, Vladimir Luxuria, trionfatrice dell’isola dei famosi, ex deputato di Rifondazione comunista, al secolo Wladimiro Guadagno».
Italo Carta, già professore ordinario di Psichiatria all’Università Bicocca di Milano, ha letto l’articolo ed è rimasto piuttosto perplesso. «La condizione transessuale – spiega a Tempi – è per certi versi ancora un mistero. Chi ne ha un’esperienza clinica sa che, in alcuni casi, è davvero di difficile inquadramento. Credo che posizioni attendiste e prudenti prima della somministrazione di farmaci siano giustificate. Terapie che ritardano lo sviluppo ormonale comportano variazioni importanti della sfera emotiva perché gli ormoni agiscono a livello encefalico e possono modificare il substrato affettivo». Bloccare la carica ormonale, quello sì, significa modificare gli orientamenti.

Secondo Carta «l’idea di bloccare lo sviluppo è figlia del presupposto che considera l’orientamento sessuale come già determinabile dai comportamenti infantili». Quindi il maschio che giocherà con le bambole da piccino o la bambina che si divertirà a sparare con le pistole riveleranno – “per forza” – tendenze transessuali in età adulta. «è un modo un po’ semplicistico di leggere il problema. Quanti dei nostri bambini fanno questi giochi? Eppure è esperienza comune che non, “per forza”, sviluppino in seguito problematiche in ordine all’identità sessuale. E poi, non credo che esista un solo documento scientifico che avvalori l’idea per cui il destino di un bambino sia determinabile in base ai comportamenti dell’infanzia. Altrimenti dovremmo dedurre che un bambino aggressivo nella fanciullezza diverrà un criminale in età adulta». La verità è che «la realtà umana è assai più complessa e che i nostri comportamenti si modificano col passare delle età». Da un punto di vista bioetico, quindi, il progetto si rivela solo «una scorciatoia offensiva della dignità umana» perché pensa di risolvere problemi complessi basandosi solo sulla «prevedibilità che un bambino diventi transessuale».

da Tempi.it