da Avvenire

La sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata in novembre contro la presenza del crocifisso nelle scuole si è nuovamente imposta sul tavolo del Consiglio d’Europa nella conferenza che si è conclusa ieri a Interlaken, in Svizzera. La riunione dei rappresentanti dei 47 Paesi del Consiglio è stata convocata per discutere le disfunzioni e una futura riforma della Corte, e la questione del crocifisso nelle aule è sorta a proposito di un paragrafo della dichiarazione finale che poi – grazie all’iniziativa italiana sostenuta anche da Paesi dell’est europeo e dalla Russia – è stato approvato con una formula che «invita» la Corte ad «applicare in modo uniforme e rigoroso i criteri che riguardano l’ammissibilità (dei ricorsi, ndr) e la sua competenza e a tener pienamente conto del proprio ruolo sussidiario nell’interpretazione e nell’applicazione della Convenzione» internazionale dei diritti dell’uomo, a cui aderisce anche l’Ue come a norma del Trattato di Lisbona. L’espressione «ruolo sussidiario» rinvia al criterio di sussidiarietà (incorporato tra l’altro nelle istituzioni dell’Ue) in base al quale ciò che può essere ben realizzato ai livelli periferici non va avocato ai livelli centrali, in questo caso alla Corte di Strasburgo.

Di conseguenza, quando le autorità statali dispongono di tutti gli strumenti necessari ad applicare la Convenzione internazionale – nel rispetto dei diritti dell’uomo e in particolare senza violentare le tradizioni e la cultura del Paese – la questione si risolve a livello nazionale senza che la Corte abbia a pronunciarsi. In questo senso il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, rappresentante dell’Italia alla conferenza, ha sottolineato che quel passaggio della dichiarazione conferma che «le questioni che toccano da vicino i sentimenti e le tradizioni nazionali devono essere regolamentate a livello nazionale». Mantica ha scelto di non fare riferimenti espliciti alla sentenza sul crocifisso ma altri lo hanno fatto. Per il ministro della Giustizia maltese Carmelo Mifsud Bonnici la Corte «non è abbastanza sensibile» alle «caratteristiche culturali» delle identità nazionali e lo mostra la sentenza «contro l’Italia». Il ministro degli Esteri lituano Maris Riekstins ha dichiarato che la sentenza sulla «presenza obbligatoria del crocifisso nelle scuole» ha mancato di requisiti essenziali di precisione e comprensibilità. Il ricorso contro quella sentenza del 3 novembre si trova ora all’esame di un gruppo di cinque giudici della Corte che dovrebbero pronunciarsi entro il mese prossimo.

Se i cinque constateranno che è in causa l’applicazione della Convenzione internazionale, allora il ricorso passerà all’esame della “Grande Chambre” della Corte per la decisione finale. Il passaggio alla Grande Chambre è stato auspicato ieri da Mantica perché si tratta di decisioni «sui grandi valori dell’Europa» e che quindi «non possono essere demandate a un gruppo ristretto di funzionari». A parte il punto che riguarda la questione del crocifisso, la “Dichiarazione di Interlaken” annuncia l’avvio di una riforma della Corte (sopraffatta dai ricorsi, con circa 120.000 casi in attesa di essere discussi) e auspica che per ridurne l’intasamento i 47 Stati del Consiglio d’Europa rispettino meglio la Convenzione suscitando meno ricorsi.