di Domenico Bonvegna
Leggere un libro non è un esercizio facile, costa fatica, i contenuti del libro devono entrare nella nostra testa, scriveva Paola Mastrocola, ma la fatica diventa doppia quando il libro è  una raccolta di articoli che trattano diversi argomenti.

In questi giorni ne ho letto uno proprio con queste caratteristiche, mi riferisco a Cronache da Babele, sottotitolo, Viaggio nella crisi della modernità, scritto a quattro mani da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. Edito da Fede & Cultura di Verona ( www.fedecultura.com ). Gli autori hanno fatto una specie di viaggio nella Babele moderna, una lettura cattolica dei fatti, della religione, della politica, le contraddizioni, le polemiche, le critiche a un mondo cattolico, quello progressista, chiamato anche cattocomunista, scesoa patti con le sirene moderne ancora prima di combattere. Articoli già pubblicati sui quotidiani Il Foglio, Il Giornale e Libero ora sono adattati per l’uscita del libro.

Nella prima e seconda parte gli autori fanno luce su alcune figure importanti del progressismo cattolico dossettiano, sintesi interessanti, si comincia con Enzo Bianchi, detto Fratel Enzo, priore di Bose, che mena il torrone del cristianesimo minimale buttandoci dentro come canditi tutte quei termini che colpiscono nel profondo i cattolici, tentati dall’esserlo sempre meno: l’ ultimo, lo Straniero (in maiuscolo). Enzo Bianchi scrive su La Stampa, Avvenire, commenta il Vangelo su Famiglia Cristiana e proclama la verità altrui, fa il monaco solitario ed è sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo, profetizza nell’iperuranio della teologia engagè e si occupa della legge sugli immigrati.

La Comunità di Bose che non ha alcun riconoscimento ecclesiastico, lavora perchè la Chiesa muti la sua struttura, cioè diventi meno gerarchica, e costantiniana, insomma questa Chiesa per Fratel Enzo è troppo vecchia e fondata sul potere. Come quello di Dossetti, il monachesimo di Bianchi è anomalo – scrivono Palmaro e Gnocchi – non sceglia la via della solitudine per lodare e adorare Dio, ma per caricarsi di carisma profetico con il fine ultimo di trasformare la Chiesa e renderla più spirituale e democratica attraverso le alchimie della politica. Per avere un’idea del personaggio, Eugenio Scalfari, alla Fiera del Libro del 2005 disse: “Se tutti i cattolici fossero come Enzo Bianchi io sarei molto rassicurato”.

Figli di Maritain e Dossetti, cattocomunisti perfetti, è il titolo che usano gli autori del libro per fare riferimento ai vari Alberigo e Melloni, prodotti del laboratorio di Giuseppe Dossetti, e poi c’è la Bindi, Scalfaro, appartengono a quella covata di intellettuali che considerano il popolo con lo stesso criterio giacobino-leninista di ogni minoranza rivoluzionaria: materia inerte da plasmare per il suo stesso bene.

Il dossettismo, che può essere anche riconosciuto come cattocomunismo è quell’illusione altamente pericolosa secondo cui i cattolici e comunisti possono governare insieme: basta che i primi siano un po’ meno cattolici e che i secondi siano un po’ meno comunisti.

L’ultima figura del progressismo dossettiano è il “teologo cattolico”, si fa per dire, Vito Mancuso, un vero fenomeno. La Morale sessuale è da cambiare visto che la realtà è cambiata; tra i cattolici, secondo Mancuso, i rapporti sessuali sono praticati largamente al di fuori del patrimonio e a partire da giovanissima età, quindi si cambia. Mancuso non poteva che trovare posto nel parterre di “Repubblica”. Infatti, Mancuso, lasciato l’ambone della parrocchia in cui è stato sacerdote per due anni, ora che è sposato con prole, pontifica dal pulpito del giornale fondato da Eugenio Scalfari. Monsignor Bruno Forte sull’ Osservatore Romano, riferendosi a Mancuso scrive: “Non è teologia cristiana ma ‘gnosi’, pretesa di salvarsi da sè”. E poi se la cricca clerical-progressista repubblicana del quotidiano “La Repubblica”chiede il timbro di approvazione di qualche prelato, la trova nella clerical-furbesca prefazione all’ormai celebre L’anima e il suo destino, firmata dal cardinale Martini.

