Accolto a Brescia dalle critiche dei colleghi e dagli insulti dei militanti, lo psicologo Nicolosi rivendica la scientificità e la bontà della “terapia riparativa”. «Aiuto persone che si sentono infelici e desiderano rimuovere la causa del loro disagio»
di Marco Invernizzi
Tratto da Tempi del 25 maggio 2010

È stato accolto in Italia come uno psicologo rinnegato che vuole “curare” i gay e farli diventare “normali” a tutti i costi. Hanno cominciato i giornali locali e nazionali, poi si sono messi in mezzo i suoi colleghi italiani, l’Ordine della Lombardia, quello del Lazio e altri. Tutti a decretare che Joseph Nicolosi è fuori dalla “loro” comunità scientifica e offende la “loro” professione perché, praticando la “terapia riparativa”, impedisce agli omosessuali di vivere liberamente la loro condizione. E a furia di veleni e menzogne, Nicolosi è diventato il mostro da tenere a bada coi forconi. Per adesso, fortunatamente, si sono fermati alla vernice rossa con cui nella notte fra il 19 e il 20 maggio sono stati imbrattati il portone e i muri attigui alla sede del Sindacato delle famiglie e del Forum delle associazioni familiari, a Milano, con scritte contro la presenza del “fascista” che nei giorni successivi avrebbe parlato a Brescia.

Ma chi è Joseph Nicolosi? E cos’è la terapia riparativa? Perché suscita tanta ostilità? Tempi ha provato a chiederlo direttamente a lui, approfittando del suo passaggio in Lombardia in occasione del convegno sull’omosessualità rivolto a educatori, genitori, psicoterapeuti, dove è stato presentato il suo ultimo libro tradotto in italiano, Identità di genere. Manuale di orientamento (Sugarco, 448 pagine, 25 euro).

Americano nato nel 1947, Nicolosi vive ed esercita la terapia riparativa nella sua clinica, la Thomas Aquinas Psychological Clinic, a Encino, California, dove dirige l’Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell’omosessualità (Narth), della quale esiste un piccolo nucleo anche in Italia. È membro dell’American Psychological Association e autore di numerosi libri e articoli scientifici, alcuni dei quali pubblicati anche nella nostra lingua. In un’epoca in cui è vietato considerare l’omosessualità una malattia, non poteva che nascere una leggenda nera intorno alla sua figura e alla sua terapia. Il 30 per cento dei clienti di Nicolosi, infatti, ha abbandonato definitivamente l’omosessualità.

Dottor Nicolosi, omosessuali si nasce?
Non esiste una prova conclusiva che le persone nascano omosessuali, non ci sono dimostrazioni decisive a livello genetico, biologico o di studi sul Dna. Molte persone credono di avere scoperto il “gene gay”, ma questo non è affatto vero. Potrebbe esserci una qualche predisposizione biologica, ma anche se ci fosse, non sarebbe determinante: i bambini nati con questa predisposizione temperamentale hanno comunque bisogno della classica “costellazione familiare” per trasformarla in un orientamento omosessuale. Questa “costellazione familiare” ha uno schema classico, ripetutamente documentato nel corso degli anni: una madre eccessivamente presente, invadente, dominante, e un padre distante, distaccato e/o ostile.

Circa 25 anni fa, dopo una lunga attività diciamo ordinaria, come tutti gli psicologi lei “scopre” il dramma esistenziale di molti “omosessuali non gay”, che cioè non accettano la propria condizione. Così nasce e si articola la terapia che lei chiama “riparativa”. Di cosa si tratta?
La terapia riparativa deve prendere le mosse dalla motivazione al cambiamento da parte del cliente. È lui che desidera risolvere qualcosa nella sua vita che gli causa disagio. Sogna un giorno di sposarsi e avere una famiglia; probabilmente si è dedicato a pratiche o ha assunto comportamenti omosessuali che ha trovato insoddisfacenti; ha vissuto per un po’ nella subcultura gay e ne è stato deluso e sta ora cercando di ridurre qualcosa che trova insoddisfacente, che gli crea infelicità, e desidera aumentare il suo potenziale eterosessuale. Quando il cliente è motivato comincia a comprendere come alcuni eventi della sua infanzia hanno posto le fondamenta per un adattamento omosessuale. Di solito comincia a riconoscere che la sua storia personale si inquadra nella classica triade familiare prima descritta; può darsi che identifichi momenti particolarmente traumatici, momenti di intensa vergogna riguardo la propria autostima, la propria identità di maschio, la formazione della propria identità di genere come maschio. Questi momenti allora diventano il punto focale della terapia. Si tratta di sciogliere i traumi del passato. Un altro fattore importante nella terapia è lo sviluppo di amicizie maschili significative. Il cliente comincia a rendersi conto che ciò che sta dietro la sua attrazione per lo stesso sesso in realtà non ha affatto carattere sessuale, ma è un desiderio di quelle che chiamiamo le tre A: attenzione, affetto, approvazione. Questi sono bisogni affettivi, bisogni di identificazione, e man mano che essi vengono soddisfatti attraverso amicizie profonde, in molti casi il cliente scopre che le sue tendenze omosessuali diminuiscono.

