(DIS)ORDINE PUBBLICO. L’ultima tragedia del ragazzo romano evidenzia un serio problema di violenza della polizia, corollario di una crisi generale del rispetto dei diritti umani. Le “mele marce” non si trovano solo nei responsabili di tali empietà ma anche nei gangli del potere legislativo.
di Cristiano Armati
Tratto da Il Riformista  del 12 aprile 2010

Il 22 ottobre del 2009, con la morte improvvisa di Stefano Cucchi, è cambiata la storia. (…) Cucchi, arrestato al Parco degli Acquedotti della Capitale nella notte del 15 per il possesso di modeste quantità di stupefacenti e, da lì, trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri, i banchi del Tribunale di piazzale Clodio, le celle di Regina Coeli e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è sopravvissuto agli atroci maltrattamenti a cui è andato incontro. Ora è sulle pagine dei giornali che hanno avuto il coraggio di pubblicare le immagini del suo decesso e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo da «Cristo giovinetto», con gli occhi spaccati, la mascella rotta, la spina dorsale fratturata e una papilla fuori dalle orbite. Cosa gli è successo? Davvero, come è stato detto, «è caduto per le scale»? Davvero i suoi poveri resti sono soltanto il frutto dei suoi passati problemi di tossicodipendenza e dell’anoressia? O ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a «presunta morte naturale»? (…)

Ebbene, se la legge è davvero uguale per tutti, è ora che chi indossa la divisa salga sul banco degli imputati per assumersi, insieme alle responsabilità penali dei singoli, anche la responsabilità di mettere in discussione il sistema dell’ordine pubblico, affrontando un discorso che riguarda – indistintamente – gli agenti penitenziari, i carabinieri e la polizia. Perché, soltanto facendo i conti a partire dal 2005, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di vite: persone, spesso giovanissime, assassinate dagli stessi uomini assunti al servizio dello Stato in loro presunta tutela.

Quando questo accade, sulla scena del delitto cala una pesante cortina di piombo. E se di processo si parla, questo riguarda in primo luogo le vittime, in genere definite «tossicodipendenti», «sbandate», «malate di mente», «extracomunitarie» o «drogate». È stato il caso di Federico Aldrovandi, un ragazzino appena maggiorenne massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre del 2005. Di lui, chi lo ha ucciso infierendo a calci, pugni e manganellate, ha prima detto «che sembrava un albanese», poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro. In gergo viene definita «crisi psicomotoria»: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, un signore sessantenne di Quartu, in provincia di Cagliari, trascinato via con la forza dalla piazza dove vendeva fichi d’india in quanto ambulante abusivo e da qui, grazie all’intervento di guardie municipali e carabinieri, condotto in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande sulla mano gonfia del signor Casu o sulla presenza di sangue nelle sue urine: a nessuno importa scoprire qual è l’origine delle ferite che il “paziente” ha sul corpo. Il venditore di fichi d’India viene semplicemente sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore.

Anche secondo un’inchiesta condotta dalla ASL Giuseppe Casu è stato fatto oggetto di un «trattamento inaccettabile», ma questo non ha impedito alla sua storia di finire nel dimenticatoio. E la stessa cosa rischia di accadere a Riccardo Rasman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema noto persino alla Corte dei conti, che gli ha riconosciuto l’infermità per cause di servizio, e che gli ha lasciato in eredità una vera e propria fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Raisman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano e lanciando qualche innocuo petardo dal balcone. Una sua vicina di casa, però, è spaventata dal trambusto e decide di chiamare la polizia. Sotto casa del ragazzo, poco dopo, si presentano due pattuglie, e quattro agenti, con malagrazia, iniziano a picchiare sulla porta dell’appartamento da cui provengono i rumori. Riccardo Raisman, dallo spioncino, vede quegli uomini in divisa ed ha subito paura. Si guarda bene dall’aprire e si rifugia sul letto, in camera. La sua fine è segnata. La polizia fa intervenire i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa di Raisman percuotendolo senza pietà e utilizzando allo scopo persino il piede di porco usato per compiere l’effrazione. Quando, ammanettato con i polsi dietro la schiena e immobilizzato con del fil di ferro legato intorno ai piedi, Raisman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli fortissimi, poi più nulla: Riccardo è morto; l’ennesimo nome che parenti, amici e persone di buona volontà sono costretti a invocare nella speranza di ottenere una verità e una giustizia che non arriva mai.

Anche per il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga, in provincia di Perugia, i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti – nella fattispecie qualche pianta d’erba – e trascinato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino muore in circostanze quantomeno misteriose visto che le lesioni agli organi interni che saranno accertate dall’autopsia lasciano pochi spazi al dubbio e parlano, ancora una volta, di percosse violente subite da un cittadino coinvolto in piccoli reati.

