di Giulio Meotti
Tratto da Il Foglio del 16 settembre 2009

“Voi non capite, l’islam è molto diverso da come pensate. Loro  devono uccidermi. Se amano Dio più di me, devono fare questo. E io sto combattendo per salvarmi la vita, voi non capite. Non capite”.

Cosa ti ha detto tuo padre? “Ha detto che mi avrebbe uccisa. O che mi avrebbe fatta tornare in Sri Lanka dove mi avrebbero messa in un manicomio… ”. La supplica di Rifqa Bary sta facendo il giro dell’America. I commentatori repubblicani lo hanno definito “un crimine d’onore che si svolge in slow motion sotto i nostri occhi”.

Rifqa Bary, ragazza di 17 anni nativa dell’Ohio, è scappata di casa verso la Florida perché minacciata dalla sua famiglia di religione islamica a causa della conversione al cristianesimo. Rifqa tramite un gruppo di preghiera su Facebook aveva contattato il reverendo Blake Lorenz, il pastore di Orlando della Global Revolution Church. Dalla famiglia di predicatori è poi passata all’affidamento ai servizi sociali. Il giudice deve decidere se Rifqa corre dei pericoli in un eventuale ritorno a casa. Le autorità della Florida si sono ritrovate con un caso molto difficile fra le mani, un conflitto fra il diritto di famiglia e quello di una ragazza che rischia la sua incolumità per quello che ha fatto. Il peccato di apostasia, il più grave nell’islam.

Il mondo conservatore si è schierato per la custodia a terzi di Rifqa, che dice: “Se fossi rimasta in Ohio, non sarei viva. Se faccio ritorno lì, sarò morta in una settimana. In 150 generazioni della mia famiglia nessuno aveva conosciuto Gesù. Sono la prima. Immaginate l’onore nell’uccidermi”. I gruppi cristiani si sono intanto mobilitati per “salvare” la ragazza da un eventuale ritorno in Ohio, ne hanno fatto una bandiera della libertà religiosa, e i politici locali chiedono che le autorità guardino prima di tutto alla libertà di culto di Rifqa. Nei giorni scorsi ci sono state manifestazioni di fronte al tribunale. L’avvocato di Bary, John Stemberger, è presidente del Florida Family Policy Council, associato al movimento pro life e cristiano Focus on the Family di James Dobson.

Rifqa ha origini nello Sri Lanka, dove domina la giurisprudenza della scuola islamica Shaf’i. Un manuale di questa corrente recita che “quando una persona ha raggiunto la povertà e volontariamente fa apostasia dall’islam, merita di essere uccisa”. Al cristianesimo Rifqa si è avvicinata a Columbus, nell’Ohio, frequentando una chiesa metodista e partecipando ai picchetti pro life davanti alle cliniche abortiste. Il governatore della Florida Charlie Crist ha già ricevuto oltre diecimila e-mail su Rifqa.

Il Wall Street Journal scrive che “il timore di un delitto d’onore non è irrazionale”. Neppure negli Stati Uniti. In Texas un anno fa un padre egiziano ha ucciso le due figlie, Amina e Sarah, perché frequentavano non musulmani. Le Nazioni Unite stimano che cinquemila donne in tutto il mondo vengano assassinate annualmente in questi delitti d’onore. Il caso di Rifqa è complicato dal fatto che le minacce di morte ricevute, che il sistema legale non riconosce come intimamente legate alla religione islamica, non possono essere provate e sono essenzialmente parola dell’uno contro parola dell’altro.

Proprio Amina e Sarah sono indicate da Rifqa come un esempio di quel che le accadrebbe se tornasse nell’Ohio. “Ci sono centinaia di casi come il mio. Amina e Sarah sono state uccise dal padre. Queste non sono minaccie. Questa è la realtà. Questa è la verità. Quanti altri casi volete che accadano? C‘è un caso dopo l’altro. Io sono una tra centinaia. Devono farlo. Voi semplicemente non capite. Devono farlo. Non so cos’altro dire, ma loro lo devono fare. Se volete prove, ci sono centinaia di casi che possono confermare la mia storia”.