Il vescovo emerito di Hong Kong, cardinale Joseph Zen Ze-kiun, chiama gli abitanti di Hong Kong al “referendum” sulla democrazia. Secondo inchieste, più della metà degli abitanti di Hong Kong chiede completa democrazia. Proteste da Pechino
Andrea Sartori (Insegnante)

Continuiamo il nostro viaggio sulle orme di Marco Polo e mostriamo l’altra faccia della “Cina del miracolo”. Alcuni gioni dopo le proteste di Google contro la censura di Pechino, ecco un altro richiamo alla democrazia, che arriva da un alto rappresentante della Chiesa che è in Cina, il vescovo emerito di Hong Kong, cardinale Joseph Zen Ze-kiun.

Hong Kong, il “porto profumato”, ex colonia di  Sua Maestà ritornata in seno alla Repubblica Popolare il 30 giugno 1997, non si è abituata alla perdita di democrazia. Mentre i nostri giornali, spesati da persone che hanno tutto l’interesse a mostrarci e a decantarci le bellezze della Cina del miracolo, ci decantano l’economia (schiavile) della Repubblica Popolare, mentre un Cesare Romiti elogia la genocida occupazione del Tibet, ecco gli abitanti di Hong Kong cantare e vegliare per il dissidente Liu Xiaobo, dopo che il parlamento aveva bocciato la mozione presentata dal parlamentare cattolico Fred Li Wah-ming per la liberazione del dissidente. E mentre i nostri giornali parlavano del varo di una ferrovia ad alta velocità che colleghi Hong Kong alla Cina, il popolo del “Porto Profumato” è sceso in piazza per chiedere democrazia e la liberazione di Liu Xiaobo. Ovviamente tutto questo lo trovate non sui giornali nazionali, che rispondono ad editori molto interessati ai rapporti con la tirannide di Pechino, ma su siti come quello dell’agenzia Asianews o su www.laogai.it.
Ed ecco che c’è una nuova svolta ad Hong Kong. La richiesta di democrazia si fa sempre più pressante e, come per la liberazione di Liu Xiaobo, i cristiani cinesi sono in prima linea. I partiti democratici di Hong Kong (che è a statuto speciale) useranno le elezioni parziali in cinque zone del territorio per tastare la voglia di democrazia entro i suoi confini. Secondo alcune inchieste, almeno il 60 per cento della popolazione di Hong Kong vorrebbe democrazia totale. Pechino ha subito rialzato i toni: indire un referendum sarebbe “contro” la costituzione di Hong Kong, e tutto ciò non può essere fatto senza il permesso cinese. Hong Kong è a statuto speciale: solo metà del parlamento è votato con elezioni dirette:  l’altra metà è costituita da rappresentanti di corporazioni (functional constituencies) e rappresentanti scelti dal governo. La Cina ha bloccato ogni tentativo dei partiti democratici e della popolazione per un’elezione diretta di tutti i parlamentari: secondo Pechino a Hong Kong si potrà parlare di democrazia “forse” nel 2017. I partiti democratici hanno chiesto inoltre l’eliminazione delle functional constituencies come ingiuste, perché permettono ad alcuni settori della popolazione di votare due volte. Pechino ha bloccato la mozione.

Il cardinale Joseph Zen Ze-kiun entra in gioco ora: il vescovo emerito di Hong Kong ha domandato agli abitanti della colonia cinese di votare a favore dei candidati democratici come sostegno alla totale democrazia e per domandare l’abolizione delle functional constituencies. Il parlamentare Wong Yuk-man, protestante, si dimetterà dalla sua carica il 27 gennaio e sosterrà il referendum per la democrazia. Il professor Kung Lap-yan, direttore ad interim dell’ Hong Kong Christian Institute ha sottolineato il valore della partecipazione a queste elezioni proprio in quanto cristiani. Il suo invito riecheggia quello del cardinale Zen Ze-kiun: i cristiani devono essere attivi in politica, per monitorare ciò che fanno i partti; l’invito è quello a non demonizzare nessuno, in quanto ogni uomo è immagine di Dio. Infineil professor Kung sottolinea come democrazia e benessere vadano di pari passo, riecheggiando la stessa critica del Premio Nobel per l’Economia indiano Amartya Sen: non vi può essere sviluppo senza democrazia.

Il Pil cinese cresce a dismisura, ma non il benessere. Perché gli abitanti di Hong Kong sono scesi in piazza proprio quando è stato dato l’annuncio di questo modernissima linea ad alta velocità?  Perché nessuno si prende la briga di parlare di persone che vengono gettate sulla strada in nome della competizione con gli Stati Uniti: ad esempio gli abitanti del villaggio di Tsoi Yuen Tsuen, nei Nuovi Territori, che verrebbe cancellato da questa nuova linea. Eccolo il modello di sviluppo tanto elogiato da Romiti. Però vediamo che, come ai tempi di Solidarnosc, i cristiani sono in prima linea per la democrazia. Certo, il corrispettivo cinese di quel che fu Giovanni Paolo II per il Blocco sovietico non è cristiano, ma buddhista, ed è il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, costretto ad assistere la genocidio del suo popolo (anche se secondo Romiti questa sarebbe “propaganda distorta” almeno secondo le parole attribuitegli dall’agenzia cinese Xinhua).

Il braccio di ferro per la democrazia oggi sembra più arduo rispetto agli anni Ottanta. Ma di questo ne va il destino del mondo: se la Cina vince la partita, magari salverà l’economia mondiale, ma esporterà sicuramente un modello di lavoro privo di ogni diritto per i lavoratori, e magari solleticherà le voglie autoritarie di censori su internet anche in Occidente.