di Antonello Cannarozzo
Tratto da Rai Vaticano – il blog il 27 luglio 2009

Accoglienza, integrazione, solidarietà, ascolto, rispetto per le minoranze, globalizzazione, sono  solo alcune delle parole che sono entrate nel nostro lessico quotidiano in Occidente e che dimostrano, anche se con alcune contraddizioni, la modernità ed il progresso del nostro vecchio Continente.

Ma, purtroppo, l’Europa è un’isola. Questi concetti sono in pratica sconosciuti nella gran parte del mondo come in Africa o in Asia.

Parole senza senso per gran parte di molte nazioni e il nostro affanno al dialogo, all’accettazione dell’altro è spesso visto come una debolezza. Il rispetto per le minoranze è quasi inesistente e tra queste le più colpite sono le confessioni cristiane che, nell’indifferenza quasi totale dei media, stanno subendo un vero genocidio. Solo dall’inizio di questo secolo si contano almeno cento morti, senza contare coloro a cui non è stato possibile dare un nome.

Essere cristiani e testimoniare la propria fede è oggi in molti Paesi un atto di coraggio come, ad esempio, in Iraq. Abbiamo conosciuto qualche giorno fa un giovane iracheno cristiano della chiesa cattolica caldea. Di lui, per motivi di sicurezza citiamo solo il nome, Thomas, come l’apostolo che ha convertito la sua terra duemila anni fa. “Sono in partenza per la Svezia, a Goteborg – ci dice – dove vive ben integrata una nostra comunità e da lì spero di raggiungere il Canada dove vive una mia sorella”.

Che ricordo ha della sua vita in Iraq?
“Mio padre aveva una piccola azienda meccanica che ci dava un certo benessere e come tanti cristiani siamo sempre stati tra l’elite del Paese, le scuole cattoliche hanno formato intere generazioni di persone importanti, molte delle quali musulmane. C’è sempre stata una grande tolleranza. Noi irakeni siamo un popolo pacifico e accogliente per questo mi sembra così assurdo tutto quello che sta succedendo: tra il disinteresse del mondo, stiamo subendo un vero martirio. Tante vittime, distruzioni, rapimenti di civili, di sacerdoti e poi la distruzione delle nostre chiese. Tutto, insomma, con la volontà di sradicarci dalla nostra terra”.

Quali sono le risposte che riuscite a dare come cristiani, quanti siete rimasti ancora a voler rimanere nonostante tutto?

“Quando avevo cinque anni, nel 1987, in Iraq si contavano almeno un milione e mezzo di cristiani – mi dice con un tono rassegnato – oggi siamo forse meno di quattrocentomila, una sparuta minoranza in un Paese di 28 milioni per la quasi totalità di fede mussulmana. Non credo che al momento possiamo dare una risposta forte e decisa davanti a tanta brutalità”.

Cosa significa allora essere cristiani in una realtà così drammatica?
“Non poter testimoniare la nostra fede perché non sai chi hai davanti. Andiamo in chiesa, e non sappiamo se troveremo la nostra casa ancora intatta, libera o occupata da estranei, sempre se, uscendo dalla funzione della domenica, non vieni falcidiato da un bomba o da un mitra di qualche estremista. È un lento stillicidio. Ma il martirio non è solo la morte, ma è anche lasciare il proprio Paese, la casa, frutto di tanti sacrifici, la propria attività e per molti vecchi il sogno di essere seppelliti nella propria terra, ma questo non sarà più possibile. Quando parlo di martirio intendo anche le sopraffazioni. Bande di integralisti, ma credo che siano solo dei banditi, entrano impunemente nelle nostre case e pretendono il pagamento di una tassa (gìzya) da noi “infedeli” per il neo-proclamato “Stato islamico dell’Iraq”. Impongono alle nostre donne l’uso del velo e l’abbigliamento islamico, pena uno sfregio o peggio. Non manca poi il rapimento di un figlio e per il suo rilascio, quando questo avviene, pretendono tutto ciò che abbiamo. Non parliamo poi delle minacce di bruciare la casa, se non l’abbandoniamo, spesso non ci danno neanche il tempo di prendere i documenti, o il minimo necessario per sopravvivere”.

Come è potuta accadere questa tragedia?
“Si sono spezzati alcuni equilibri. La nostra diaspora è cominciata nel 1991, quando Saddam per motivi di politica interna cominciò ad avviare il Paese verso una politica islamica. In breve ci siamo sentiti discriminati e dopo la caduta del regime le persecuzioni sono aumentate fino ad arrivare agli attentati come quello del 12 luglio scorso che hanno provocato 5 morti e decine di feriti colpendo 9 chiese. Ciò nonostante si partecipa alle funzioni sacre, ma la voglia di scappare, specialmente per i giovani è grande. Vivere con la paura e con un futuro incerto è angoscioso”.

