di Daniele Ciacci da www.lanuovabq.it

Parrocchia di San Felice

Un piccolo caso di cronaca, periferia di Milano, ma a suo modo esemplare di come si monti un caso contro la Chiesa: accada per via del classico giornalismo “militante” e ideologico che qaundo si presenta l’occasione non va tanto per il sottile e scorda le regole minime di correttezza; oppure per semplice ignoranza di un  mestiere, poco importa. Il risultato è lo stesso. Ecco dunque l’articolo apparso il 2 giugno sulla pagina milanese di Repubblica“L’omosessualità è una malattia”. Bufera sulla catechista di Segrate.

Secondo tale articolo la catechista, durante una lezione di catechismo per i cresimandi avrebbe detto che l’omosessualità è una malattia, creando uno scandalo fra i presenti e la ribellione di due dei dieci ragazzi presenti, che sarebbero usciti per protesta. Poi, il racconto dell’accaduto su Facebook e dal social network a Repubblica il passo è breve.

Solo che il passo è stato fatto senza verificare: lo facciamo noi per conto di Repubblica. Ecco allora cosa ha da dire Marilù De Pinto, la catechista che avrebbe dato agli “omosessuali” dei “malati” – cosa neanche troppo distante da ciò che afferma il magistero della Chiesa: adesso una catechista non può neanche fare la catechista, ma inginocchiarsi al dio dell’omologazione –: «Quello di Repubblica è un articolo impreciso e capzioso. Anzitutto, l’affermazione imputatami non è stata pronunciata “durante il corso di catechismo per i cresimandi” che, tra l’altro, sarebbero stati “tutti iscritti al terzo anno di scuola media”. Tutti sanno che i corsi per la Cresima si svolgono durante il primo anno di scuola media». Tutti, ma forse non Gabriele Cereda, autore dell’articolo.

«Noi ci incontriamo venerdì, ogni due settimane con un gruppo di ragazzi di seconda e terza media, per proseguire insieme un’amicizia dopo la Cresima. Mangiamo la pizza insieme e poi guardiamo un film. L’ultima volta era anche il mio compleanno, per cui avevo comprato il gelato per tutti – per trenta, non dieci come scritto nell’articolo di Repubblica – e la pizza era offerta dalla parrocchia». Questa novità ha attratto due “imbucati” «che non vanno in Chiesa di solito. Gli ho chiesto di venire a pregare con me proprio perché era il mio compleanno e ci tenevo lo vivessimo tutti insieme. Così don Paolo Zucchetti ci ha fatto pregare – e qui non si capisce perché Cereda abbia intervistato don Andrea Sangalli, della parrocchia di Segrate, e non il titolare della struttura di San Felice dove si è “consumato” il “misfatto” – e, mentre parlava, questi lo prendevano in giro sottovoce».

E lei che ha fatto? «Mi sono messa dietro di loro e gli ho detto: “Siamo una famiglia. Non prendiamoci in giro”. La frase, accolta sul momento, ha creato un putiferio dopo». I ragazzi infatti, fuori dalla chiesa, hanno preso «ad accusare a gran voce che la chiesa è razzista, corrotta, pedofila, omofoba. Hanno anche tirato fuori le crociate. Non mi facevano neppure parlare tanto erano provocatori. Finché a un certo punto un ragazzino, imbucato di terza media, mi ha apostrofato: “Tu hai detto che l’omosessualità è una malattia”. Non ricordavo nulla di ciò. “Hai l’Alzhaimer?” mi hanno risposto. Al che, ho pensato: non voglio e non devo fare come Pietro, che ha tradito. Quindi, ho risposto loro: “La Chiesa ama i veri omosessuali. La Chiesa condanna coloro che vivono il rapporto amoroso come un vizio, così come condanna gli atti impuri tra uomo e donna quando la sessualità è completamente svuotata dall’amore».

Il dialogo è proseguito vanamente. Non ascoltavano e «la cosa, pian piano, s’è sgonfiata da sola. Finché, poco tempo dopo, non mi hanno avvisato dell’articolo su Repubblica. Oltre ad essere capzioso è impreciso, l’evento è stato completamente strumentalizzato». Insomma, ci troviamo davanti a un fatto ripreso dai media e profondamente modificato, intervistando persone distanti dall’evento, senza tantomeno interpellare la diretta interessata per dovere di cronaca. Insomma, così come successe per l’insegnante di religione a Venezia, anche in questo caso il polverone mediatico si è alzato ben prima che la verità dei fatti venisse alla luce.

Si dirà: è cosa da poco, in fondo la cosa è rimasta circoscritta e oramai è già dimenticata. Forse, ma il ripetersi di questi casi crea comunque un clima di intimidazione ed è una forma di pressione così che preti, catechiste, insegnanti di religione sempre più siano portati ad autocensurarsi riguardo all’insegnamento della Chiesa per evitare grane e strumentalizzazioni.