È «La teologia della liturgia» il primo volume dell’«opera omnia». Il cardinale Bertone: «Il Pontefice ha voluto che la raccolta sistematica dei suoi scritti seguisse l’ordine delle priorità del Vaticano II»
di Salvatore Mazza
Tratto da Avvenire del 28 ottobre 2010

L’obiettivo è quello «di aiutare la Chiesa in un grande rinnovamento che si rende pos­sibile solo se si ‘ama l’Amato’, come in­segna la liturgia, un amore che porta frutto nella vi­ta di tutti i giorni». È questa la prospettiva in cui si muove «La teologia della liturgia», «primo e fon­damentale» volume dell’ Opera omnia di Joseph Ratzinger, edita dalla Libreria editrice vaticana, co­sì come l’ha inquadrata il cardinale Tarcisio Berto­ne, segretario di Stato. Il libro, assieme al manuale «Joseph Ratzinger. Opera omnia. Invito alla lettura» curato da Pierluca Az­zaro, è stato presentato ieri pomeriggio a Roma presso l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, presente l’ambasciatore Antonio Zanardi Landi, e con gli interventi di Gianni Letta, sottosegretario al­la Presidenza del Consiglio, Christian Schaller, di­rettore vicario dell’Istituto «Benedetto XVI» di Ra­tisbona, e Lucetta Scaraffia, dell’università «La Sa­pienza» di Roma. Bertone, in particolare, ha mes­so in risalto come, nell’accettare a suo tempo di raccogliere tutti i suoi scritti in maniera sistemati­ca, aveva ben chiaro «che doveva valere l’ordine delle priorità seguito dal Concilio e che quindi al­l’inizio doveva esserci il volume con i miei scritti sul­la liturgia». Benedetto XVI, infatti, ammettendo al­l’inizio del suo Pontificato che in quelli preceden­ti «la recezione del Concilio si è svolta in modo piut­tosto difficile» per il fatto che «due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno liti­gato tra loro», ha proposto riflessioni obiettive che «non sono sfociate in recriminazioni o lamenti, bensì hanno suscitato ulteriori domande e dato vo­ce al bisogno di offrire una sintesi, forse ancora em­brionale, delle molte difficoltà vissute dalla Chiesa in questi ultimi decenni».

Un confronto, per il porporato, «ancora in atto» tra l’ermeneutica della «rottura» e quella della «conti­nuità», come ha detto il Papa «con la consueta tra­sparenza, semplicità e chiarezza che lo contraddi­stinguono, così da farsi capire non solo dagli stu­diosi, ma da tutta l’opinione pubblica». Ma il Con- cilio Vaticano II (sono le parole di papa Ratzinger nel discorso del 20 dicembre 2005, citato da Berto­ne) «se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giu­sta ermeneutica, può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rin­novamento della Chiesa».

Secondo Letta, nei suoi molti interventi papa Rat­zinger ha saputo «mostrare quanto sia errata l’i­dea, maturata in alcuni ambienti del primo socia­lismo, per la quale la parola solidarietà diveniva la nuova, razionale e realmente efficace risposta al problema sociale proprio perché in contrapposi­zione alla caritas, all’idea cristiana di amore». Per­ché «oscurato il legame che unisce la creatura al Creatore – ha detto citando una conferenza tenu­ta nel 2001 dall’allora cardinale Ratzinger – svani­sce anche ciò che in ultimo legittima l’idea di di­gnità umana; e col venir meno di essa, è tolta alla retta convivenza civile la fonte alla quale si abbe­vera, al sistema democratico la pietra angolare sul quale si regge».

Del resto, ha osservato Scaraffia, «in tutte le reli­gioni e sistemi filosofici l’essere umano viene per­cepito come un essere caduto, condannato alla sua finitezza», per cui redenzione significa «liberazio­ne dalla finitezza, che come tale è il vero peso che grava sul nostro essere». Ma «a un mondo che cer­ca di liberarsi dalla finitezza con gli strumenti del­la tecnoscienza, che fa della dipendenza la peg­giore umiliazione e nega quindi in questo modo, in nome della totale autonomia individuale», il cri­stianesimo presentato da Ratzinger «risponde mo­strando quale è la vera via della redenzione, l’uni­ca attraverso la quale l’essere umano può salvarsi».