di Francesco Agnoli
Tratto da Il Foglio del 12 novembre 2009

La notizia del rientro di alcuni gruppi di anglicani nell’unico ovile è di quelle storiche.

Anzitutto perché rilancia l’ecumenismo evangelico: ut unum sint. Che siano una cosa sola. E’ sembrato, a lungo, invece, che le innumerevoli frammentazioni del popolo cristiano, a seguito della Riforma, fossero qualcosa di bello e di utile.

Che il dialogo fosse fine a se stesso, senza scopo alcuno. Che la conversione a Roma, all’universalità della chiesa apostolica, non fosse più necessaria, anzi, addirittura disdicevole. Non è così: il desiderio di ogni cristiano non può che essere quello del ritorno dei fratelli separati alla unica chiesa di Cristo. In secondo luogo, questo avvenimento, dimostra ancora una volta quale è il compito di questa istituzione: non quello di “aggiornarsi”, seguendo i continui movimenti e le giravolte del mondo. Ma quello di rimanere ferma sulla Verità, che si incarna diversamente, a seconda delle persone e dei tempi storici, che è infinita nella ricchezza delle possibilità che offre, ma che è, però, immutabile nella sua sostanza. La chiesa cattolica, nella sua dottrina, è ferma lì, da duemila anni, e resiste: le innumerevoli confessioni protestanti, spinte dall’urgenza dei tempi, mutano e adattano la verità, ma alla fine si svuotano di credibilità e di fedeli. La Verità non tollera diminuzioni o amputazioni. La chiesa anglicana ha continuato a mutare, prima a seconda dei capricci dei suoi re, poi per adeguarsi alla modernità: ma non rimane di essa, oggi, che un simulacro.

Detto questo è veramente consolante vedere che cinquecento anni dopo Enrico VIII ci siano uomini di fede anglicana che ritornano alla comunione con Roma. Non deve essere facile. Penso sia, al contrario, un gesto eroico. Per capirlo occorre analizzare brevemente la storia dello scisma di Enrico. Non alla luce dell’ideologia, ma secondo i fatti, raccontati con grande perizia storica e con notevole acutezza nella recente opera di Elisabetta Sala, “L’Ira del re è morte” (Ares). Come sorge la chiesa anglicana? Nasce da un sovrano che anzitutto vuole sciogliere un matrimonio, perché la legittima sposa, Caterina d’Aragona, non gli dà l’agognato figlio maschio. Enrico VIII fonda una nuova chiesa e se ne dichiara capo, anzitutto per potersi sposare in seconde nozze con Anna Bolena, poi anche per altri motivi, personali e politici. Ma il popolo non è con lui: ama la regina spagnola, Caterina, e non stima per nulla la Bolena, contro la quale si hanno addirittura delle manifestazioni pubbliche.

Per difenderne la reputazione Enrico impone “un’apposita legge per cui divenne alto tradimento il non onorarla come regina”. Il re è abile, e soprattutto sono astuti i suoi consiglieri: l’uomo che a breve farà decapitare l’“amata” Bolena e suo fratello, che sposerà altre cinque mogli, condannandone alcune alla morte e altre all’emarginazione, fa leva sugli istinti peggiori di coloro che possono sostenerlo.

Dichiara la nascita di una chiesa nazionale, di cui lui solo è il capo, venendo incontro ai forti sentimenti nazionalistici presenti in alcune elite. Soprattutto trasferisce al re tutte le tasse ecclesiastiche e gradualmente sopprime monasteri, conventi, scuole, ospedali cattolici, incamerando quantità immense di beni che non gli appartengono.

Gli serviranno per rimpinguare le casse dello stato e per tener buoni nobili e borghesi interessati più alla propria ascesa personale che alla provenienza delle proprie ricchezze. Sebbene ciò comporti la distruzione del “90 per cento del patrimonio artistico medievale”. Accanto all’acquisto di svariati complici, Enrico instaura un vero terrore, “il meno sommario e il più legalizzato possibile”. Vengono perseguitati e uccisi numerosi religiosi; cinque certosini che non vogliono abiurare la loro fede vengono “squartati uno ad uno mentre gli altri erano costretti ad assistere”; centinaia di cattolici sono uccisi come idolatri o traditori; umanisti importanti come Wyatt, Surrey e Vives vengono rinchiusi nella Torre, uccisi o espulsi, mentre Erasmo lascia l’Inghilterra per sempre. L’ex cancelliere Tommaso Moro, che non è stato piegato alla volontà del re né dalle minacce né dalle lusinghe, viene condannato a morte, come il vescovo John Fisher, la cui testa viene “impalata ed esposta sul ponte di Londra”, prima di essere gettata nel Tamigi e sostituita da quella di Moro. Oltre al Terrore, per imporre se stesso come unico vero interprete del Vangelo, Enrico e i suoi consiglieri adottano soprattutto una efficacissima campagna mediatica,  favorita dalla recente invenzione della stampa.

L’Inghilterra viene inondata di opuscoli, in cui il testo evangelico viene piegato a giustificare la politica del re. “Sermoni ufficiali vennero stampati e divulgati in ogni parrocchia e tutti i sacerdoti furono obbligati a proclamarli”. Dotti, professori universitari e vescovi sono adulati o minacciati, affinché giustifichino alla luce di passi evangelici estrapolati e manipolati, la liceità del ripudio. Sempre il Papa è presentato come un sovrano straniero, un astioso nemico dell’ Inghilterra, un “bastardo”, un “eretico”, l’Anticristo in persona. L’odio contro i cattolici, detti “papisti” e “seguaci dell’Anticristo”, verrà coltivato anche nei secoli successivi, dai sovrani inglesi, impegnati, con W. Tyndale, a diffondere l’idea che “colui che giudica il re giudica Dio”. Per questo gli anglicani che oggi tornano a Roma compiono un gesto coraggioso: ripudiano oltre quattrocento anni di propaganda, consapevoli che questo potrà portar loro una certa avversione, anche tra altri cristiani ormai assuefatti all’idea che la chiesa sia istituzione non universale, ma nazionale, non di diritto divino, ma statale.