di Arturo Celletti da Avvenire
Franco Frattini sfoglia, una dopo l’altra, quattordici pagine dattiloscritte. Si ferma sull’ultima. E legge, in francese, le uniche quattro righe in neretto dell’intero testo. Une conception de la neutralité…. È riassunto qui il senso del ricorso presentato dal governo italiano contro la sentenza della Corte di Strasburgo che vorrebbe cancellare la presenza dei crocifissi dalle aule scolatiche. È qui il no a una visione che – si legge nel pro memoria messo a punto nell’ultima riunione della squadra che ha preparato il ricorso – «confonde la neutralità dello Stato di fronte a religioni diverse con la neutralizzazione di qualsiasi riferimento alla dimensione religiosa o spirituale all’interno dello spazio pubblico».
L’argomentazione è rigorosa: «Una concezione della neutralità che impone l’eliminazione di un simbolo religioso… piuttosto che aprire il dialogo alla comprensione e alla tolleranza che caratterizzano il pluralismo, si trasforma in negazione di questa stessa libertà finendo per escludere la dimensione religiosa». E «favorire ateismo e agnosticismo».

Quattordici pagine. Pensate. Riviste. Limate. Per far sapere alla Corte dei diritti umani che «imporre a uno Stato di togliere un simbolo religioso» che è parte integrante della storia, della cultura e della tradizione di un Paese «implica un giudizio negativo sul valore del simbolo stesso e rappresenta una violazione della libertà religiosa». Si entra nei dettagli. E si interroga la Corte. «Bisogna domandarsi se la semplice presenza del Crocifisso turbi la coscienza di un non credente o se non è piuttosto la pretesa di toglierlo che manifesta l’intolleranza alla dimensione religiosa». La strategia è via via più chiara: «Nella misura in cui non ponga in essere comportamenti manifestamente lesivi del diritto di credere o non credere, ogni Stato è libero di regolare come meglio ritiene, in funzione delle sue specificità storiche, culturali e sociali, il rapporto tra lo spazio pubblico e la dimensione del sacro».
C’è attesa. Ma anche fiducia. Giorno dopo giorno vari altri Paesi stanno venendo a sostegno dell’azione italiana. Frattini continua a leggere sottovoce il ricorso.

A tratti guarda chi gli siede davanti e commenta un passaggio leggendolo in francese e traducendolo in italiano. «Se l’impatto della presenza di un oggetto simbolico come il crocifisso in uno spazio pubblico rappresenta realmente un disagio psicologico talmente grande da rasentare la violazione della libertà religiosa allora converrebbe bandire tutti i simboli religiosi… Le cattedrali, le chiese che si trovano nelle piazze centrali delle nostre città». Non è una provocazione; è un punto fermo del ricorso: se il crocifisso turba le coscienze dei non credenti, come può non turbarle una chiesa? E come lo stesso disagio non può valere «per le foto dei capi di Stato appese ai muri di tante scuole» qualora uno abbia un’idea politica diversa?
Torniamo al ricorso.

«Nel messaggio della Croce c’è un pezzo della storia d’Europa, della civiltà occidentale», si legge. Il linguaggio è tecnico. I richiami a sentenze passate si accavallano. Ma gli elementi che caratterizzano il ricorso sono chiari. Si ricorda la giurisprudenza della Corte in casi come quello del velo islamico. E si ribadisce che «non vi è, nella maniera più assoluta, alcun consenso a livello europeo, attorno al principio affermato dalla Corte, che lo spazio pubblico debba essere spogliato da qualsiasi riferimento religioso». Simboli della religione cristiana sono, del resto, presenti ovunque in Europa. «Basti pensare alle croci sulle bandiere nazionali. Ma anche alla banconota da 20 euro che riproduce la Cattedrale di Strasburgo». E perché «in diversi Stati membri del Consiglio d’Europa è pratica esporre simboli religiosi nelle aule scolastiche. È il caso dell’Austria, della Romania, della Grecia, di San Marino e di alcuni Laender tedeschi».

Si guarda alla soluzione. Si prova a indicare la strada. «Lo Stato – si legge ancora – non si deve schierare né con i partigiani dei simboli religiosi né con chi vorrebbe sradicarli dalla sfera pubblica». Nel primo caso «rischierebbe di obbligare a una religione», nell’altro di trascinare un Paese verso «l’agnosticismo e l’ateismo». C’è, però, ancora un punto centrale. Spiegare che la presenza del Crocifisso nelle aule italiane «rispecchia un dato culturale ed è coerente con il sentire comune della popolazione italiana». E allora se è giusto tutelare i diritti delle minoranze, «occorre però tutelare adeguatamente anche i sentimenti e le sensibilità» della stragrande maggioranza degli italiani. Frattini solleva gli occhi e spedisce a Strasburgo l’ultimo messaggio: «La nostra tradizione, il rapporto concordatario tra Stato e Chiesa, ma anche il nostro presente e il rispetto per i valori costitutivi e fondanti del nostro popolo devono avere risposta. L’Europa che allontana da sé la religiosità, per riconoscerla solo, con un involontario razzismo, alle comunità degli immigrati, è un’Europa senza anima e senza identità. E l’Italia non può stare in silenzio».

Dalle sentenze del 2006 al pronunciamento del 2009
Il 3 novembre 2009 la Corte europea dei diritti dell’uomo – organismo con sede a Strasburgo che deve far rispettare l’omonima Convenzione per conto del Consiglio d’Europa – ha emesso una sentenza che condannava l’Italia per la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Pronunciandosi su un caso specifico – il ricorso di una cittadina italiana di origini finlandesi contro l’esposizione di un crocifisso in una scuola media del suo paese di residenza, Abano Terme –, la Corte estese indebitamente il raggio d’azione della sentenza sostenendo che «la presenza del crocifisso, che non è possibile non notare nelle aule scolastiche, potrebbe essere facilmente interpretata dagli alunni di ogni età come un simbolo religioso» disturbando «gli alunni atei o quelli che praticassero altre religioni, specialmente se appartenessero a minoranze». Il ricorso era già stato respinto dal Tar del Veneto e poi dal Consiglio di Stato con la decisiva sentenza dell’11 febbraio 2006.