Un anno di speranze deluse
di Gerolamo Fazzini

Tratto da Avvenire del 29 aprile 2010

Un anno fa, di questi tempi, si parlava di Cuba con accenti di speranza e ottimi­smo. Oggi il quadro è ben diverso: penuria economica e repressione politica continua­no a essere le coordinate di una situazione ingessata da oltre mezzo secolo. Eppure l’o­pinione pubblica di casa nostra fatica a scal­darsi per un Paese e per un popolo che a lun­go hanno mobilitato passioni (ideologiche), e che oggi meriterebbero una più che mai partecipe solidarietà.

Torniamo, per un momento, alla primavera del 2009. Nel corso del Vertice delle Ameri­che, a Trinidad e Tobago, non pochi presi­denti latinoamericani avevano fatto pres­sioni su Obama per ottenere un cambio di atteggiamento politico da parte dell’ammi­nistrazione Usa nei confronti dell’isla gran­de.

Da parte sua l’erede di Fidel Castro, il fra­tello Raúl, si era detto disponibile a dialoga­re con Washington su tutti i temi, diritti u­mani inclusi. Qualche segnale concreto di apertura s’era visto: Obama aveva elimina­to le restrizioni che limitavano i viaggi dei cubano-americani sull’isola e liberalizzato l’invio di rimesse ai familiari. Timide, ma tutt’altro che disprezzabili, le riforme in ca­sa cubana: la possibilità di possedere com­puter e telefonini, di utilizzare Internet, di accedere agli alberghi per stranieri.

A un anno di distanza dai segnali di disge­lo, si registra ben altro clima. Il dissidente Guillermo Fariñas, è in sciopero della fame dal 24 febbraio, quando gli venne proibito di partecipare ai funerali di un altro dete­nuto politico, Orlando Zapata Tamayo, mor­to dopo quasi tre mesi di astinenza da ac­qua e cibo, in segno di protesta contro il re­gime. Inoltre, come ieri documentava que­sto giornale, a Cuba da qualche tempo sta crescendo l’insofferenza del potere alle vo­ci libere. Le Damas de Blanco – madri, mo­gli e fidanzate di dissidenti in carcere che o­gni domenica sfilano per le vie centrali del­l’Avana, in silenzio, per far memoria dei per­seguitati politici – vengono insultate ‘spon­taneamente’ per strada con sempre mag­giori frequenza. «Cresce l’amara frustrazione di chi aveva so­gnato che il governo di Raúl Castro avrebbe introdotto cambiamenti strutturali nell’an­chilosato sistema burocratico socialista», ha scritto di recente Yoani Sánchez sul suo co­raggioso e seguitissimo blog ‘Generación Y’. Aggiungendo: «Mai come oggi è stata così bassa la credibilità di una rivoluzione che ha passato più di 50 anni a giurare di non ave­re prigionieri politici, di non torturare i de­tenuti e di non uccidere i suoi oppositori».

Toni preoccupati, ancorché più prudenti, si leggono nell’intervista del cardinale dell’A­vana, Jaime Ortega, al giornale diocesano

Palabra Nueva. Alcuni quotidiani italiani nei giorni scorsi hanno ripreso con una certa e­videnza quelle parole. Tuttavia, non si sono visti cortei per le strade, appelli di intellettuali in favore della liberazione di Fariñas, mobi­litazioni particolari. Pierluigi Battista, sul

Corriere della Sera, ha parlato di una «indi­gnazione selettiva» che «acuisce la reattività per le malefatte compiute a Guantanamo, ma spegne la sensibilità per i lager costruiti nella stessa isola sotto il controllo del regi­me di Fidel Castro», osservando che «Cuba non è più lo specchio dei desideri di una si­nistra sempre meno attratta dal richiamo del terzomondismo anti-americano, ma viene cancellata nell’indifferenza». Ma c’è ancora tempo per un sussulto di responsabilità, di indignazione genuina. O dobbiamo amara­mente prendere atto che anche su una que­stione cruciale come i diritti umani scatta­no i riflessi condizionati e prevale la logica degli schieramenti e delle nostalgie?