In questa macabra lista è stato iscritto anche Giuseppe Torrisi, 58 anni, un clochard di Milano ucciso a forza di botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, la coppia di sceriffi ha pensato bene di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino. La circostanza verrà smentita dalle riprese di una videocamera: fotogrammi che la dicono lunga sia sul modus operandi a cui le forze dell’ordine si abbandonano spesso e volentieri, sia sulla facilità con cui diventa possibile inquinare le prove nel momento in cui le figure di chi delinque e di chi indaga arrivano a coincidere. Non si è pensata la stessa cosa in relazione al caso di Gabriele Sandri, classe 1981, il dj romano ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007 in prossimità della stazione di servizio di Badia al Pino Est, vicino ad Arezzo? (…)

Quando, malgrado tutto, non si può evitare di prendere atto della colpevolezza di un carabiniere, una guardia carceraria o un poliziotto, poi, la giustificazione suprema è sempre la stessa. Che si parli di Luigi Spaccarotella (caso Sandri), di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri (caso Aldrovandi) o di Paolo Morra (caso Diouf), ecco che la teoria della “mela marcia” prende il sopravvento e i vari pregiudicati in divisa diventano delle semplici, dolorose, ma inevitabili, eccezione in un corpo comunque presentato come sano. L’evidenza dei fatti se non la nuda statistica, però, afferma il contrario.

Esiste in Italia, ed è il caso di sottolinearlo, un serio problema di violenza della polizia: corollario di una più generale crisi del rispetto dei diritti umani. Le stesse politiche dell’ordine pubblico implementate nelle ultime legislature – e ormai estese a ogni ambito della vita civile come testimoniato dai continui provvedimenti presi, di volta in volta, per intensificare i controlli di polizia per le strade, sorvegliare gli stadi o «respingere» gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno – (mal)celano la precisa volontà di erodere le garanzie democratiche a tutela del cittadino in nome di un pericoloso concetto di “sicurezza”. Si tratta di un processo involutivo enormemente pericoloso, foriero di sventure inconcepibili come quella in cui è incappato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige, un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, si è pensato bene di armare.

Il discorso, più ampio, ha a che fare con un governo centrale particolarmente abile nello scambiare il concetto di “giustizia” con un’ambigua esigenza di legalità, criminalizzando categorie sempre più ampie di soggetti. Persone che la profonda crisi economica in corso rende incompatibili rispetto alle regole non scritte di un “sistema-Paese” ben disposto soltanto nei confronti di chi è pronto ad accettare una vita-coprifuoco, fatta di lavoro (in genere precario e mal pagato) e televisione. Ecco allora che i piccoli spacciatori, i ragazzi dei centri sociali, i migranti, i poveri, i tifosi di calcio e persino i malati psichici si ritrovano, tutti insieme, a vestire la maglia del “nemico”: individui nei confronti dei quali le forze di polizia sembrano combattere anziché, come in ogni caso sarebbe loro compito istituzionale, assistere nel rispetto delle garanzie istituzionali. Stefano Cucchi, massacrato senza pietà, è solo l’ennesimo anello di questa catena: una trama dove le “mele marce” non si trovano soltanto tra gli individui responsabili dei vari reati ma sopratutto nei gangli del potere legislativo, dove non si fa altro che legittimare una cultura della paura, dell’intolleranza e del sospetto in un contesto di progressiva e inesorabile erosione di ogni garanzia sociale.

Ora che le orbite tumefatte ed incavate di Cucchi gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile operare un cambiamento e rivedere radicalmente le procedure di ordine pubblico in vigore in Italia? Sarà possibile, almeno per una volta, dare un senso a quegli slogan di «verità e giustizia» che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime innocenti? In attesa di una risposta, forse impossibile, non resta che constatare l’esistenza di un sospetto. Il sospetto, nella fattispecie, riguarda proprio la morbidezza delle sentenze con cui i colpevoli in divisa di fatti di sangue sono sistematicamente beneficiati: è forse possibile che queste sentenze siano così morbide perché in caso contrario le forze di polizia, qualora chiamate ad assolvere un simile compito (e se la democrazia in Italia non fosse poi così stabile? E se, come in passato, il Paese cadesse vittima di una svolta autoritaria?), non se la sentirebbero di aprire il fuoco sulla gente o di usare la violenza per reprimere manifestazioni di piazza?

L’interrogativo – quello di un corpo di polizia da addomesticare in attesa di una chiamata generale alla repressione diffusa – resta inquietante ed aperto. Come le ferite inferte al corpo di giovani come Stefano Cucchi, troppo spesso cicatrizzate dall’avvento di inchieste morbide e sentenze compiacenti, complici di delitti atroci troppo spesso destinati a restare impuniti.