La teoria riparativa è efficace? Secondo i suoi critici sarebbe dannosa…
La terapia è efficace. Faccio questo lavoro da 25 anni e vediamo regolarmente che le persone cambiano. Questo non vuol dire che il cambiamento sia istantaneo o facile. È una terapia molto difficile e lunga, ma ovviamente ogni individuo può decidere quanto vuole restare in terapia, quanto vuole proseguire. Ognuno è libero di sceglierne l’estensione, ma in media la terapia dura due anni, a conclusione dei quali i sentimenti omosessuali residuali del cliente non sono più fonte di disagio per lui, non sono più compulsivi, ma vengono gestiti e congedati consentendo di rifocalizzare l’attenzione sulla propria vita eterosessuale. Per quanto riguarda i possibili danni, il dato di fatto è che non è mai stato sottoposto alla nostra attenzione un solo caso di danno derivante da essa. Come per ogni altro tipo di terapia, procedere rispettando sempre i desideri e i sentimenti del cliente è la garanzia contro il danno. Il cliente non viene mai forzato o spinto a fare o credere qualcosa che non sia vero per lui. Quindi i princìpi di ogni buona terapia, indipendentemente da quale sia il problema, valgono anche per la terapia riparativa.

In Italia il termine “riparativo” accostato al concetto di omosessualità suscita reazioni negative.
Sono stato io a coniare l’espressione “terapia riparativa”. Il concetto di riparativo è di origine psicoanalitica. Esso spiega che il sintomo, di qualsiasi sintomo si tratti, è in realtà un desiderio di autoguarigione. Quindi diciamo “terapia riparativa” perché il cliente prende coscienza che i suoi sentimenti omosessuali, il suo comportamento omosessuale sono in realtà un tentativo di “riparare se stesso”. Egli sta cercando di acquisire qualcosa che manca nel suo passato, cioè la relazione affettiva con altri uomini. Quindi il concetto che l’omosessualità è un impulso riparativo è in realtà confortante e consolante per il cliente, perché comprende che il suo comportamento non dice: “Sei un pervertito, sei uno strano, una persona malata”, ma dice invece: “Il tuo desiderio omosessuale affonda in realtà le sue radici in un desiderio naturale”. Quindi questo è molto confortante per il cliente. Tuttavia i miei critici vogliono intendere la parola “riparare” nel suo aspetto superficiale. Per quanto spesso io chiarisca il termine “riparativo”, ci sono sempre persone che continuano a fraintenderlo di proposito.

Dottor Nicolosi, i suoi critici e alcuni suoi colleghi dicono che lei è al di fuori della comunità scientifica internazionale, che l’American Psychological Association le ha proibito di esercitare la professione.
È falso. Sono membro dell’Apa da più di dieci anni, continuo a esserlo, nessuno mi ha proibito di esercitare la professione. Sono anche membro della Psychoanalytic Division dell’Apa. Credo che noi siamo nel regno della scienza, mentre molte altre associazioni di professionisti sono state trascinate da gruppi rappresentanti interessi particolari fuori dalla scienza e dentro la politica. Se stessimo facendo qualcosa di sbagliato, sarebbe l’Apa ad attivarsi contro di noi. Invece siamo noi a incalzare l’Apa, sfidandola ad essere più scientifica.