Ma chi sono i responsabili?
“Chi non vuole la pacificazione del Paese e vuole condannarci al sottosviluppo e alla paura. Chi dice sia Al Qaeda, chi l’Iran, le multinazionali del petrolio o altri Paesi dell’area che vogliono lo smembramento dell’Iraq, ma una risposta vera attendibile non c’è. Rimane il fatto certo che tutti sono contro tutti; basti pensare alla carneficina tra Sunniti e Sciiti costata almeno 75 mila morti. Vogliono distruggere ogni residua forma di democrazia e di tolleranza. E noi cristiani, come minoranza, siamo al centro di questa guerra interna. Davanti agli attentati, all’insicurezza, alle violenze quotidiane la risposta di molti, come accennavo prima, è la fuga. Vogliono una terra completamente mussulmana. Eppure, mi creda, ho lasciato tanti cari amici mussulmani. Tra noi non c’erano muri, le nostre case erano sempre aperte e se abbiamo superato momenti terribili è proprio grazie a queste brave persone”.

Sembra di rivivere storie drammatiche ormai seppellite del secolo scorso. Un popolo costretto a fuggire…
“Scoraggiando ogni resistenza a rimanere. Siamo una comunità debole e vulnerabile perché lo stato irakeno non può garantire più la nostra sicurezza. Se nessuno ascolterà la nostra disperazione questo esodo continuerà inesorabilmente, spopolando per sempre una terra che ha visto la presenza dei cristiani fin dagli albori apostolici con il risultato di vivere l’esperienza dello sradicamento, della solitudine e della sofferenza in altre nazioni. La mia famiglia era composta da sei fratelli, quattro maschi e due femmine e da mio padre e mia madre. Oggi siamo tutti sparsi per il mondo e solo Dio sa se mai ci riuniremo un giorno”.

Non tutti in Iraq vedono con gioia la vostra diaspora. Si è parlato di recente della creazione di una località speciale, un enclave cristiano nel nord del Paese. Come vede questa soluzione per poter rimanere nella vostra nazione?
“Lo chiami pure ghetto. Tutte le confessioni cristiane si sono opposte a questa soluzione. L’Iraq è di tutti gli iracheni senza distinzione alcuna e come minoranza chiediamo solo di essere sostenuti nei nostri diritti con una costituzione veramente democratica e laica che rispetti la pluralità delle idee e dei costumi”.

Ma la costituzione è stata promulgata appena due anni fa!
“Dove non si parla di minoranze e ogni legge deve sempre rispettare le norme scritte nel Corano, ma mi rendo anche conto che in una terra dove manca il lavoro, l’acqua e l’elettricità, per non parlare della sicurezza queste esigenze sono di fatto all’ultimo posto”.

Una domanda personale. Dopo tante sofferenza come vive la sua fede cristiana? Cosa prova per chi fa tanto male?
“È un tesoro che si accresce sempre di più. È qualcosa che mi da la forza e la speranza di andare avanti. Prendo questa croce come tanti altri iracheni senza distinzioni di etnia o di religione e prego ogni giorno che la pace possa trionfare, quando Dio vorrà, su tanto male. Come cristiano non odio nessuno. Fare tanto male è già una grave condanna per chi lo commette”.

La comunità cristiana in Iraq

I cristiani iracheni sono parte fondamentale delle attuali popolazioni dell’area mesopotamica, come babilonesi, assiri, caldei e sumeri, la maggior parte di loro, oltre all’arabo, parla il suret, una lingua molto simile a quella parlata da Gesù. È proprio n queste terre si sviluppò la Plantatio Ecclesiae, l’ evangelizzazione e l’insediamento della Chiesa nei territori ancora non cristiani attraverso una «missione che risale alla predicazione dell’Apostolo Tommaso. Attualmente ci sono diverse comunità ognuna con un proprio rito: abbiamo quello assiro nestoriano, siro cattolico, siro ortodosso, armeno ortodosso e caldeo. Fino al 300 la Chiesa irachena era nominata come Chiesa di Persia e, in seguito al Concilio di Efeso del 431, divenne Chiesa d’Oriente quando si rese autonoma per seguire l’eresia nestoriana che teorizzava le due nature del Cristo, umana e divina.

Durante tutto il medioevo questa Chiesa conobbe un grande sviluppo fino ad arrivare ai confini con la Mongolia con centinaia di monasteri e circa 250 diocesi. I cristiani occupavano posti preminenti nella società come medici, filosofi ed amministratori pubblici. Fu Tamerlano che nel 1330 distrusse questa cultura cacciandoli nelle montagne dell’Anatolia e della Persia. Nel XV secolo alcuni nestoriani si riunirono alla chiesa di Roma con il concilio di Firenze (1339- 1342), e furono denominati caldei per la prima volta dal Papa Eugenio IV il 6 luglio 1445. Il 1553 è un anno importante per la Chiesa che si divide definitivamente in due rami, quella cosiddetta caldea che tornerà in comunione con Roma e quella assira che rimarrà separata nei propri patriarcati.

da Mascellaro.it