Sfuma l’accordo sulla condanna delle persecuzioni • Frattini: «È una brutta pagina»
di Franco Serra
Tratto da Avvenire dell’1 febbraio 2011

Non c’è accordo tra i ministri de­gli Esteri dell’Ue su una di­chiarazione che condanni le persecuzioni contro le comunità cri­stiane, in particolare in Medio Oriente, senza però nominarle, senza indicare quali sono i Paesi in cui avvengono per persecuzioni e gli eccidi, e senza indi­care un minimo di impegni concreti in difesa delle comunità perseguitate, cri­stiani o meno. Di questo tenore era la bozza che i di­plomatici avevano preparato per i mi­nistri che si sono riuniti ieri a Bruxelles: dopo un’ora e mezza di aspra discus­sione per ottenere qualche significati­va modifica, la bozza è stata bocciata innanzitutto dal ministro degli Esteri Franco Frattini (era stata sua l’iniziati­va per far mettere la questione all’ordi­ne del giorno della riunione), che è sta­to poi spalleggiato dai colleghi france­se e polacco, come lui preoccupati an­che di non infliggere un affronto pla­teale alle richieste di tutt’altro tenore approvate a larghissima maggioranza nei giorni scorsi prima dall’Europarla­mento e poi rafforzandole ancora dal­l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, massima organizzazione del nostro continente per la difesa dei di­ritti umani. «Oggi è stata scritta una pa­gina non bella», ha commentato Frat­tini alla fine della riunione e ha spiega­to che con un testo che non nominas­se i cristiani «l’Europa non sarebbe sta­ta credibile» e che «il laicismo esaspe­rato» emerso da più parti in sede di con­siglio dei 27 ministri «è certamente dan­noso per la credibilità dell’Unione Eu­ropea». «Ci siamo trovati davanti a un testo su cui avevamo lungamente di­scusso con i ministri del Ppe – ha detto ancora il ministro – e riteniamo indi­spensabile che si menzionino le comu­nità cristiane e una larghissima mag­gioranza dei Paesi aveva condiviso la mia proposta di menzionare gli atten­tati terroristici contro le comunità cri­stiane e contro quella sciita a Kerbala». Ma era necessaria l’unanimità e contro la proposta di Frattini di modificare in quel senso la bozza di dichiarazione «un certo numero di Paesi ha votato contro scontatamente come il Lussemburgo e il Portogallo e altri, come Irlanda e Spa­gna, sorprendentemente: a questo pun­to ho chiesto e ottenuto che il testo fos­se ritirato». L’alto rappresentante della politica e­stera e di sicurezza dell’Ue, Catherine A­shton, ha promesso che presenterà u­na nuova bozza in tempo per una pros­sima riunione dei ministri degli Esteri e cercherà di fare in modo che il nuovo testo sulle libertà religiose «tenga con­to della situazione delle singole comu­nità che rischiano di essere oggetto di violenze e discriminazione nelle diver­se parti del mondo». Sconfitta su tutta la linea (la bozza ritirata era stata pre­parata dai diplomatici sotto la sua di­rezione e rispondeva al suo approccio molto reticente in simili questioni), lady Ashton si è consolata affermando che «è stata una buona discussione» e che «c’è la volontà di mandare un segnale forte». Le parole dell’alto rappresen­tante non sembrano aver convinto monsignor Rino Fisichella. Per il presi­dente del dicastero vaticano per pro­muovere l’evangelizzazione, sembra che troppi dirigenti dell’Ue siano ormai convinti come la Ashton «che il nome ‘cristiano’ non possa entrare in una ri­soluzione». Nella bozza bloccata da Frattini, i mi­nistri dell’Ue condannano «intolleran­za, discriminazione e violenze per mo­tivi religiosi» ma ancora una volta solo in termini generici. Confermando in modo esplicito un testo quanto mai ge­nerico approvato dal Consiglio nel no­vembre 2009, nella bozza che lady A­shton ha promesso di rivedere si espri­me la consueta «preoccupazione profonda per il moltiplicarsi di episodi di intolleranza e discriminazione reli­giosa» come «recenti violenze a atti di terrorismo contro luoghi di culto e pel­legrini». Nel testo si legge che «il Consiglio riaf­ferma il forte impegno dell’Ue a pro­muovere e proteggere la libertà di reli­gione e di fede senza alcuna discrimi­nazione» ma non si dice in che modo quel «fermo impegno» verrebbe messo in pratica.