L’ex arcivescovo di Milano raccomanda il libro, anche se ravvisa concetti che non sempre collimano con l’insegnamento tradizionale e talvolta con quello ufficiale della Chiesa. Diavolo d’un cardinale, scrivono Palmaro e Gnocchi – con quel ‘non sempre’ ha trovato il pertugio per smarcarsi da un’eventuale ricognizione della Congregazione per la Dottrina della fede.

Soltanto che il pupillo del cardinale da lì in avanti ha fatto strage di cuori e di cervelli nelle parrocchie, negli oratori e nei centri culturali cattolici impegnati. La tecnica è sempre la stessa, inoculare il dubbio. Il nucleo del messaggio di Mancuso è il seguente: miscelare retaggio cattolico e spirito laico e farne un bel beverone da far ingurgitare a quegli zucconi dei suoi contemporanei. Il solito refrain, al solito si chiede ai cattolici di essere sempre meno cattolici

Interessante quello che ha detto a proposito di Eluana Englaro: “Sono convinto che nel caso di Eluana l’interruzione del trattamento non sia omicidio né eutanasia. Vorrei che le autorità della Chiesa cattolica – alla quale appartengo – si esprimessero con prudenza in una materia che è nuova e ricca di zone grigie”.

L’argomento sul cattoprogressismo si conclude con una similitudine calcistica, gli autori la chiamano, la sindrome di Niccolai, cioè quando i cattolici segnano nella propria porta, si fanno del male da soli, come è successo in questi anni a partire dal Concilio Vaticano II.

Il libro continua con “scherzi a parte”, una rassegna dello stupidario cattolico : si parte dalla preghiera dei fedeli, che è ormai la cartina di tornasole per capire come certo clero e certi fedeli intendano la Messa. Poi le omelie, come quella del 2004, per la festa di S. Ambrogio, l’arcivescovo di Milano Tettamanzi, citò sessanta volte la parola solidarietà e mai Gesù Cristo. In America, in una parrocchia, si celebra la festa di Halloween, con tanto di zucche sull’altare e donna mascherata da diavolo a distribuire la comunione. Ancora un reverendo messicano, Sergio Gutierrez Benitez, celebra la Messa indossando una maschera da wrestling. Oppure i sermoni del cardinale Karl Lehmann, punta di diamante della teologia progressista, che si è presentato al carnevale di Aquisgrana col vestito di pecoraio. E poi c’è Avvenire con la doppia pagina di Vittorino Andreoli, psichiatra dichiaratamente ateo, che spiega ai lettori cattolici il senso della vita. Infine in Campania, la Conferenza episcopale invia una lettera di quattro pagine sulla monnezza, il solito ‘dagli al consumismo’, uno dei luoghi comuni più frequentati dal cattolicesimo di questi decenni. Infatti nella lettera i vescovi campani dopo aver analizzato la tragica drammaticità del problema spazzatura, puntano il dito sulla causa: i nostri stili di vita iperconsumistici. E dove erano i nostri pastori mentre noi peccavamo di iperconsumismo? Che cosa offrivano al posto dell’usa, consuma e getta? Offrivano il suo esatto contrario: l’esaltazione della povertà che ha fatto le fortune del cattocomunismo e le sfortune dell’intero Paese. Sono nate così una teologia e una pastorale che hanno messo Gesù Cristo in soffitta, ridotto le chiese in capannoni, trasformato gli altari in tavole calde, appeso il poster del ‘Che’ negli oratori. In pratica scrivono gli autori del libro, ci sono montagne di documenti che tuonano contro la ricchezza e che fanno della povertà un mito. Ma nel cristianesimo, la povertà è un mezzo per annunciare il Vangelo e non una scelta da imporre al prossimo.