di Andrea Simoncini da www.tempi.it

«Come facciamo a togliere il crocifisso dall’aula magna e lasciare che il logo dell’Università di Firenze (sulla carta intestata) sia Re Salomone? Un luogo per essere pubblico dev’essere necessariamente bianco?»

Catholic_Cross_Wall-373Dopo i lavori di ristrutturazione, dall’aula magna dell’Università di Firenze è stato rimosso un crocifisso. A prendere la decisione è stato il rettore Alberto Tesi. Giuseppe Betori, arcivescovo della città, ha commentato ironico: «Se i crocifissi danno fastidio negli spazi laici della cultura, verrebbe voglia di riprenderli, con Madonne e Santi, da Uffizi e altri musei». E poi: «Una mostra come quella della Biblioteca Nazionale su Camaldoli evidenzia come il crocifisso sia sorgente e non ostacolo alla cultura».
Ieri sul Corriere Fiorentino è apparso un commento di Andrea Simoncini, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze, che di seguito riproduciamo.

Il crocifisso, l’università (e un muro che parla)

Caro direttore, siamo ancora il paese di Peppone e Don Camillo? O siamo cresciuti? Verrebbe da chiederselo. La vicenda della scomparsa del crocifisso dall’aula magna dell’Università è emblematica.

Il Rettore toglie il simbolo cristiano; un giornalista del Corriere Fiorentino se ne accorge. Non è certo un «arredo» qualsiasi e scoppia il «caso». Al giornalista che chiede spiegazioni fanno sapere che piazza San Marco «ha ritenuto opportuno che l’aula magna, sempre più luogo d’incontro e di confronto, non preveda la presenza di simboli confessionali». Dunque, il Rettore non ha pensato di discutere la cosa, né perlomeno di far sapere cosa intendeva fare, ma ha scelto di agire di sua iniziativa, considerando la presenza di un simbolo religioso «inopportuna» in un luogo di incontro e confronto.

Lungi da me l’idea di agitare una guerra di religione su questo punto: insegno a Novoli dove sin dall’inizio non ci sono né crocifissi, né menorah, né mezze lune e questo non ha mai creato problema a nessuno. Penso, però, che l’Università dovrebbe essere un luogo in cui queste discussioni possano essere fatte laicamente. Non possiamo essere in balia delle «parrocchie» cristiane o anticristiane. Oggi viviamo in un contesto multiculturale e multireligioso; come affrontare questa condizione?

Se riteniamo, razionalmente, che la sola presenza di un simbolo religioso, ostacoli una discussione laica, le conseguenze sono assurde. Come facciamo a togliere il crocifisso dall’aula magna e lasciare che il logo dell’Università di Firenze (sulla carta intestata) sia Re Salomone?! Che, come dice il sito stesso di Unifi, è un «Re biblico»? Un simbolo per antonomasia della tradizione giudaico-cristiana? E come se si togliesse la croce dallo spogliatoio di una squadra di calcio e poi la si lasciasse sulle magliette…

La questione, dunque, è ben più seria di un crocifisso rimosso, ma la motivazione che è stata data. Come si concilia la realtà multiculturale di oggi con la nostra storia? Un luogo per essere pubblico dev’essere necessariamente «bianco»; questa è vera neutralità? Sabato in tutta Firenze il Comune ha sponsorizzato la lettura pubblica dei canti di Dante, c’era mia figlia e sono andato. Possiamo pensare che una iniziativa del genere non dia spazio pubblico – una piazza – ad un autore – Dante – che in materia di morale e religione è tutt’altro che «neutrale» (per non parlare di Benigni a Santa Croce). Forse, il vero problema non è cosa è attaccato al muro, ma come si discute in quell’aula magna.

Un’educazione è laica quando sviluppa la libera capacità critica anche rispetto alla propria storia, alla identità in cui siamo immersi e ai suoi segni, non quando li nasconde. Un suggerimento interessante può venirci dal presidente di un’altra autorevole istituzione accademica – della cui laicità nessuno discute – l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole; Joseph Weiler, professore di diritto ed ebreo osservante è stato avvocato difensore nella causa in cui la Corte di Strasburgo ha solennemente dichiarato che il crocifisso nelle aule scolastiche italiane non viola i diritti dell’uomo. Ebbene Weiler chiudeva il suo intervento – che sarebbe bene rileggere – così: «Non fate questo errore. Un muro denudato per mandato statale, (…), può suggerire agli alunni che lo Stato sta prendendo un atteggiamento anti religioso. (…) C’è sempre un’interazione tra quello che c’è sul muro, e come esso è discusso e insegnato in classe».